`Anna Karénina` di Lev Tolstoj • Uno spiraglio di luce

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Molti scrittori, una volta terminato il proprio capolavoro, avrebbero coscientemente deciso di trascorrere il resto dei propri giorni nella rassicurante frescura della sua ombra. A seguito di uno sforzo così imponente, infatti, la loro ispirazione si sarebbe probabilmente arrestata, oppure avrebbe continuato a cesellare se stessa, sviluppando temi appena accennati o dando vita a tutti quei personaggi in precedenza solo sbozzati. Proprio questo, in particolare, era ciò il mondo si aspettava da Lev Nikolaevič Tolstoj, da poco reduce dall’immane impresa di `Guerra e Pace`: continuare ad abitare nell’immenso edificio da lui costruito, magari erigendo intorno ad esso qualche delizioso padiglione da caccia o, al massimo, ornandone il salotto in maniera più seducente. E ciò sarebbe di certo accaduto, se solo Tolstoj fosse stato un uomo più prudente, meno prodigo delle sue forze o, semplicemente, meno tragico. Ma, come ogni grande artista, egli sentiva di dover ricominciare da capo, ancora una volta, quasi non avesse avuto altra esistenza alle spalle.

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Nel 1869, compiuta definitivamente la stesura di `Guerra e Pace`, Lev Tolstoj si sentiva come prosciugato, ripudiato dall’incantevole ebrezza dell’ispirazione che aveva abitato in lui per ben sette anni e senza la quale, come avrebbe dichiarato in seguito, «non è possibile vivere». Al senso di abbandono, come talvolta accade, fece seguito il rifiuto, al punto tale che tutto della sua precedente opera arrivò a disgustarlo. Dall’ambizione filosofica alla moltitudine delle figure, infatti, nulla sembrava più meritare la sua approvazione, e il finale in particolare, con la sua impressione ottimistica seppur problematica, gli parve oltremodo ingenuo e stomachevole.  Egli arrivò addirittura a confessare alla cugina Alexandra di provare la stessa sensazione di un uomo che, voltosi indietro, è costretto ad osservare nauseato le tracce dell’orgia alla quale ha appena partecipato, quando in realtà vorrebbe solo cancellare i resti della propria vergogna.

Fino a quel momento, infatti, l’arte per Tolstoj era stata lo specchio della vita, nel quale arrivavano a riflettersi, con tutti i loro colori e le loro sfumature, il bello come il tragico, il commovente come il terribile; ma ora che la vita era divenuta assurda e atroce, come avrebbe potuto tale riflesso ancora incantarlo? Le lettere di questo periodo, in proposito, lasciano intravedere i segni di una crisi acutissima. Nell’agosto del 1869, ad esempio, mentre passava la notte in una locanda di Arzamas, Tolstoj racconta di essere stato assalito da un senso di terrore acutissimo, a tal punto violento da raggiungere la follia. Qualunque psichiatra di fronte a un episodio del genere avrebbe diagnosticato l’inizio di un’aggressiva depressione, che infatti accompagnerà l’autore per molti anni a venire, tormentandolo ora con crisi più intense, ora con periodi di rassegnata remissione.

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Fu così che, agli occhi di Tolstoj, l’esistenza parve arrestarsi e il suo ritmo colorato e gioioso spegnersi per sempre. Se nei momenti più felici della sua giovinezza, egli era stato in grado di immergersi interamente nella musica del mondo, per poi riprodurla nella propria arte, ora ciò che riusciva percepire intorno a lui non era altro che una nenia dolorosa, strascicata e immobile. Iniziò così a guardare alla vita quasi fosse un morto fra i morti: quello sguardo che un tempo aveva contemplato tutto l’universo ora non vedeva altro che buio, poiché ogni piacere intellettuale e poetico era andato perduto. Come ad Arzamas gli sembrava di essere diventato pazzo e la notte, non riuscendo a dormire, girava per casa senza fiammiferi, perdendosi fra quei muri sconosciuti e chiamando soccorso, quasi fosse intrappolato in un luogo ignoto di desolazione e terrore. Se poi provava a riflettere sulla sua situazione, nulla più sembrava avere senso, con la conseguenza che l’esistenza stessa arrivava ad assumere i contorni di uno scherzo stupido e malvagio, che Qualcuno, a sua insaputa, aveva deciso di giocargli.

Dove quindi poter chiedere aiuto? Sebbene cercato e interrogato disperatamente, Dio era irraggiungibile. Neppure i libri di filosofia sembravano bastare, mentre l’intera esistenza familiare era divenuta per lui insopportabile. Avviluppato a tal punto nelle spirali della depressione, Tolstoj iniziò a coltivare morbosamente il piacere del suicidio: un asse sospeso fra due armadi diveniva così un ottimo sostegno a cui impiccarsi, mentre con seria difficoltà egli vinceva  l’impulso di puntarsi il fucile da caccia alla tempia e spararsi un colpo.

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Fu ancora una volta la letteratura, con un balzo meraviglioso, a ricondurre  Lev Tolstoj alla ragione, donando nuova linfa alla sua ispirazione ormai morente. Una mattina del marzo 1873, infatti, dopo colazione, egli si ritrovò a sfogliare quasi per caso una raccolta di prose russe che la moglie aveva lasciato sul davanzale della finestra; un incipit di Puškin, in particolare, lo colpì: «Gli ospiti arrivavano alla daca della contessa G. La sala si riempiva di donne e di uomini giunti insieme dal teatro, dove si rappresentava una nuova opera italiana…». Quel modo di entrare direttamente nel cuore del racconto, all’improvviso, gli parve oltremodo seducente, mentre la prosa rapida e lieta attirò il suo sguardo fra le pagine, catturandolo nelle maglie di una storia da cui gli fu impossibile staccarsi.

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Quel delizioso intervallo di svago, tuttavia, ebbe un’inaspettata battuta d’arresto nell’attimo in cui un’immagine vividissima giunse a materializzarsi nella sua mente. Ricordando in seguito quei momenti, Tolstoj avrebbe infatti raccontato di aver improvvisamente scorto fra le ombre della stanza il fine profilo di un gomito femminile, a cui poi faceva seguito una spalla, un collo, e infine tutta la luminosa figura di una bella donna in abito da ballo, intenta a fissare su di lui i suoi begli occhi tristi e imploranti. Subito dopo un nuovo ricordo, questa volta ancora più intenso e soverchiante, giunse a rapire la sua memoria: quello atroce e terrificante del corpo dilaniato di una fanciulla, gettatasi per disperazione sotto un treno nella stazione di Jasnaja Poljana. Ognuno di questi frammenti, con rapidità sconcertante, arrivò così a cristallizzarsi nella sua mente, giungendo in breve tempo a formare quella che, a tutti gli effetti, appariva come la trama di un nuovo romanzo. Il miracolo dell’ispirazione, infatti, era stato di nuovo in grado di compiersi e la mano di Lev Tolstoj, con grazia ed estrema naturalezza, poté ancora una volta ricominciare a scrivere.

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L’opera nata da quella soverchiante epifania di marzo, secondo i progetti iniziali del suo autore, non doveva essere altro che un racconto lungo, avente lo stesso spirito, la leggerezza e il divertimento che in Puškin erano la forma superiore della narrazione romanzesca. Nulla infatti lasciava presagire la nascita di una storia interminabile come quella di `Guerra e Pace`, tanto più che la sua stesura procedeva con estrema fatica. Ogni mattina, infatti, Tolstoj si svegliava e si rintanava nel suo studio, lontano dai rumori della sua numerosa e irrefrenabile famiglia; vi rimaneva fino alle tre del pomeriggio, silenzioso e corrucciato come una divinità arrabbiata, ma nonostante questo la sua ispirazione stentava a decollare. Proprio lui, l’occhio più infallibile della letteratura ottocentesca, faticava infatti a scorgere i volti e a intendere le parole dei suoi personaggi, attribuendo loro caratteristiche completamente fuorvianti. Così Anna Karénina – la sua bellissima e amatissima Anna Karénina – inizialmente era una donna volgare, dalla fronte bassa e dal naso corto, grassa e flaccida al punto da sembrare mostruosa. Neppure i rapporti fra i vari caratteri apparivano più a fuoco, come se la narrazione non fosse nient’altro che un arido gioco combinatorio soggetto ai mutamenti d’umore del suo autore. Era così che i matrimoni e i legami arrivavano a cambiare in continuazione, tanto che Lévin prima si sposava con Kitty, poi con Anna e poi di nuovo con Kitty.

