«Oh Captain, my Captain!» | A Robin Williams’ Tribute #2 • ` Good Morning, Vietnam` di Barry Levinson

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Riuscire a “far ridere” è un’impresa assai difficile da compiere, ma che, se svolta con coscienza, è in grado di trasformarsi nel più prezioso dei tesori. Situata all’incrocio tra il corpo e la psiche, tra il diabolico e il divino, la capacità di sorridere è infatti da sempre stata unica e stupefacente prerogativa dell’uomo, il solo fra tutti gli esseri viventi in grado di sbuffare, sogghignare e tremare, fino al punto da piegarsi e contorcersi letteralmente dalle risate. E’ così che fin dall’antichità il riso è sempre stato impiegato anche in qualità di arma, arrivando addirittura, attraverso la satira, ad attaccare lo status quo dei più potenti. Nessuno, infatti, doveva o poteva essere immune alla lama affilata del pensiero dissacrante, i cui effetti arrivavano a coinvolgere davvero tutti, dai poveri ai ricchi, dai dotti agli ignoranti.

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Pensando oggi alla comicità, con particolare riferimento al grande schermo, sicuramente vi sarà un nome che ricorrerà alla mente di tutti, ossia quello di Robin Williams, il cui genio umoristico e l’irresistibile capacità di divertire sono stati in grado di imprimere una traccia indelebile nella storia del cinema moderno. Che Robin Williams fosse un comico straordinariamente dotato, una sorta di bomba atomica della risata, non è stato mai oggetto di discussione: egli era agli occhi di tutti la gioia incarnata, una luminosa sfera di energia, uno spettacolo instancabile per gli occhi e per la mente. Fin dai suoi primi spettacoli di stand-up comedy, infatti, Robin Williams aveva dimostrato di possedere uno spirito umoristico incendiario e una verve inarrestabile, che lo rendevano capace di passare senza soluzione di continuità fra voci e personalità diversissime fra loro, sommergendo il suo pubblico con continui riferimenti storici e ondate di cultura pop.

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Eppure, come molti altri grandi comici stand alone, Robin Williams non si svelava mai: sembrava infatti voler sempre innalzare una sorta di muro fra se stesso e il pubblico, impedendo a chiunque di penetrare nella propria intimità. Durante i suoi spettacoli, egli si dimostrava così un vero e proprio camaleonte di talento, capace di assumere le sembianze di una serie sconcertante di maschere e di trasformarsi in qualunque cosa potesse far ridere il suo pubblico, ma senza mai permettere a nessuno di capire chi fosse veramente. La sua barriera era impenetrabile e, come Groucho Marx, egli sembrava utilizzare proprio la commedia come strategia ultima di occultamento personale.

D’altro canto, Robin Williams non nascose mai la verità, e parlò sempre apertamente delle proprie battaglie contro i demoni della cocaina e della tossicodipendenza, capaci di provarlo costantemente, o dell’alcolismo e della depressione che lo costringevano a continui ricoveri riabilitativi. Da questo punto di vista, non si trattava certo del primo grande comico capace di far scaturire il proprio umorismo dalla sofferenza, ma la particolare disparità fra i lati oscuri e quelli luminosi di Williams lasciava tutti a bocca aperta.

Molto spesso, tuttavia, entrambi gli elementi della sua personalità arrivavano a convivere all’interno dei suoi ruoli, in pellicole che lo portavano ad esprimere tanto le sue potenzialità comiche quanto quelle tragiche. Molte delle sue grandi interpretazioni, infatti, giocavano sul filo del rasoio, descrivendo personaggi alle prese con eventi tragici e sofferenze, oppure costretti loro malgrado a trascorrere la vita all’ombra del dolore o dell’abbandono. Inevitabilmente, era proprio in questi ruoli che Robin Williams splendeva maggiormente, al punto da trasformarsi in una sorta di pastore laico, un vero e proprio modello di riferimento per chiunque fosse allo sbando e alla disperata ricerca di una luce.

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Dal suo debutto cinematografico nel 1980 con `Popeye` di Robert Altman, Robin Williams apparve in altri cinque film, fra cui `Il mondo secondo Garp` di George Roy Hill e `Mosca a New York` di Paul Muzursky, senza però mai sfondare veramente. Certo, ogni pellicola in cui compariva aveva i propri lati divertenti o accattivanti, ma la sensazione condivisa era che una straordinaria risorsa naturale continuasse ad essere sprecata. Come il grande Genio blu di `Aladdin` – che non a caso diverrà uno dei suoi ruoli più dolci e iconici – Robin Williams sembrava una creatura onnipotente intrappolata in una lampada, costretta in involontarie catene che, irrimediabilmente, finivano per mortificare i suoi doni ultraterreni. Tuttavia, il desiderio di Hollywood di vedere grande e libero quello straordinario talento stava per essere esaudito, e l’occasione si presentò di lì a poco grazie all’ambizione di un regista, Barry Levinson, e al copione di un film inaspettato: `Good Morning, Vietnam`.