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Tuttavia il problema più arduo divenne ben presto un altro: il leggiadro e delizioso “racconto lungo” che Tolstoj aveva progettato in partenza, infatti, si trasformava ogni giorno di più in una narrazione colossale, capace di imprigionarlo completamente nelle sue spire. La sua mente variegata e complessa, amante della contraddizione come dell’intreccio, aveva infatti bisogno di esprimere la propria verità almeno attraverso una visione binocolare, nella quale due temi si componessero e si integrassero a vicenda, mentre il solo racconto della tragica sorte della protagonista non sembrava bastargli. Tolstoj, inoltre, non riusciva ad appassionarsi davvero alla storia che stava componendo: lavorava dal di fuori, con disinteresse e cristallina freddezza, e spesso gli capitava di distrarsi, di abbandonare la scrivania per mesi interi, ripetendo poi agli amici come quel romanzo lo infastidisse terribilmente. «Riprendo la noiosa, la triviale `Anna Karénina`, e prego Iddio soltanto che mi dia la forza per togliermela di torno quanto prima»; «La mia Anna mi è venuta a noia, ne ho fin sopra i capelli»; «Ah, se qualcuno potesse finire `Anna Karénina` al posto mio!».

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Giunse quindi l’estate e con essa il disamore totale per l’attività letteraria. Nell’incantevole tenuta di Jasnaja Poljana, Tolstoj iniziò così a trascorrere il proprio tempo a cavalcare, a cacciare beccacce con i nomadi del Volga e a passeggiare per la foresta accarezzando i lucenti tronchi delle betulle. La sera, allo stesso modo, egli prese l’abitudine di chiudersi nella camera dei propri figli, per narrare loro storie di cavalli e di cani; leggeva ad alta voce `Ventimila leghe sotto i mari` e `I tre moschettieri` e nel mentre li osservava, come se davanti ai suoi occhi potesse all’improvviso spalancarsi il futuro di quelle misteriose esistenze da lui generate. Il primogenito, Serjožia, aveva qualcosa di fragile e di delicato, quasi di sottomesso, e guardandolo Tolstoj pensava al proprio fratello Nikolaj, capace di gioire e soffrire solo dentro di sé. Poi vi era Ilja, bianco e rosso, luminoso e violento, con le spalle larghe e una salute di ferro; era un bambino dal riso travolgente, che amava tutte le cose da grandi ed era capace di capire immediatamente ciò che gli era proibito. La maggiore Tanja, invece, dimostrava una straordinaria maturità per la sua età, arrivando spesso a badare ai suoi fratelli e a sacrificarsi per loro qualora fosse necessario. Ma gli occhi del padre, amorevoli, indugiavano soprattutto sulla piccola Maša, di soli tre anni: una bambina gracile e malaticcia, con la pelle bianca come il latte e degli enormi e strani occhi azzurri. Guardandola, Tolstoj la immaginava una volta divenuta adulta, una creatura affascinante e misteriosa, destinata però alla sofferenza, poiché senza sosta avrebbe cercato di conquistare ciò che, in realtà, le sarebbe stato precluso per sempre.

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Fra giochi e racconti passarono così i mesi estivi e di nuovo tornò l’inverno, con i suoi lunghi giorni gelati, nei quali più nessuna distrazione poteva distogliere Tolstoj dalle creature dei suoi romanzi. Egli infatti riprese a scrivere e i volti dei suoi amatissimi figli, così a lungo osservati durante le tiepide notti estive, giunsero uno dopo l’altro a disperdere la nebbia che ancora lo avvolgeva. Il suo occhio divenne di conseguenza sempre più lucido e chiaro, concentrandosi solo sui pochi elementi essenziali in grado di definire i suoi personaggi. Vrònskij maturò così il collo rosso e le spalle larghe di Ilja, dei denti forti e regolari e una lieve pinguedine; Karénin, al contrario, ebbe lo sguardo stanco di Sergèj, una voce sottile e strascicata, nonché l’abitudine caratteristica di far scrocchiare le dita delle mani. Infine anche Anna, l’affascinante protagonista del romanzo, assunse la propria splendida forma finale: la fronte divenne  alta e il naso regolare, le mani furono piccole e il passo sicuro e leggero, mentre gli scintillanti e carezzevoli occhi di Maša iniziarono a brillare sul suo volto.

Appena disegnati i personaggi, l’ispirazione di Tolstoj poté sgorgare liberamente. Tutta la sterminata ricchezza di osservazioni e di immagini che i suoi sensi obbedienti avevano immagazzinato per anni, giunse così spontaneamente a riaffiorare in superficie, pronta per essere trasposta su carta. Concentrato e sovreccitato, Tolstoj arrivò a scrivere senza interruzione, con passo febbrile, inseguendo la propria ispirazione quasi temesse di vederla sfuggire di nuovo. Ogni giorno terminava un capitolo, che la moglie Sofja, dopo aver messo a letto i bambini, ricopiava ogni sera con la sua grafia chiara e sottile.

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La vasta architettura narrativa che Tolstoj arrivò così a progettare, divenne in breve tempo il fiore più elegante ed equilibrato della sua intera produzione, capace ancora oggi di risplendere in tutta la sua bellezza semplice e ambigua. Egli ne era particolarmente orgoglioso, soprattutto per il fatto che essa non arrivava esclusivamente a fondarsi sull’intreccio delle vicende o sui rapporti fra i vari personaggi, ma su un legame più intimo davvero in grado di unirli. Avviene infatti che i due romanzi di Anna e di Lévin procedano per gran parte del tempo in maniera parallela, arrivando però a incontrarsi in alcuni punti fondamentali: è così che Kitty ama – o crede di amare – Vrònskij, il quale però verrà conquistato da Anna; Stepàn Arkàdjevic’, da parte sua, organizza il pranzo in cui Lévin dichiara a Kitty il suo amore, mentre Karénin, sopraggiunto per caso, la stessa sera annuncia il divorzio dalla moglie. Ad un certo punto, anche gli stessi Anna e Lévin arrivano ad incontrarsi, e per qualche ora egli giunge ad amare quella donna tragica e bellissima in procinto di uccidersi.

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Accade dunque che i due romanzi, per quanto distanti, arrivino in realtà a riflettersi l’uno nell’altro, trovando il proprio significato più autentico solo nell’immagine ad essi speculare. In altri momenti, al contrario, essi appaiono in perfetta e simmetrica contrapposizione, quali antitesi assolute di uno stesso tema: la vita erotica sperimentata da Anna, ad esempio, è l’esatto contrario della vita familiare sognata da Lévin. Il gioco degli opposti arriva poi a proiettarsi anche all’interno di ogni singola parte, al punto che è la stessa tensione tragica a divedere sia Anna e Vrònskij che Kitty e Lévin. Infine, come già `Guerra e Pace`, una fitta serie di parentele, di amicizie e di amori giunge a legare tutti i personaggi fra loro, arrivando così a determinare un universo compatto e coerente, sorretto fin nelle sue fondamenta da una rete apparentemente infinita di rapporti interni.

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A tale raffinata struttura, che gradualmente arriva a dispiegarsi agli occhi del lettore, Tolstoj decise poi di anteporre un’epigrafe quanto mai singolare: «Mihi vindicta: ego retribuam», ossia «A me la vendetta: io retribuirò». Si tratta di un versetto biblico, che ricorre in tre diversi luoghi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma con significati ogni volta diversi. Nel Deuteronomio è Mosè il primo a pronunciarla, mentre proclama il nome di Jahve  prima di morire, annunciando in questo modo il suo Essere, l’unico che possa avere esistenza nel mondo; egli invoca così la legge e il castigo divini, capaci di colpire gli stessi figli di Israele qualora scelgano di abbandonare la retta via. Ancora nella Lettera agli Ebrei a riecheggiare è il rombo della vendetta, pronta a scatenarsi contro chiunque abbia calpestato il Figlio di Dio, profanato il suo sangue e oltraggiato lo spirito della grazia. Ma nella Lettera ai Romani qualcosa cambia: la punizione del peccato, infatti, appare solo come uno sfondo, teso a ricordare  agli uomini quale sia il loro vero compitoamare e non giudicare. «Non fatevi giustizia da voi stessi, o carissimi, ma fate posto all’ira divina, perché sta scritto: ‘A me la vendetta, io retribuirò ». Da amante delle ambivalenze e della duplicità del reale, possiamo immaginare come Tolstoj fosse  perfettamente consapevole del doppio significato di tali parole, decidendo così di anteporle con precisa coscienza al suo straordinario romanzo.

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Tuttavia, nonostante l’epigrafe richiami convintamente il Suo nome, Dio non arriva quasi mai ad apparire nel racconto, se non per brevi e simultanei bagliori destinati quasi subito a morire. Se in `Guerra e Pace`, il divino era infatti presente dappertutto, nei cieli vuoti di Austerlitz come nei sogni di Pierre, in `Anna Karénina` , al contrario, non vi è alcuna  traccia di Lui; Dio scompare dalle preghiere e dai sogni degli uomini, dagli eventi del mondo terreno e delle meditazioni su quello ultraterreno, e persino dal cuore di Tolstoj, che proprio in quegli anni sperimentava gli effetti di una profonda crisi spirituale. Invece di essere l’unico motore dell’esistenza e l’unico abitante dei cieli, di vendicare i torti subiti e di punire chi infrange la sua legge, in `Anna Karénina` Dio svanisce; e tutto il romanzo non fa che rimarcare il vuoto e la desolazione che la sua scomparsa ha lasciato nel mondo.

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Se la presenza di Dio arriva così a dissolversi, con essa muore anche la figura di Nataša, ovvero lo spirito della natura che in `Guerra e Pace` era capace di rappresentare la più alta sintesi dell’amore terreno. La sua figura in `Anna Karénina` arriva infatti a scindersi, incarnandosi da una parte nella mite immagine coniugale di Kitty, e dall’altra nella forza luminosa ed erotica di Anna. Ma in Anna, l’Eros che in Nataša era in grado di contenere in sé tutta la vita, diventa terribile ed esclusivo: ella vuole infatti il possesso del corpo, dall’anima e del sentimento, mentre tutto il resto le è ignoto. Quanto a Kitty, la felicità che è in grado di assicurare a Lévin è di certo soave e deliziosa, ma non abbastanza per poterlo salvare dalle angosce dell’esistenza. Se in `Guerra e Pace`, infatti, i personaggi si dimostravano capaci di trionfare sull’idea della morte e sull’orrore da essa suscitato, in `Anna Karénina` questo terrore arriva invece a riaffacciarsi con prepotenza, nudo, agghiacciante e disumano, senza che nessuna mediazione spirituale o intellettuale possa essere in grado di allontanarlo. Ciò si manifesta soprattutto nella rappresentazione dell’onirico: i sogni di Anna, infatti, sono incubi terribili, che fin dal principio recano con sé il tremendo presentimento della rovina.

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E’ singolare dunque constatare come `Anna Karénina`, questo romanzo di abbandono, di vuoto e di morte, si apra invece sotto il segno spumeggiante e lieto del suo personaggio più frivolo e positivo: il principe Stepàn Arkàdjevic’ Oblònskij, per gli amici Stiva. Non meno geniale di Dostoevskij, che inaugurava i suoi `Demoni` muovendo da superfici scintillanti, Tolstoj intona così una musica lieta e luminosa come ouverture per la sua opera più incommensurabilmente tragica. D’altronde, nessuno meglio di Stiva potrebbe essere la nostra prima guida all’interno della storia, poiché è proprio lui il punto di incontro fra i due romanzi narrati dall’autore: è infatti sia il fratello di Anna che il cognato di Kitty Scerbàtskaja, amata ardentemente da Konstantín Lévin; la sorte, inoltre, gli offrirà la possibilità di assistere  in prima persona alla nascita dei due grandi amori del racconto, essendo alla stazione quando Vrònskij incontra Anna per la prima volta e  in casa sua nel momento della muta dichiarazione fra Kitty e Lévin. Tuttavia, trattare Stiva Oblònskij così, come un semplice puntello all’articolata struttura del romanzo, sarebbe profondamente ingiusto, tanto per la sua personalità quanto per noi che leggiamo.

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Stepàn Arkàdjevic’, infatti, è prima di tutto la perfetta incarnazione dell’uomo comune, sempre presente e squillante nei romanzi di Lev Tolstoj. Come tutti gli uomini comuni, in scienza, in arte e in politica Stiva si limita ad aderire le idee della maggioranza, seguendo costantemente la corrente e cambiando direzione solo quando è necessario, non diversamente da come si cambia un cappello o un soprabito fuori moda. Allo stesso modo, egli non è in grado di sopportare nemmeno il più breve Te Deum senza che le gambe inizino a dolergli, e ugualmente stenta a capire lo scopo di tutte quelle terribili e altisonanti parole sull’altro mondo, dal momento che in quello presente è così gradevole vivere. D’altronde, l’unico rituale veramente sacro nella vita di Stiva è il pranzo, così come il ristorante è per lui il tempio del cibo e della finzione, del lusso e dell’artificio, gli unici credi a cui il suo corpo è in grado di rispondere.

Nel descrivere le abitudini e le idiosincrasie del suo personaggio, Tolstoj dimostra di amarlo enormemente, così come da sempre ha saputo magnificare tutti gli uomini fatui e leggeri. Egli ama l’incoscienza e l’irresponsabilità di Stiva – le stesse che lo portano a regalare alla moglie appena tradita un’enorme pera decorativa –, arrivando a descriverne i gesti e le espressioni con una grazia, una frivolezza e una perfidia da gran teatro dei boulevard. Eppure, allo stesso tempo, non manca di sottolinearne con finezza anche gli aspetti più delicati, quali la dolcezza femminea, l’indulgenza e la cordialità verso tutti, ma soprattutto  la virtù di donare gioia agli altri.

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Accompagnato dal suo implacabile ottimismo, è proprio Stiva, come la più esperta delle guide, a condurre il lettore nel mondo dell’alta società di Pietroburgo e Mosca, di cui è latore e membro onorario. Tolstoj stesso non nasconde di essere profondamente affascinato da quell’universo intessuto di eleganza e di corruzione, arrivando a descriverne con straordinaria minuzia i salotti dai folti tappeti lanosi, le tavole illuminate a giorno, l’argento dei samovar e il riflesso effimero delle specchiere scintillanti. Ora lo vediamo in un angolo, come l’ospite sconosciuto, ad ascoltare il cicaleccio, la spuma e la maldicenza della conversazione; ora, invece,  lo guardiamo entrare direttamente nei dialoghi, al fine di coglierne con feroce esattezza i luoghi comuni e le fatue espressioni, trasformando la labilità delle parole nella più atroce delle perfidie. Egli, in proposito, sembra avere una chiara e analitica comprensione di tutto ciò che accade sulla superficie della terra, della vita interna dell’uomo come della sua natura esterna, arrivando di conseguenza a riportare il tutto fra le pagine dei suoi romanzi, forte di una lucidità e di un’onestà senza pari.

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Con l’incomprensibile sicurezza di chi si trova a casa propria ovunque, Tolstoj si dimostra così in grado di penetrare dentro ogni corpo e ogni anima, diventando tutto il resto del mondo con la stessa naturalezza con cui riesce ad essere se stesso. Se lo desidera, infatti, egli può assumere le sembianze di una fanciulla che, sorridendo, si guarda allo specchio per ammirare il proprio vestito di tulle rosa, percependo come esso non tiri da nessuna parte e come deliziosamente arrivi ad incorniciare il suo vitino; allo stesso modo, se lo vuole, egli può diventare anche una cagna da caccia che alza le orecchie al fischio del suo padrone, intenta ad aspirare l’aria primaverile con le narici dilatate e a percepire nella palude le impressioni lasciate dagli uccelli.

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Immerso così profondamente nella natura dei suoi personaggi, Tolstoj è ovviamente in grado di coglierne anche l’essenza più indefinita e oscura, i pensieri inconsci che passano al volo nella mente, così come tutti i particolari invisibili, casuali e quasi assurdi della loro vita; egli è infatti perfettamente consapevole di come sia proprio questa polvere di minute sensazioni e di parole non dette a costituire la vera sostanza della realtà. Di conseguenza, tutto ciò che accade nel romanzo appare vero e naturale ma, allo stesso tempo, strano e sconvolgente, come se soltanto l’autore potesse vederlo e poi descriverlo. E il lettore, dal canto suo, si stupisce a meravigliarsi del volo di una beccaccia, di un pranzo al ristorante o di una dichiarazione d’amore, molto più che se assistesse al trionfo di un eroe o alle imprese di un Dio. Questo immenso ardore di vita, questa gioia luminosa nel rapportarsi alla realtà, saranno poi le stesse qualità che Tolstoj arriverà ad attribuire a molti dei suoi personaggi, in particolare a quella che, a tutti gli effetti, sarà capace di diventare la più magnifica e indimenticabile delle sue protagoniste: Anna Karénina.