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Nessuno meglio di Barry Levinson poteva essere in grado di sfruttare un fenomeno al pari di Robin Williams, soprattutto grazie alla sua innegabile capacità di comporre pellicole contenenti la giusta dose di tragedia e di commedia. Levinson era infatti da sempre stato un culture della fusione dei generi, e aveva compreso come l’umorismo fosse l’ingrediente ideale per diluire anche le situazioni più drammatiche, stemperando la rabbia, la frustrazione e la perdita con una sonora risata. Il suo cinema, inoltre, era da sempre stato al servizio del soggetto e della parola, i mezzi che più si prestavano a svelare tutte le idiosincrasie e le contraddizioni umane, le quali, a loro volta, potevano essere impiegate come trama per un sotto testo politico più profondo. Scegliendo di dirigere `Good Morning, Vietnam`, tuttavia, il regista si apprestava ad affrontare una sfida ben più ardua di quelle incontrate fino ad allora, poiché il riso, questa volta, doveva fungere da accompagnamento ad una delle più atroci pagine della storia degli Stati Uniti, quella guerra che, ancora un decennio dopo, arrivava a bruciare con dolore e con vergogna l’animo degli americani.

L’ispirazione a compire una tale operazione si presentò grazie alla storia di Adrian Cronauer, un conduttore radiofonico che negli anni Sessanta si era ritrovato a prestare servizio presso l’American Air Force. Egli era di conseguenza finito ad operare proprio fra le paludi e il caldo afoso del Vietnam, dove la sua attitudine innovativa e il suo talento come speaker lo avevano portato a fare davvero la differenza.

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Il coinvolgimento di Adrian Cronauer con la comunicazione e i media risaliva ad un’età molto precoce, quando, figlio unico di un macchinista e di un’insegnante, era finito in televisione a suonare il pianoforte in una produzione di Pittsburgh per bambini di talento. Nel 1962, invece, egli era già uno studente a tempo pieno dell’American University di Washington, quando, con solo 11 ore di credito rimaste alla laurea, la commissione di leva lo costrinse ad esercitare la propria opzione di volontariato. Cronauer, costretto ad arruolarsi, decise quindi di prestare servizio presso l’Air Force, sperando che tale scelta gli avrebbe fornito più incarichi fra i quali poter attendere. Fu così che egli scelse di intraprendere la formazione di leva proprio come incaricato alle operazioni di trasmissione dell’esercito, il compito che più degli altri sembrava risultargli naturale.

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A metà degli anni ’60, le trasmissioni radiofoniche pensate per le forze armate statunitensi erano quanto mai banali e di routine, e prevedevano spesso e volentieri la diffusione di lezioni di formazione personale unite a notiziari soporiferi. Tutto questo non faceva altro che mortificare il virtuosismo verbale di Cronauer, che vide le proprie sorti risollevarsi solo quando fu trasferito in Grecia, per prestare servizio presso le truppe lì dislocate. Fu proprio in questo contesto che egli iniziò a plasmare il suo stile caratteristico, aggiungendo un po’ di intraprendenza e di movimento umoristico ad una programmazione altrimenti appiattita senza speranza sul conformismo verde pisello. Al termine di tale incarico, tuttavia, con ancora un anno di servizio da dover prestare, a Cronauer si presentò una scelta: ritornare negli Stati Uniti e continuare con le proprie lezioni di formazione, oppure ributtarsi nella mischia, di nuovo dietro a un microfono, per trasmettere in diretta alla comunità americana dislocata in Corea del Sud o in Vietnam. Egli scelse il Vietnam, dimostrando un tempismo davvero invidiabile, poiché, proprio poco prima del suo arrivo, l’incidente del Golfo del Tonchino giunse a cambiare radicalmente la portata del conflitto.