Appena annunciata dalla freschezza gioiosa del fratello, Anna Karénina emerge dalle pagine del romanzo con la stessa eleganza di un fiore purissimo, giungendo incontro al lettore con il suo passo leggero e deciso. Nel descriverla per la prima volta, mentre discende dal treno correndo incontro a Stiva, Tolstoj ne sottolinea in particolare l’esuberante felicità vitale, capace di prorompere nello scintillio gioioso dei suoi occhi grigi così come nel sorriso errante agli angoli delle labbra. Il suo destino sembra infatti quello di riuscire a dare a chiunque la incontri un dono di vita e di felicità, suscitando in chi le sta accanto, ancor più che il fratello, un riso squillante di amore e piacere.

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Probabilmente Tolstoj non ha mai amato così profondamente nessuno dei suoi personaggi, nemmeno l’incantevole Nataša di `Guerra e Pace`. La splendente felicità di Anna, infatti, nasce dal suo vivere con passione ogni momento, preda della fugace e mutevole eccitazione degli istanti; Nataša, dal canto suo, possiede la stessa devozione vitale,  ma anche una tenacia e una solidità che Anna, invece, non arriverà mai a conoscere. La sua musica è molto più lieve e indifesa, soggetta per questo a profonde incrinature, e risulta evidente in ogni particolare della sua figura. Tolstoj, in proposito, si preoccupa di descrivercela minutamente, raffigurandola mentre china il capo o mentre gioca distrattamente con i suoi anelli, mentre osserva chi la circonda dietro le lunghe ciglia scure oppure mentre socchiude gli occhi, come se cercasse di cogliere qualcosa di lontano o di invisibile. Anna Karénina, in breve, è la massima epifania che l’autore abbia mai cercato di inseguire con le proprie parole, dotata di una luce così intensa e sfolgorante da abbagliare persino la notte e la morte, ma anche così fragile da potersi spegnere in un soffio.

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Quando compare sulla scena per la prima volta, Anna ci appare quanto mai lieta della propria esistenza: ha un figlio che ama, una posizione invidiabile in società e  un rapporto di affettuosa confidenza con il marito. Da dove arriva, dunque, quell’espressione «seria, a volte triste» che Kitty le sorprende negli occhi? Malgrado la perfezione apparente della sua vita, infatti, Anna non ha mai ricevuto le gioie e le luci da lei sempre sognate: la «nebbia azzurra» della prima giovinezza è ormai svanita dai suoi occhi, e ciò che le resta è solo la prospettiva di un’arida maturità, le cui fredde pareti giungeranno da ogni dove per imprigionarla. Sebbene percepisca appena gli impulsi del proprio cuore, Anna possiede in realtà una fame segreta di vita, un’ansia nervosa di autodeterminazione che stenta, tuttavia, a trovare la propria via d’uscita.

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E’ solo nel momento dell’incontro con Vrònskij alla stazione di Mosca, che Anna, inconsciamente, giunge ad abbandonare l’angusta dimensione della propria esistenza quotidiana – un’esistenza che fino a quel momento si era nutrita di piccole gioie matrimoniali e materne, di amori sommessi e di soddisfazioni impercettibili dell’ego, ma ben lontana dai fuochi ardenti che Eros prepara per i propri servi felici e sventurati. Il passaggio a tale nuova vita è improvviso, quasi folgorante, ed un preciso segno giunge ad annunciarlo: la morte del guardiano ferroviario stritolato dalle ruote del treno. Si tratta di un fatto osceno e terrificante, capace di lasciare un senso di profonda inquietudine nel cuore di Anna, quasi come se attraverso di esso ella fosse già in grado di percepire il destino ultimo del proprio amore. D’altronde, nell’esistenza erotica non vi può essere né ombra né traccia di libertà, e Anna sarà costretta ad imparare questa verità a proprie spese.

A tal proposito, nessun romanziere dell’Ottocento al pari di Tolstoj ha saputo creare attorno ad Eros un clima a tal punto tremendo, sacro e venerabile. Con sovrana giustizia e pietà delicata, egli lascia infatti che la passione amorosa travolga la sua amatissima protagonista, fino a vincerla e a soggiogarla completamente. E’ infatti proprio quel pauroso desiderio di assoluto, che da sempre albergava nel cuore di Anna, a trovare la sua ragione di esistere nel corpo e nelle attenzioni di Vrònskij, conducendola in breve tempo a voler vivere e nutrirsi solo d’amore.

L’ebrezza del nuovo sentire, inizialmente, conduce Anna a riscoprire la propria sfolgorante luce interiore, al punto che una nuova bellezza arriva ad avvolgere i suoi gesti: il riso le sfiora le labbra con uno scintillio più felice, la voce risuona più piana, mentre i movimenti appaiono più rapidi e il viso più acceso.

«Io, infelice?” ella disse, avvicinandosi a lui e guardandolo con entusiastico sorriso  d’amore. “Io sono come una persona affamata a cui abbiano dato da mangiare. Forse ha freddo, e ha il vestito rotto, e si vergogna, ma non è infelice. Io, infelice? No, ecco la mia felicità…”

Tuttavia, questa spasmodica ricerca di vita e di autenticità, non solo non sembra avere una fine,  ma è a tal punto dominante da assorbire ogni sua singola azione, perfino quando è l’intero mondo esterno ad intervenire per arginarne gli effetti. Chi, infatti, al pari Anna decide di lasciarsi avvolgere dalle spire di Eros, si trova poi costretto ad abbandonarvisi totalmente, preda di un gioco ineluttabile di spinte e controspinte. L’amore, a questo punto, arriva ad assumere le sembianze di una forza tremenda e ineluttabile, capace di afferrare l’Io dal di fuori e di prenderne il posto, regnando poi terribilmente sul cuore, senza più tollerare da esso la minima deviazione o resistenza.

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E’ così che la figura di gioia e di luce che Anna era stata capace di diventare fra le braccia del suo amato, giunge progressivamente a rivelare il proprio lato oscuro. Ella dimentica infatti prima il marito e poi il figlio, finendo per rinnegare anche quella posizione in società di cui fino ad allora si era nutrita e compiaciuta. Allo stesso modo, lo scintillio tenero e carezzevole dei suoi occhi lascia lentamente il posto a quello che sembra  «il bagliore triste e sinistro di un incendio in una notte oscura», mentre il suo stesso sentimento per Vrònskij si trasforma in qualcosa di «pauroso e crudele», di spietato e possessivo, in grado di portare con sé nient’altro che vergogna, rovina e morte.

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Nel momento in cui l’unione dei corpi si compie, Eros arriva infine a rivelare il suo volto più impietoso e crudele: il Delitto e il Sacrilegio. L’ebrezza della colpa giunge ad impregnare Anna e Vrònskij con il suo profumo di miele, al punto che i due amanti smettono di comunicare fra loro con le parole per servirsi soltanto degli sguardi e dei sorrisi, dei suoni e degli atteggiamenti del volto. Essi puntano infatti a trasformare l’altro solo in un puro e raggiante corpo d’amore, arrivando così alla più totale identificazione. In realtà, l’assimilazione completa dell’animo – quella che, ad esempio, in `Guerra e Pace` lega Pierre a Nataša – per Anna e Vròsnkij non avviene mai. Anche quando, infatti, il loro amore appare più pieno e completo, i loro tempi interiori non riescono mai a coincidere, i pensieri e le sensazioni appaiono completamente diversi, così come le parole non sono in grado di esprimere a pieno i loro sentimenti.