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Anche in Vietnam la radio militare, così come la televisione, tendeva a sottostare a regole e procedure estremamente rigide, con la diretta conseguenza che le trasmissioni erano davvero difficili da seguire senza sentire un impellente bisogno di dormire. La missione degli speaker era infatti quella di trasmettere messaggi pacati e rassicuranti, più che contribuire con il loro servizio a migliorare effettivamente il morale della comunità americana. Cronauer decise pertanto di nuotare contro corrente, sfidando una volta per tutte le convenzioni prestabilite, e di esordire in radio con uno stile di trasmissione moderno e irriverente, di fatto molto più simile a quello a cui i comuni cittadini degli States erano abituati. Egli fu così latore di una vera e propria rivoluzione equilibrata nel campo della trasmissione radiofonica militare, riuscendo a compenetrare con efficacia le esigenze più pratiche e impellenti con la propria fantasia verbale e con un divertito entusiasmo. Cronauer ovviamente finì per incappare anche nella resistenza dei suoi superiori e in generale di tutti coloro che temevano le conseguenze di un utilizzo troppo sovversivo della comunicazione radio, ma riuscì comunque a portare a termine con successo il proprio incarico.

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Terminato il servizio nella Air Force, Cronauer ritornò negli Stati Uniti e divenne conduttore per una piccola stazione in Ohio e, in seguito, direttore televisivo in Virginia. Il tempo passato in Vietnam, tuttavia, non era trascorso invano, al punto che egli decise di divenire imprenditore di se stesso e di raccontare a tutti quell’avventura che era stata capace di cambiargli la vita. Con l’amico Ben Mosè, anch’egli reduce, nel 1979 Cronauer decise così di scrivere una sceneggiatura sul suo lavoro come disk jockey in Vietnam, nella speranza di ricavarci una sitcom; il soggetto, tuttavia, benché apparisse vincente, fu rifiutato più e più volte dai produttori con la motivazione che la guerra, e quella guerra in particolare, non sarebbe mai e poi mai potuta divenire materia da commedia. La storia dell’intrattenimento, in realtà, dimostrava il contrario, e Cronauer non era certo un uomo disposto ad arrendersi. Il copione dell’episodio pilota girò così per lungo tempo di scrivania in scrivania, finché, per un capriccio del caso, non capitò fra le mani di un giovane Robin Williams alla ricerca del suo primo grande successo cinematografico. L’attore ne rimase estasiato e decise quindi di adoperarsi attivamente per realizzare il progetto di Cronauer sul grande schermo.

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All’epoca della sua uscita, nel 1987,`Good Morning, Vietnam` arrivava ad inserirsi in un’ormai già lunga serie di film dedicati alla guerra vietnamita, infestati dallo spettro del fatalismo o permeati da una cupa rappresentazione dell’inferno indocinese. A partire dell’epicità oscura di `Apocalypse Now`, infatti, un guazzabuglio di pellicole più o meno riuscite invase le sale cinematografiche, alcune in grado di segnare la storia della settima arte, come il malinconico `Cacciatore` o il colossale `Platoon`, e altre, al contrario, destinate a deludere il pubblico, come nel caso dello scadente `Hamburger Hill`. Alla fine degli anni ’80, tuttavia, il genere bellico ispirato al Vietnam sembrava ormai in declino, e fu un brutale Kubrick a segnarne la definitiva dipartita grazie a `Full Metal Jacket`, la pellicola-capolavoro che meglio di qualsiasi altra fu in grado di denunciare la follia militarista che aveva condotto l’America all’interno di quel conflitto suicida. Se però già Kubrick aveva avuto l’ardore di introdurre la componente dell’assurdo e del grottesco nella sua opera, fu solo con `Good Morning, Vietnam` che un regista ebbe il coraggio di virare drasticamente dal war movie alla commedia nera, ricavando così da quella pagina oscura della storia americana ancora nuove possibilità narrative e inediti risvolti politici.

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Di certo un film di guerra calibrato sugli accordi di una commedia drammatica era qualcosa che non si era visto molto spesso e, ad un primo giudizio, sembrava un azzardo non disposto a funzionare. Eppure, nel caso di `Good Morning, Vietnam` lo fece, e anche piuttosto bene. La pellicola di Berry Levinson, infatti, poco dopo l’uscita nelle sale, si rivelò uno dei film più popolari dell’anno e uno dei titoli più incisivi e accattivanti dell’intera decade degli anni ’80. Il lamentoso grido con cui Robin Williams introduceva il suo personaggio alla radio, e che dava il titolo al film stesso, divenne memorabile e si candidò a diventare uno dei tormentoni più iconici della sua carriera. A dire la verità, `Good Morning, Vietnam` doveva il suo grande successo proprio alla straordinaria interpretazione del suo protagonista, al punto che la sceneggiatura, completamente riscritta da Mitch Markowitz, era niente più che un canovaccio su cui poi Williams poteva scatenare le sue doti comiche. Mai come in questa pellicola, infatti, Robin Williams era stato grande e coinvolgente, irresistibile e dolorosamente umano, tanto nei suoi esilaranti monologhi on air quanto nei confronti del dramma della guerra.

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`Good Morning, Vietnam` ci catapulta a Saigon, nel 1965, durante i primi giorni del coinvolgimento americano, quando il conflitto era ancora eufemisticamente definito come una semplice “azione di polizia. L’esercito statunitense, tuttavia, si trova in Vietnam già dai primi anni ’60, ed è ormai prossima l’escalation militare che vedrà gli yankee appoggiare il governo meridionale contro il Vietnam del Nord, sostenuto a sua volta da Urss e Cina. In attesa che qualcosa accada, però, la maggior parte delle truppe si ritrova a trascorre il tempo libero nei bar a scherzare o a bighellonare con le prostitute del lungo, sintonizzandosi nel frattempo sulla radio delle forze armate, per ascoltare una programmazione dai toni pacati e solari, che ha il pregio di descrivere quel conflitto non più seriamente di quanto si farebbe per una sala giochi di pre-adolescenti.

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Già in un’ottima intro, Barry Levinson mira a rappresentare questo sistematico senso di occultamento della realtà, attraverso le voci calme e rassicuranti dei commilitoni occupati alla radio, impegnati a trasmettere notizie apparentemente senza senso, ma con un tono così rilassato da non far pensare affatto ad un contesto bellico. Allo stesso modo, la musica che viene diffusa via etere è calma, placida, quasi da sala d’attesa, niente di più eccitante di un brano di Mantovani o di Parcy Faith, con la parziale concessione di qualche ballata di Mr. Frank Sinatra.  Nel frattempo, negli uffici le telescriventi trasmettono incessantemente i lanci delle agenzie con le ultime novità dal fronte, le quali, tuttavia, prima di essere passate agli speaker, vengono sistematicamente controllate e censurate da due inquietanti gemelli omozigoti (Don e Dan Stanton). L’escamotage delle agenzie stampa verrà in seguito utilizzato più volte dal regista nel corso di tutta la pellicola, al fine di avvertire lo spettatore e di renderlo consapevole, prima ancora dei personaggi, di ciò che sta accadendo al di fuori delle porte della radio.

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Per ora, nulla sembra davvero poter turbare la placida routine dell’AFN , sebbene, in realtà, qualcosa stia davvero per cambiare: il generale Taylor, infatti, ha ascoltato per caso una trasmissione radiofonica di Adrian Cronauer per le truppe di Creta e, rimasto conquistato dallo stile acrobatico e buffonesco dello speaker, ha chiesto il suo trasferimento in Vietnam. Il Sergente Maggiore Dickerson (J.T. Walsh), sovrintendente alla stazione radio, è sconvolto dal fatto che quest’uomo venga assegnato come disk jockey senza il suo consenso, ma Taylor è irremovibile: Cronauer è straordinariamente divertente e sarà una manna dal cielo per il morale dei soldati. Le previsioni del generale sono infatti ben presto destinate a realizzarsi, quando, al suo primo turno di trasmissione, Cronauer esordirà gridando «Gooo-oooood Mornin’, Viet-naaaam!» e dando il via a un selvaggio monologo satirico costellato da una raffica di imitazioni, da Elvis Presley a Roosevelt E. Roosevelt, fino ad arrivare ad un’esilarante parodia del `Mago di Oz`. Il Tenente Hauk (Bruno Kirby), suo diretto superiore, è a dir poco indignato dal tono irriverente e canzonatorio dello speaker, e ancor di più dalle sue scelte musicali che spaziano dal rock al soul, e prevedono addirittura i Beach Boys! Le sue rimostranze saranno però destinate a cadere nel vuoto: fra le truppe, infatti, il nuovo stile di Cronauer ha un successo immediato, al punto che, in breve tempo, egli diventerà il DJ più popolare del Vietnam del Sud, guadagnando un enorme stuolo di fan tanto fra la fanteria quanto fra i locali.