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Dietro a questo primo livello di comprensione, che obbedisce alle leggi della meccanica psicologica, la mano di Tolstoj decide poi di porre un ulteriore piano narrativo, nel quale arrivano ad intrecciarsi misteriosi presagi. Già prima di incontrare Vrònskij e di conoscere con lui il Delitto, Anna racconta infatti di avere un sogno ricorrente. In tale sogno le sembra di dover correre nella sua camera per prendere qualcosa, per poter comprendere qualcosa, di cui però non possiede memoria; tuttavia, all’improvviso, ecco apparire in un angolo della stanza un piccolo muzík dalla barba arruffata, chino sopra un sacco in cui è intento a rimestare, farfugliando nel frattempo alcune insensate parole in francese: «Il faut le battre le fer, le broyer, le pétrir». Accade che, in seguito all’unione con Vrònskij, l’incubo di Anna arriva a trasmettersi all’inconscio di lui, presentandosi anche durante il suo sonno seppur con qualche variante: il contadino diventa infatti un esattore delle imposte, mentre le sue parole francesi appaiono ora incomprensibili.

La telepatia onirica dei due amanti, così come gli incubi ricorrenti di Anna, sono un elemento appannaggio esclusivo del lettore che, in questo modo, viene portato a coltivare un misterioso presentimento di morte, capace di investire l’intera storia di un senso di apocalittica inevitabilità. Dal momento che l’orribile uomo dalla barba arruffata viene infatti sognato da entrambi, esso arriva a trascendere il solo destino di Anna, per diventare la paurosa creatura a comando della sua vita erotica, l’archetipo sinistro del suo amore per Vrònskij.

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Ci si chiede, tuttavia, chi sia ad inviare questi sinistri presagi, questi rintocchi funebri sulla Terra. Si tratta forse del Dio biblico della vendetta, invocato da Tolstoj già nell’epigrafe del romanzo? Oppure del diavolo tentatore, secondo quella che era la prima stesura della storia? In realtà, probabilmente, non si tratta di nessuno dei due. E’ verosimile, infatti, che l’autore attraverso gli incubi di Anna non volesse rappresentare nessuna realtà spirituale, ma solo costruire un simbolo muto a cui il lettore potesse fare costante riferimento. E’ così che il miserabile muzík, capace di terrorizzare a tal punto la nostra protagonista, diventa nient’altro che uno gnomo ripugnante, un piccolo demone emerso dal folklore, generato con il solo fine di incarnare l’ineluttabile forza maligna che agisce nel nostro universo, il cui unico scopo è perseguitare le poche creature di gioia e di luce.

Secondo i dettami di questa sottilissima sotto-trama simbolica, cesellata con estrema attenzione dall’autore, anche i due “mariti” di Anna, Karénin e Vrònskij, arrivano ad assumere un ruolo fortemente indicativo, finendo ad un certo punto per occupare due luoghi opposti e speculari nella vita della protagonista.

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Per quanto riguarda Aleksjéj Karénin, fin dal principio Tolstoj arriva a tratteggiarlo con le sembianze di un uomo doloroso, incapace di vivere la propria vita se non in un perenne stato di senescenza; ai nostri occhi, egli sembra così aver da sempre avuto quell’apparenza spossata e malinconica e quelle mani bianche dalle vene gonfie, così come l’invidia per i forti, i sani e i sanguigni, ovvero per tutti gli uomini dal collo rosso e dalle fedine profumate come Vrònskij. D’altronde, per Aleksjéj Aleksàndrovic’ Karénin tutto il mondo infuocato e colorato dei sentimenti è foriero di spavento, e in particolare il dolore umano, con il fiore più appariscente delle lacrime, arriva a travolgerlo con estremo sgomento. Così, per poter sopravvivere e per non essere vinto dal turbine dell’esistenza, al marito di Anna Karénina non resta altro da fare che fingere davanti a tutti di essere morto.

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E’ con una specie di grandioso eroismo o di follia donchisciottesca che Karénin, infatti, decide di trasformare la sua intera esistenza in una gigantesca pratica burocratica, sulla quale far giacere innocui e spenti i riflessi della vita vera. Egli arriva così a concepire una sorta di sistema di sopravvivenza, fatto di oggetti ben disposti, di parole scandite e di ottimo materiale per scrivere, suddividendo il suo tempo con la rigida puntualità del battito dell’orologio – quello stesso orologio che, Bergson insegnerà, è in grado di portare la fissazione e la morte sulla terra. Il suo stesso aspetto esteriore sembra quasi voler dimostrare a tutti gli uomini dal collo rosso come egli sia fatto di un’altra inscalfibile sostanza: lo vediamo infatti riunire le mani e far scrocchiare le giunture delle dita quasi si trattasse un automa di legno, oppure adottare un insopportabile tono canzonatorio nel tentativo disperato di reprimere qualsiasi sentimento umano. In realtà, come molti caratteri tolstojani, anche il ridicolo e grottesco Karénin oscilla fra estremi lontanissimi, dimostrando un campo di possibilità personali così vasto da essere in grado di diventare un altro uomo. Chi suscita in lui questo istinto di contraddizione è proprio la moglie Anna, che per tutto il romanzo agisce come la forza capace di ridestare i vivi dal sonno dell’esistenza, per poi spingerli drammaticamente verso le latitudini estreme del proprio essere.

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Nel caso specifico di Karénin, ciò accade nel momento in cui Anna, che sta morendo di febbre puerperale, si ritrova a magnificarlo con tenerezza commossa e incantata, proclamando che proprio lui, quel marito noioso, burocratico, incartapecorito, con le mani scricchiolanti e le orecchie appuntite, è in realtà un uomo buono, un santo addirittura. A quell’improvviso contatto con il cuore dell’esistenza, Karénin si risveglia: accade così che colui che appariva il primo feroce detrattore la vita, arriva al contrario a riscoprirla, mentre un commosso sentimento di perdono gli riempie l’anima. E’ a questo punto che Tolstoj colloca quello che forse è il vero culmine del proprio romanzo, rappresentando i suoi tre personaggi oltre al limite psicologico che da sempre li teneva imprigionati: la vitale Anna in punto di morte, Vrònskij in lacrime come un bambino e Karénin elevato alla santità dal proprio amore assoluto.

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E’ lecito dunque chiedersi cosa accadrebbe se tutto continuasse così, se quell’esistenza a tre, che persino Anna non osava implorare nei propri sogni colpevoli, avesse un seguito. Purtroppo, non lo sapremo mai. Come accade sempre nei libri di Tolstoj, infatti, nessuno dei tre personaggi riesce a reggere all’altezza del proprio culmine, finendo di nuovo per essere risucchiato dal quotidiano. Anna riscopre infatti la propria ripugnanza verso il marito, mentre la forza volgare e selvaggia del mondo crocifigge Karénin e il suo cuore lacerato. Egli, alla fine di tutto, si ritrova così completamente solo, ricoperto di vergogna, deriso e disprezzato da tutti, ancorato per disperazione ad un’ipocrisia spirituale che, ben presto, sarà destinata a diventare ripugnante.

Secondo una delle tante intime corrispondenze care alla mente tolstojana, Vrònskij appare invece quale l’esatto opposto della figura Karénin; l’autore ha così la possibilità di condurre i lettori fuori dal mondo sclerotico e polveroso del marito, per farli avvolgere dall’eleganza, dal savoir-fair e dall’incantevole candore aristocratico che l’amante diffonde dalla sua persona come un profumo.

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Se da una parte Karénin sembra non avere un corpo, Vrònskij, al contrario, vive lietamente del proprio, non esitando ad assecondarne con gioia anche i più bassi e volgari appetiti. In virtù di ciò, come nel caso di Lévin, egli possiede uno stretto rapporto con la natura e gli animali, in particolare con Frou-Frou, una cavalla snella dal nome di una ragazza leggera, a cui Vrònskij si rivolge come se parlasse ad un’amante. Quest’uomo apparentemente equilibrato e ordinato è infatti attratto morbosamente dalla passione amorosa, che sembra chiamarlo a sé da un universo ignoto e desiderato, a cui però non è  in grado di accedere. Nonostante il suo atteggiamento da uomo di mondo, infatti, Vrònskij non ha ancora conosciuto la vera essenza drammatica della realtà, di cui ha invece compreso ogni aspetto terreno e razionale. E’ così che la poderosa passione di Anna arriva a condurlo oltre i confini del proprio Io, in lande inesplorate che egli non sarà più in grado di controllare con i semplici codici della vita mondana.