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Dal momento in cui Adrian Cronauer si siede davanti al microfono, ogni pretesa di decoro militare o di rispetto delle autorità è destinata ad andare in fumo. Con le cuffie schiaffeggiate sulle orecchie, infatti, lo speaker passa sopra le teste dei suoi superiori e si rivolge direttamente ai soldati, non  tanto per blandirli con dosi di valium radiofonico, ma per scuoterli e farli divertire; è così che egli si sbizzarrisce, prendendosi gioco del tempo e delle gerarchie militari, dando però spazio anche a tutte le domande e le preoccupazioni di quei giovani uomini, i quali, molto spesso, non hanno neppure una vaga idea sul perché stiano combattendo.

«Il clima nella zona è oggi caldo e merdoso, e continuerà a essere caldo e merdeggiante nel pomeriggio. Domani caccosità intermittente alternata a pisciatine di provenienza nordica, e farà più caldo che nel culo di una vacca sacra di Calcutta!»

L’irriverenza di Cronauer è micidiale e non risparmia nessuno, da Nixon alle mode estetiche, e persino la guerra stessa è in grado di divenire oggetto della sua satira. La sua metodica è efficacissima poiché si spinge laddove nessuno aveva osato prima, prendendo in giro chiunque, e raggiungendo allo stesso tempo il cuore dei suoi ascoltatori.

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Dal canto suo, al microfono della radio, Robin Williams appare un uomo posseduto, pacificato, liberato. Potendo dare libero sfogo al suo talento attraverso l’improvvisazione, egli si lancia in esplosioni di vertiginosa dialettica, associando a raffica riferimenti alla cultura pop e alla politica, quasi fosse egli stesso una sorta di rete via cavo umana in preda a un vorticoso zapping. I suoi monologhi sono surreali, sfrenati, caleidoscopici, in grado di diffondersi a macchia d’olio nella mente e nel cuore degli ascoltatori, senza però mai arrivare a perdere un briciolo di brillantezza umoristica.

L’Adrian Cronauer plasmato da Robin Williams è quindi una sorta di irrefrenabile fumetto ambulante, uno straordinario comico capace di connettersi alle corde più intime dei suoi ascoltatori e di donare loro conforto nei momenti più fragili o nelle zone più delicate del fronte; eppure, a ben vedere, nessun’altra vera informazione ci viene fornita su di lui. Di Cronauer, infatti, nessuno è davvero in grado di dire da dove venga, cosa abbia fatto prima della guerra, quali siano i suoi sogni o cosa gli faccia più paura. Tutto il suo mondo sembra ridotto a semplice materiale per il suo spettacolo: che sia nei confronti di una bella vietnamita che passeggia per strada o dei suoi superiori ostili, infatti, Cronauer non fa altro che inanellare una battuta dietro l’altra, confezionando uno show infinito che dall’etere arriva a propagarsi nella vita vera, come se tutti fossero sempre impegnati a recitare sopra un palco e come se nulla fosse reale, nemmeno la guerra stessa. Ogni spettacolo, però, necessita di un conflitto per poter procedere, e nel caso di `Good Morning, Vietnam` tale conflitto arriva ad avere gli affascinanti occhi a mandorla e il dolce sorriso di Trinh (Chintara Sukapatana).

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Trinh è una giovane e bellissima ragazza vietnamita che Adrian vede spesso passeggiare per le strade di Saigon e di cui non può fare a meno di innamorarsi. Con l’impulsività che lo contraddistingue, egli un giorno decide di inseguirla, ma finisce per essere condotto presso l’aula di una scuola, dove volontari dell’esercito americano si impegnano a fornire lezioni di lingua inglese alla popolazione locale. Con uno dei suoi buffi stratagemmi, Cronauer riesce a prendere il posto dell’insegnante per entrare in contatto diretto con la ragazza, ma ad ostacolarlo trova Tuan (Tung Thanh Tran), suo fratello minore, che non ha nessuna intenzione di vedere la propria sorella insidiata da un soldato americano, per quanto sui generis. Dopo una breve ostilità, tra i due nascerà però una sincera amicizia, che porterà Adrian ad entrare in contatto con la vera cultura vietnamita, fino ad allora da lui completamente ignorata, e ad empatizzare con quel popolo silenzioso dalla straordinaria forza spirituale.

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Vedere uno yankee che insegna parolacce in slang ai suoi allievi, che assaggia a suo rischio e pericolo il piccantissimo cibo locale o che imbastisce partite di baseball con la frutta del mercato, è di certo piuttosto divertente… Ma non è la realtà. Per quanto Cronauer si prodighi per abbattere le barriere del razzismo e dell’ostilità, infatti, non si può certo dire che capisca veramente il suo giovane amico. Adrian, in realtà, non vede mai Tuan: non vede la sua storia, il suo dolore, e sottovaluta fortemente la sua vera identità e la sua possibile voglia di lottare contro quegli americani invasori che hanno sterminato il suo villaggio e la sua famiglia. E’ questo probabilmente il lato di `Good Morning, Vietnam` che conquista ancora oggi e su cui si basa senza dubbio il suo successo: Levinson, infatti, non vuole narrarci una semplice fiaba, dove è possibile distinguere gli eroi dai cattivi e il bene dal male; i suoi personaggi sono sempre sfumati e sfaccettati, a partire dal protagonista, che è allo stesso tempo irresistibile ed egoista, coraggioso ed egocentrico. Sarà infatti proprio questa sostanziale superficialità ad impedire ad Adrian Cronauer di capire ciò che gli sta accadendo intorno, fino al punto in cui vedrà il proprio “palco” prendere letteralmente fuoco.

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Oltre a rappresentare in maniera efficace quello che è il ruolo dei soldati americani all’interno del conflitto, `Good Morning, Vietnam` è  in grado di descrivere senza retorica anche l’altro lato della medaglia, quello rappresentato dai civili vietnamiti e dai vietcong. Anche la popolazione locale, infatti, appare in qualche modo scissa al suo interno, fra coloro apparentemente ignari della guerra che si sta combattendo e fra chi invece, come Tuan, ne è perfettamente consapevole. `Good Morning, Vietnam` ci traghetta così in un mondo composto da persone che vivono un conflitto senza sapere chi difendere o chi poter definire nemico, ed è proprio Cronauer il primo a non essere in grado di riconoscerlo: «Incontriamo notevoli difficoltà a trovare chi è il nemico. Chiediamo alla gente se è il nemico e se dice sì gli spariamo. Trovare il nemico è come andare a caccia con Ray Charles». Fu proprio l’impossibilità di riconoscere quali fossero i propri alleati uno dei principali motivi che determinò il fallimento della missione americana in Vietnam e che rese gli Stati Uniti colpevoli di crimini orribili nei confronti della popolazione locale. Allo stesso tempo, tuttavia, le gerarchie militari si impegnarono ad occultare tali crimini, trattenendo le informazioni e diluendo le atrocità della guerra, offrendo in cambio ai propri connazionali un’immagine distorta e completamente edulcorata della realtà.

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Il principale conflitto che Barry Levinson arriva a rappresentare, infatti, non è tanto quello combattuto con il napalm e le munizioni, ma quello più sottile e insidioso che vede come principali nemici la libertà e la consapevolezza del popolo americano. E’ proprio in questa guerra parallela che Adrian si ritrova a lottare, cercando con tutte le proprie forze di superare il muro della censura attraverso la cassa di risonanza del suo successo. Le sue trasmissioni giornaliere, infatti, sono virali, seguite e attese dai soldati, il cui morale è ottimamente preservato; eppure, nonostante questo, la sua insofferenza nei confronti delle gerarchie militari è destinata a crescere di giorno in giorno. Come si può, infatti, continuare a scherzare quando bombe esplodono nel mezzo di Saigon e a nessuno è concesso sapere? Come si possono mantenere i nervi saldi quando le gente muore senza ragione e le notizie vengono censurate in modo ignominioso dagli addetti del Pentagono?

«Ti sto dicendo che ho chiuso, Ed, ho chiuso con quelli che mi dicono cosa devo dire. “Questa notizia è ufficiosa, quel commento è troppo sarcastico”. Non posso neanche prendere in giro Nixon che è nato esclusivamente per essere preso in giro! E allora… Che si fottano!»

In questo senso, `Good Morning, Vietnam` è davvero un caso unico nella panoramica dei war movies, poiché è fra le poche pellicole in grado di rappresentare in maniera efficace la problematica della censura in tempo di guerra. Ovviamente all’epoca una parte delle notizie veniva omessa per un preciso scopo militare, ovvero per non compromettere la missione e la sicurezza degli uomini impegnati attivamente nel conflitto; eppure, allo stessa maniera, una censura sistematica e indiscriminata dei media poteva provocare effetti altrettanto disastrosi.