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Durante la corsa di Kràsnoje Selò, Vrònskij per troppo ardore spezza le reni a Frou-Frou, che come un uccello ferito a morte arriva a dibattersi a terra ai suoi piedi. Allo stesso modo, quando Anna è malata, travolto dall’amore, dalla disperazione e dal dolore di averla perduta, prende la rivoltella, la poggia sul cuore e, ormai fuori di sé, preme il grilletto. E’ così che, senza volerlo, anch’egli penetra nella dimensione tragica dell’esistenza. Tuttavia, la sorte di Vrònskij è identica a quella di Karénin: nello stesso modo in cui il marito arriva ad allontanare da sé il proprio slancio cristiano, anche l’amante giunge infatti a condannare il proprio tentativo di suicidio, cancellandolo dalla mente per riprendere le proprie triviali abitudini. Non solo: egli cerca anche di trasformare la violenza terribile di Eros per ridurla a una normale e tranquilla relazione coniugale. Qualcuno, tuttavia, arriverà a punirlo terribilmente per questo: non riuscendo infatti a comprendere la natura tragica della sua amata, Vrònskij sarà il primo responsabile della sua terribile morte.

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Quando Anna e Vrònskij iniziano a vivere insieme, essi si dimostrano assolutamente incapaci di creare quell’intima complicità familiare da loro tanto desiderata: l’Eros tragico, infatti, non può tollerare di essere trasformato in virtù quotidiana. Tolstoj, spietato, arriva ad enumerare l’elenco delle loro colpe: così come Vrònskij inizia a fare il pittore dilettante, allo stesso modo anche Anna si ritrova a compiere azioni dilettantesche pur di alleviare la propria angoscia. Proprio lei, che ha amato così disperatamente la verità, arriva infatti a creare intorno al suo amore una corte falsa e irreale, a cui per prima non è però in grado di partecipare. Ella non può e non vuole diventare di nuovo moglie, madre e padrona di casa, finendo così per assumere il ruolo di una bellissima cortigiana amorosa che, consapevole delle proprie arti, arriva a sedurre costantemente Vrònskij e ad attirare a sé le attenzioni di altri uomini, solo per dimostrare a se stessa e al mondo di poter ancora essere amata.

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Da un lato, Anna vuole che tutti i pensieri e i sentimenti di Vrònskij siano concentrati su di lei: vuole assorbire il suo amore, smembrarlo e inghiottirlo nel proprio grembo, annullandone la volontà per poi tesservi attorno la propria amorosa tela di ragno. Dall’altra parte Vrònskij, appagati i suoi desideri, giunge a conoscerne la conseguenza più diretta: la malinconia. A poco a poco egli arriva così ad allontanarsi da quell’amore divenuto troppo vischioso e pesante, per ricostruire attorno a sé la sua antica vita quotidiana fatta di club, di corse, di affari e di politica. E’ così che Anna e Vrònskij, un tempo protagonisti di un’unione così profonda da arrivare a condividere gli stessi sogni, iniziano ora a percepire l’orrore della troppa vicinanza e l’eccesso d’identificazione,  elementi che, inevitabilmente, porteranno con sé anche la repulsione reciproca.

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Sottoposta a questa immane tensione, fragile e delicata come la cavalla Frou-Frou, Anna non regge. Prende così l’abitudine di socchiudere gli occhi, come se stesse osservando qualcosa di lontano, ma in realtà solo per non riconoscere ciò che le sta vicino: la perdita del figlio avuto da Karénin e, forse, la futura perdita di Vrònskij; ella cerca così di essere cieca, per non distruggere quella precaria felicità ormai rimastale. Ma chiudere gli occhi non basta, poiché tutti i pensieri repressi sono comunque destinati a riaffiorare nel sonno e nelle varie manifestazioni dell’inconscio; è così che ella inizia a servirsi della morfina e dell’oppio, implorando per una breve remissione della coscienza almeno nelle ore notturne.

Anna inizia ad avere sempre più paura di se stessa: sente la nevrastenia soffocarla e teme quella follia che le fruga nell’animo. Tuttavia, come ogni grande eroina tragica, invece di mitigare le proprie passioni, ella le istiga, le provoca, avvelenando deliberatamente il proprio cuore pur di riuscire a “vedere”. «Io sento che precipito con la testa in giù in un abisso, ma che non devo salvarmi, e che non posso», dirà al fratello, forte di una tenacia e di una volontà di conoscenza che non la abbandoneranno mai fino alla morte. Ormai Anna è totalmente sola: tutti l’hanno lasciata, Vrònskij è più distante che mai, e nemmeno Stiva, che per tutta la vita ha mediato fra persone e cause impossibili, riesce a fare qualcosa per lei. Qualsiasi conciliazione, infatti, è ormai impraticabile: tutto deve essere condotto all’estremo punto di lacerazione.

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Anna sale sulla propria carrozza e dal finestrino inizia ad osservare con terribile lucidità quella che è la vita intorno a lei, fatta di nient’altro che di bassi appetiti, «se non confetti, almeno gelato sporco», e odio, odio, odio, che arriva a nascondersi senza fine nelle case e nei cuori degli uomini. Viene da chiedersi chi sia, in questo momento, Anna Karénina: se sia solo una donna isterica, avvolta nelle tenebre, che sta per gettarsi sotto un treno, oppure una veggente. Di certo, ella è  disperata; eppure è proprio in questo suo delirio da Cassandra inascoltata che, in qualche modo, Anna diventa capace di vedere la verità sul mondo e sugli uomini. Mai come in questo momento, infatti, la protagonista parla a nome del proprio autore, al punto tale da condividerne i pensieri più intimi e gli sguardi più spietati. Per la prima volta, attraverso il delirio della sua creatura prediletta, Lev Tolstoj arriva infatti a scatenare il proprio mostruoso odio verso il mondo, lo stesso che avrebbe poi trionfato nella `Sonata a Kreutzer`, abbandonando invece per sempre quell’amore assoluto che, in `Guerra e Pace`, lo aveva condotto ad abbracciare l’intero universo come il prodotto di Dio.

Giunta alla stazione, Anna arriva infine a proiettare il suo delirio nello spazio deforme e vacillante della realtà. Scorge così un muzík sudicio e dai capelli arruffati passare a fianco del suo finestrino, terribilmente simile all’uomo rimasto schiacciato sotto il treno il giorno del suo primo incontro con Vrònskij. Tutto, a questo punto, le appare compiuto: i suoi incubi e i due uomini le hanno infatti preparato il cammino, e ad Anna non resta altro che gettare via il suo sacchetto rosso e buttarsi sotto le ruote di un treno nella piccola stazione di Obiràlovka. Accade però che, nell’attimo estremo, mentre qualcosa di enorme e di inesorabile arriva a trascinarla per la schiena, ella assiste alla propria visione definitiva:

«E la luce alla quale leggeva il libro pieno di ansie, di inganni, di dolore e di male, s’infiammò d’un bagliore più vivido che mai, rischiarando tutto quello che prima era nelle tenebre; poi cominciò ad affievolirsi e si spense per sempre»

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Cosa svela ad Anna quest’ultimo, crepitante bagliore di candela? E’ forse la rivelazione dell’essenza o dell’assenza di Dio? La parola ultima sull’amore e sull’odio? Oppure la verità sulla vita e sulla morte? Nessuno è in grado di saperlo, poiché Tolstoj stesso è il primo ad ignorarlo. Mentre in `Guerra e Pace` era infatti il lettore a vedere una luce discendere dal cielo per illuminare la continuità divina della realtà, in `Anna Karénina`, al contrario, il bagliore scocca solo quando la vita e la morte, la pre-esistenza e l’esistenza giungono ad incontrarsi. Solo in questi brevissimi momenti di passaggio, infatti, la coltre di tenebre del mondo si dirada, liberando un lampo brevissimo che, tuttavia, solo i morenti o i neonati sono in grado di vedere. Ed è proprio su questo impalpabile spiraglio di luce che, infine, Tolstoj decide di edificare l’intera architettura di `Anna Karénina`.

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Nel bagliore di un lampo rivelatore  si conclude così il romanzo di Anna, un libro chiuso, che vede il proprio inizio nella stazione di Mosca, in occasione del primo incontro con Vrònskij, e che si chiude in un’altra stazione, quella di Obiràlovka, teatro del suicidio della protagonista. Un presagio della prima scena arriva così ad anticipare l’ultima, mentre tutto il racconto è nella sua interezza percorso da numerosi simboli e richiami. Il treno e le rotaie, ad esempio, sono elementi sinistramente ripetuti in tutti i passaggi chiave della storia, così come il nome di tutti i personaggi è distinto dalla lettera “A” –  Anna Karénina, Aleksjéj Vrònskij e Aleksjéj Karénin –, una sorta di segno indelebile che Tolstoj decide di apporre alle loro vite e che, a sua volta, riporta alla memoria il simbolo di adulterio, quella “lettera scarlatta” che Hester Prynne portava cucita sul corpetto del proprio vestito.

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A fianco delle vicende di Anna, tuttavia, l’autore decide di tessere le file anche di un secondo romanzo, che vede invece come protagonista Konstantín Lévin e che, a differenza del precedente, risulta quanto mai espanso e distensivo. Si tratta infatti di una struttura completamente aperta che, dopo aver preso il via da un punto qualsiasi dell’intreccio, termina nel più semplice dei modi, con un avvenimento minimo a cui potrebbe essere sostituita un’altra infinità di eventi minimi. Ciò accade poiché il romanzo di Lévin, a differenza di quello di Anna, non è affatto un libro del destino, che sembra invece disinteressarsi completamente di lui, del suo amore, dei suoi progetti agricoli e dei suoi pur dolorosi tormenti spirituali. La straordinaria bellezza di `Anna Karénina`, in fondo, risiede anche in questo: in un’architettura compatta e autoportante che  giunge a perdere se stessa in un’altra forma, dotata al contrario della labile continuità della vita.

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L’autore di un grande romanzo è, insieme, sia presente che assente in ogni pagina del proprio libro, nei lineamenti dei suoi personaggi così come nei paesaggi che essi popolano; il luogo in cui abita è infatti la totalità del romanzo, di cui è in grado di decifrare l’infinita complessità di intrecci e di concatenazioni interiori. Questo fatto è estremamente evidente per Tolstoj che, tuttavia, in `Anna Karénina` non è mai tanto presente sulla scena come quando a prendere la parola è Konstantín Lévin. Si tratta infatti di un personaggio capace di riassumere in sé molte delle esperienze giovanili del suo autore, presentandosi inizialmente come un uomo timido e dispettoso, talvolta ostile e litigioso, ma anche orgoglioso, goffo e geloso. E’ proprio grazie a Lévin che Tolstoj riesce infatti a oggettivizzare e a distanziare la propria giovinezza, gettando una luce quanto mai tenera e derisoria sull’insopportabile moralista che un tempo era stato.

Inizialmente introdotto come una specie di atleta buffonesco, anche nella redazione definitiva del romanzo Lévin si presenta agli occhi del lettore come la voce della disarmonia e della frattura, a fronte di quella che invece è l’armonia tragica e soave di Anna Karénina. Se Anna, infatti, possiede l’istinto naturale alla felicità, un carattere eccessivamente spigoloso impedisce all’altro di essere veramente felice, tranne che per brevi e intensissimi lampi di vitalità sfrenata. E’ tuttavia proprio quest’anima tormentata e capricciosa a permettere a Lévin di comprendere a pieno tutte le lacerazioni e le contraddizioni della vita umana, elementi che finiscono irrimediabilmente per sfuggire alle nature medie ed equilibrate come quella di Vrònskij.

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Di per sé, Lévin non si ama affatto. Quando pensa alla sua persona viene infatti preso da un invincibile scoramento: «C’è qualcosa di sgradevole e di scostante in me. Chi sono io? Che cosa sono? Un uomo da nulla, che non è necessario a niente e a nessuno!». Lévin si odia proprio perché si percepisce disarmonico e frammentario rispetto al mondo circostante, proprietario di una mente incredibilmente tortuosa e mutevole, incapace di concedergli la pace tanto desiderata.  Accade quindi che la debolezza e l’insicurezza del suo Io arrivino talvolta a rovesciarsi all’esterno, in un’aggressività acre e dolorosa, in un rancore disperato verso il mondo che ai suoi occhi assume le sembianze di un’immensa menzogna creata apposta per offenderlo.

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Forse Lévin si sarebbe perduto se, in fondo, non avesse conservato l’incanto tipico della prima giovinezza. Come un ragazzo, infatti, egli vive una vita profondamente fisica: le sue sensazioni sono immediate e violente e, allo stesso modo, i suoi pensieri esplodono al pari di irradiazioni psicofisiche. Lévin è intero, corpo e spirito, in tutto ciò che sente, un solo fuoco di passione e di energia, che ora si concentra in un punto, ora si disperde  in tutte le dimensioni. Il mondo dell’abitudine e dell’insignificante non esiste per lui, poiché, come Tolstoj, egli vive per cogliere nella realtà una serie inesauribile di epifanie. In questi momenti di esaltazione, identici a quelli che assalivano l’autore da giovane, Lévin giunge infatti a conoscere la benedizione intermittente della felicità: un sangue ardente inizia così a scorrere nelle sue vene, mentre il cuore, gioioso e estatico, sembra poter mettere le ali e balzare al di là del tempo.

Forte di una personalità a tal punto passionale, la ricerca amorosa finisce per condurre Lévin in una direzione completamente opposta a quella sperimentata dalla spirituale Anna. Come Tolstoj da giovane, infatti, egli è posseduto da una sorta di ossessione edipica, che lo porta a vedere il proprio matrimonio come il rinnovarsi di quel sogno luminoso che era stata la vita familiare dei suoi genitori. La figura della sua futura moglie, pertanto, assume per lui le sembianze di quell’«ideale delicato e santo di donna che era stata sua madre». Ed è proprio attorno a questa strenua e utopica ricerca di felicità che la vita di Lévin arriva a fissarsi e ad immobilizzarsi completamente.

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La prima, provvisoria cristallizzazione dell’amore di Lévin è innanzitutto collettiva. Come un bambino, egli infatti si innamora dell’intera famiglia Scerbàtskij, al punto che tutto quanto avviene al suo interno finisce per essere avvolto da un poetico velo di nebbia. Dopo aver amato la casa, la servitù, il padre e la madre, il sentimento di Lévin arriva tuttavia a concentrarsi solo sull’incantevole figura della figlia minore, Kitty, capace ai suoi occhi di emanare lo stesso fulgore di una rivelazione religiosa. E’ con intensa commozione che Tolstoj arriva così a descriverci il processo di innamoramento del suo protagonista, al quale, in un pomeriggio d’inverno, l’amata compare abbagliante e irraggiungibile al pari di un sole splendente. La luce di Kitty arriva letteralmente a bruciare il cuore di Lévin, provocando in lui lo stesso sentimento di gioia, di ansia e di timore tipico dell’iniziato ad un nuovo culto; egli non osa neppure avvicinarsi, tanto la creatura che ha di fronte appare ai suoi occhi sacra e intoccabile. Tuttavia, progressivamente, il sole ardente di Kitty si attenua: ella infatti gli si avvicina, gli sorride e gli parla, tramutando la propria visione estatica nel profondo e timido palpito di un sentimento d’amore.

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Se da una parte Anna rappresenta il bagliore entusiastico e prorompente dell’Eros, Kitty, al contrario, viene descritta da Tolstoj come il quieto e rassicurante lume dell’esistenza familiare. Nel lieve tremito delle sue labbra, così come nell’umore che le vela gli occhi, vi è infatti qualcosa di irreparabilmente fragile, che la conduce a rifugiarsi nel nido ben protetto dell’amore familiare. Certo, il delicato sentimento di Lévin e di Kitty non sembra neppure paragonabile alla passione travolgente di Anna e Vrònskij, capace di fondere i loro corpi nella fiamma di un unico incendio senza parole. Il loro amore possiede infatti una tenerezza che sembra aver dimenticato il richiamo erotico, per divenire qualcosa di così leggero e fragile da dover essere raccolto e protetto con ogni attenzione. Eppure, al contrario di tutti gli altri, Lévin e Kitty sono anche portatori di una forza invincibile che, in caso di bisogno, li rende capaci di ricomporre con cura il proprio sentimento, dando vita ogni volta ad un’unità spirituale più solida e prospera.