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Agli spettatori stessi viene così data la possibilità di analizzare quali conseguenze possa avere l’esercizio sommario del potere nel campo dell’informazione e di riflettere su quale deve essere la giusta linea di demarcazione fra il capriccio e la necessità. Per la visione del Sergente Maggiore Dickerson, ad esempio, il controllo delle trasmissioni radiofoniche deve essere assoluto, tanto nei termini dell’intrattenimento quanto in quelli dell’informazione, e la censura è il solo mezzo per ottenerlo. Al contrario, per il Generale Taylor la radio e il divertimento sono una valvola di sfogo assolutamente necessaria per i soldati, al fine di disperdere la pressione accumulata nei mesi di perenne guerriglia, e un richiamo all’umanità per tutti coloro costretti ad eseguire ordini spietati. Cronauer stesso sembra essere diviso fra due visioni completamente differenti del suo ruolo, che verranno messe in crisi nel momento in cui assisterà coi suoi occhi alla carneficina provocata da una bomba vietcong. Da quel momento, infatti, Cronauer non potrà più esimersi dal diffondere notizie di quella portata, anche se gli verrà vietato esplicitamente, al punto che il suo comportamento sovversivo provocherà un effetto domino e porterà, infine, al suo allontanamento dalle stazioni radiofoniche.

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Barry Levinson dirige un Robin Williams in stato di grazia, protagonista di un film delicato ed efficace, lontano dagli stereotipi della guerra e dalla xenofobia sempre latente in molta filmografia dedicata al Vietnam. Il complicato bilanciamento tra la verve comica dello scatenato protagonista e la cruda realtà del conflitto diventa in questo modo il vero punto di forza di un’operazione estremamente equilibrata, valorizzata inoltre da un notevole ritmo narrativo e da una serie di dialoghi scoppiettanti. D’altronde, proprio le antitesi e gli ossimori sono i leitmotiv di questa commedia di guerra: il tono è leggero, si ride molto, ma di una risata piena e a tratti sguaiata, perché a ben vedere nessuno dei protagonisti è in grado di sapere davvero se il giorno successivo potrà dire di nuovo “Good Morning” al Vietnam. E’ così che il regista non ci nega anche le scene di guerra vera, la devastazione e la catastrofe, accompagnate però da una delicata carezza musicale, quella celeberrima di  `What a wonderful world ` di Louis Armstrong, a ricordarci che la bellezza si può trovare ovunque, anche laddove sembra che né la gioia né la pace possano mai più arrivare.

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Lo stesso gioco di contrasti si può evincere dalla tecnica registica impiegata da Levinson, che vediamo fare largo uso di camere a mano al fine di infondere nella propria opera un’intimità insolita per un film di guerra. Frequentissimi sono però anche i campi lunghi, in grado di mostrare allo spettatore tutto ciò che sta accadendo nel contesto bellico mentre i personaggi si muovono sulla scena. Il direttore della fotografia, Peter Sova, offre infatti allo spettatore un look pulito e soleggiato dell’immagine, che si accompagna però a inquadrature precise e taglienti, in grado di trasmettere la sensazione di una narrazione leggera in quanto a toni, ma estremamente seria nei contenuti. E’ così che si susseguono immagini di camion, di elicotteri e di soldati, ma anche di manifestanti vietnamiti picchiati selvaggiamente dalla polizia o di civili prelevati dai bar per essere giustiziati sommariamente. A nessuna di queste immagini è data una peculiare rilevanza, nessuna enfasi è posta sui particolari, poiché tutto contribuisce a mostrare quella che è la realtà della guerra, capace di colpire e di travolgere anche coloro che se ne sentono sostanzialmente estranei.

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Per quanto riguarda il cast, sebbene Robin Williams emerga su tutti in qualità di vero e proprio leviatano della commedia, Levinson compie un’operazione molto sottile, circondando ed esaltando il suo protagonista con una serie di talentuosi caratteristi. Essi sono capaci di dare vita a personaggi che, non solo sono estremamente divertenti, ma anche complessi e riconoscibilmente umani, in grado di contribuire attivamente alla narrazione ostacolando o aiutando la rivoluzione operata da Adrian Cronauer. Forest Whitaker, in primis, in qualità del dolce e dinoccolato sidekick Edward Garlick, dimostra le doti attoriali che lo porteranno poi al successo grazie a `Bird`. L’alchimia con Robin Williams è infatti riconoscibile e i due daranno vita a numerose scene d’effetto, spaziando senza difficoltà fra il divertente e il sentimentale senza però mai risultare stucchevoli. Anche il parterre dei personaggi vietnamiti è quanto mai azzeccato, a partire dalla bellissima Chintara Sukapatana, che interpreta una delicata e affascinante Trinh, fino a Tung Thanh Tran, luminoso e vincente nei panni del fratello Tuan, sebbene quella di `Good Morning, Vietnam` sia la sua prima e ultima prova attoriale. Degno di menzione è senza dubbio anche Cu Ba Nguyen, indimenticabile nei panni di Jimmy Wah, proprietario dell’omonimo locale e irriducibile dandy dalle preferenze sessuali quanto mai singolari; il suo non è un ruolo enorme, ma ogni volta che appare sullo schermo è quasi impossibile non ridere.