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E’ così che, dopo un inizio difficile, per Lévin e Kitty principia quella che Tolstoj rappresenta come la vera felicità familiare. Di certo non si tratta del momento incantato che Lévin aveva conosciuto la mattina della richiesta di matrimonio – un’estasi momentanea che, per sua natura, non è destinata a durare – ma piuttosto di una piena e ricca soddisfazione, capace di sorreggere con la sua compiutezza l’intera vita quotidiana. Se dapprima infatti Lévin era costretto a scrivere e a lavorare per scacciare da sé le tenebre dell’esistenza, ora queste stesse occupazioni gli sembrano indispensabili affinché la vita stessa non gli appaia troppo uniformemente luminosa. Kitty, da parte sua, come un delicato uccellino si adopera per edificare il proprio nido, diventando prima moglie e poi madre, e acquistando via via una solidità e una sicurezza inaspettate; la vediamo così impugnare le chiavi della massaia, adornare le stanze e organizzare la dispensa con invulnerabile grazia, senza mai perdere quella fiducia e quella soavità con cui, fino a poco tempo prima, incedeva sicura nei salotti dell’alta società.

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Intorno all’idillio coniugale di Lévin e Kitty, fatto di piccoli gesti e di una pigra e rassicurante felicità, Tolstoj arriva poi a disporre l’ultimo inno dell’Europa agreste. Accade infatti che, in un tempo in cui il rapporto con la natura appare irrimediabilmente lacerato, la famiglia di Lévin sembra la sola a poter ancora conservare gli antichi e immutabili ritmi vitali. L’autore in prima persona vive e si nutre di questo piccolo mondo antico, descrivendone con esattezza anche i più minuti particolari: dall’odore di muschio dopo la pioggia allo scricchiolio del legno dell’isba nelle notti d’inverno, dal sordo rimestare della servitù in dispesa al brontolio sconnesso della vecchia Agàfja Michàjlovna, custode dell’antico spirito agreste, intenta a cucinare la marmellata di fragole. Ogni dettaglio ai nostri occhi appare oltremodo incantevole, eppure, allo stesso tempo, percepiamo l’ombra di una minaccia; viene infatti naturale chiedersi cosa di tutto ciò che vediamo sia davvero destinato a durare, e per quanto ancora la tumultuosa vita della campagna russa potrà resistere prima di scomparire per sempre. Da parte sua, Tolstoj sembra perfettamente cosciente del tragico incombere della fine: egli osserva infatti quell’irriducibile bellezza consumarsi sotto i suoi occhi e tale dolorosa consapevolezza lo porta a tesserne un ritratto incredibilmente toccante.

Al pari del suo autore, anche Lévin appare perfettamente consapevole di come quel mondo incantato in cui è sempre vissuto stia ormai per svanire e, alla luce della sua irrimediabile rovina, viene colto dal lacerante pensiero della morte. L’ombra oscura dell’oblio arriva così a stagliarsi sopra la sua vita, dominandone ogni aspetto e portandolo a scorgere ovunque il presagio della fine: nei corpi vivi e amati che lo circondano, nel cavallo pezzato che trascina il ventre a fatica, nel contadino con la barba ricciuta e persino nella giovane fanciulla dalla giacchetta rossa, che con grazia raccoglie le spighe dall’aratro.

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Il primo vero incontro di Lévin con la morte, tuttavia, avviene solo nel momento in cui il fratello Nikolaj, malato di tubercolosi, lo chiama per assisterlo in un’anonima cittadina di provincia. E’ con ferocia dostoevskiana che Tolstoj arriva così a plasmare davanti ai nostri occhi quel terrificante luogo senza nome, una bettola equivoca e sporca, ricoperta di sputi e dominata da un lezzo soffocante; c’è un soldato con una divisa sudicia a fare da portiere, mentre il continuo e affaccendato via vai di persone dalle stanze ci rammenta come lì accanto vi sia una stazione, evidente simbolo di morte e rovina. La camera dove giace Nikolaj, d’altro canto, è ancor più piccola e sporca: il moribondo è disteso sul letto sudicio, la mano enorme poggiata sopra le lenzuola del tutto simile a un rastrello, ancora incomprensibilmente attaccata al braccio gracile e sottile quanto un fuso. Questo semplice particolare fisico, attraverso cui la sobrietà tolstojana cede il passo alla violenza di una deformazione inaudita, è capace di incuterci terrore, suscitando in noi lo stesso orrore vitale che Anna prova nei confronti del muzik dei suoi incubi. E’ proprio a questo punto, infatti, che le storie dei due grandi protagonisti del romanzo arrivano a corrispondersi perfettamente: se da una parte Anna viene difatti condotta dalla passione erotica alla più tragica delle fini, dall’altra anche Lévin, che combatte il proprio terrore esistenziale tramite il pensiero e la filosofia, è destinato a conoscere la sconfitta.

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Accade tuttavia che, in un giorno qualunque, mentre è intento alle sue occupazioni quotidiane, Lévin si ritrova ad ascoltare le parole risolute di un suo muzík: «Fokànic’ è un vecchio veritiero. Vive per l’anima. Si ricorda di Dio». Questa semplice affermazione, pronunciata quasi per caso, improvvisamente risuona nelle sue orecchie con la stessa potenza di una sentenza rivelatrice: nuovi pensieri, mai sperimentati prima, giungono così in folla ad attraversagli la mente, mentre nella notte interminabile della sua anima la natura divina arriva ad apparirgli con indicibile chiarezza. All’improvviso, nella sua totale assenza di speranza, nella desolazione religiosa che continua ad avvolgerlo, Lévin realizza il principio unico della morale cristiana: vivere non in funzione dei propri bisogni, ma in funzione di Dio. Egli si rende infatti conto di come il vero Bene non sia altro che un assurdo etico, un qualcosa di astratto che nessuno potrà mai definire, ma anche l’unico miracolo davvero possibile. Avviene così che, ancora una volta, il culmine di `Anna Karénina` si presenta agli occhi del lettore in uno spiraglio impalpabile, in una fessura paradossale che, solo per un momento, conduce uno dei suoi personaggi a scorgere qualcosa di ultraterreno. Ciò che ne deriva, tuttavia, è molto diverso: se da una parte, infatti, la giustizia letteraria  porta Anna ad affondare nella notte e nell’orrore, allo stesso modo essa permette a Lévin di continuare a vivere nel fugace bagliore della rivelazione.

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Alla luce di tutto questo, il finale del romanzo appare estremamente esemplificativo. Tolstoj racconta infatti che, mentre le nuvole estive avanzano rapidamente verso la casa padronale, in un turbinio oscuro capace di nascondere il sole come in un’eclissi, la famiglia di Lévin risulta dispersa. All’improvviso, tutto pare infiammarsi: la terra prende fuoco, la volta celeste si squarcia e un fulmine colpisce la cima di una grande quercia, sotto la quale Lévin è convinto siano raccolti Kitty e il suo bambino. Tuttavia, la sua angoscia ha breve durata: la moglie e il figlio sono infatti salvi all’altra estremità del bosco e, sorridenti, gli corrono incontro con aria innocente e colpevole; nel frattempo, la cortina bianca della pioggia, con la stessa rapidità con cui era venuta, lentamente scompare.

Le ore passano e cala la sera: un altro solitario lampo illumina il volto gioioso di Kitty, per poi spegnersi e lasciare di nuovo spazio alle stelle. Ella è sulla veranda, intenta ad osservare il marito con indicibile tenerezza, chiedendosi quali profonde riflessioni provochino in lui quell’aria così pensosa; rinunciando per l’ultima volta a toccare con le parole l’inesprimibile, la ragazza decide infine di affidargli una piccola incombenza domestica: «Ecco, Kòstja: fammi un piacere. Va nella stanza d’angolo e guarda se hanno preparato tutto per Serghjéj Ivànovic’. Che vada io non sta bene. L’hanno messo il portacatino nuovo?».

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Accade così che con discrezione, in un delicato gioco di simboli, Tolstoj sceglie di risolvere qualsiasi discussione esistenziale possibile nel miracolo lieve dell’esistenza quotidiana. A ben vedere, nessuna conclusione poteva essere più incantevole di questa, nessuna morale più confortante dell’assicurazione che il portacatino di Serghjéj Ivànovic’ è senza dubbio riposto nell’angolo giusto. Perché nonostante l’irriducibile consapevolezza che ancora, in futuro, altre nubi giungeranno dall’orizzonte per oscurare il sole e altri fulmini finiranno per abbattere altissime querce, allo stesso modo ognuno di noi può avere la certezza che, non per questo, la vita cesserà di esistere. In fondo, c’è la luce delle stelle e c’è la luce del volto di Kitty… E questo, per ora, può davvero bastare.

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