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Ciò che tuttavia Barry Levinson è in grado di rendere nella maniera più efficace è la rappresentazione dei vari gruppi militari, tutti più o meno gravitanti intorno al microcosmo della stazione radio, ma portatori di visioni e credenze quanto mai diverse fra loro. I due principali antagonisti della narrazione sono infatti due membri della gerarchia dell’esercito, il Tenente Hauk e il Sergente Maggiore Dickerson – rispettivamente interpretati dai compianti Bruno Kirby e J.T. Walsh -, due personaggi aggressivi e superbi, indifferenti a qualsiasi morale e disposti a tutto pur di assolvere alla propria missione di vita e di guerra. Se Hauk è quasi imbarazzante nella sua pretesa di attenersi alle regole ad ogni costo, ricorrendo a stucchevoli acronimi e ad un umorismo puerile nel rapportarsi ai commilitoni, Dickerson è  invece spietato e determinato ad annientare Cronauer con ogni mezzo, al punto da mettere in pericolo la sua stessa vita. E’ interessante comunque notare come gli sceneggiatori di `Good Morning, Vietnam` non volessero demolire completamente il concetto di autorità attraverso figure esclusivamente negative; infatti, a creare una breccia nel muro opposto al liberalismo di Cronauer, vi sarà il Generale Taylor (Noble Willingham), nei panni di giudice morale delle vicende. Egli è fondamentalmente un conservatore dal cuore tenero, un repubblicano di larghe vedute, capace di essere allo stesso tempo amico intimo di Richard Nixon e di apprezzare la feroce satira anti-establishment del suo protetto.

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Al pari del Generale Taylor, gran parte dei soldati che avranno modo di conoscere e di rapportarsi con Adrian Cronauer lo supporteranno e condivideranno la sua lotta, al punto da perpetuare la sua eredità anche quando lo speaker sarà costretto a ritornare negli Stati Uniti. Dal canto suo, Cronauer imparerà sulla propria pelle quanto sia fondamentale non perdere mai il senso della realtà, soprattutto quando si ha a che fare con un popolo e un paese in guerra. Stando “on air”, infatti, si può raggiungere il successo e una certa forma di appagamento personale, ma non si può certo essere in grado di cambiare la sorte delle persone a cui teniamo. E’ così che al termine della pellicola vedremo il nostro protagonista completamente cambiato, mutato in un uomo meno spensierato, senza dubbio, ma più saggio e più profondo di quanto non fosse quello stralunato aviere di seconda classe approdato per la prima volta sul suolo del Vietnam. La guerra ha infatti asciugato in parte il suo sorriso, ma allo stesso tempo ha reso il suo umorismo qualcosa di molto più potente, uno strumento umanitario capace di cambiare veramente la sorte delle persone. Adrian Cronauer esce così di scena come un piccolo eroe, sempre estroverso e incontenibile, eppure con una sorta di nuova agrodolce integrità: il suo sguardo, infatti, che vediamo opaco e distratto all’inizio, ora risplende di una nuova e irriducibile luce.

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Guardare Robin Williams nei panni di Adrian Cronauer, scatenato sulle note di `I Feel Good` o lanciato in una delle sue improvvisazioni esilaranti, ci fa capire quanto oggi manchi, e manchi incredibilmente, a tutti noi. Nessuno come lui è infatti mai stato in grado di far convivere nei suoi ruoli la bellezza con la decadenza, la gioia cristallina e il puro dolore, trascinando lo spettatore in un mondo utopico che pure aveva tanto da dire sulla realtà. In `Good Morning, Vietnam` egli dimostra forse per la prima volta la matrice di questo suo grande talento, insegandoci nel frattempo come le bombe si possano sostituire con il rock’n’roll e come il razzismo, il sessismo e il colonialismo siano destinati a scomparire dietro la forza prorompente di una risata.  `Good Morning, Vietnam` è infatti un film fondamentalmente ottimista, che non accusa nessuno che non sia l’essere umano e la sua irrimediabile debolezza, dimostrando al contempo ai suoi spettatori come sia sempre possibile lasciare spazio ad un sorriso, anche quando non sembrerebbe esservi alcuna possibilità.

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