`Norwegian Wood` di Haruki Murakami • Fireflies

 photo TITOLO_zpsrolrk4rz.png

«I once had a girl, or should I say, she once had me».

Photobucket

Secondo un aneddoto ormai diventato consuetudine, John Lennon scrisse queste parole nella camera di un albergo di St. Moritz, dove si trovava in vacanza con la moglie Cynthia e l’amico George Martin, produttore discografico dei Beatles e canonicamente considerato il quinto membro del gruppo. La canzone, che sarebbe poi diventata la celeberrima `Norwegian Wood`, non era dedicata a nessuna donna in particolare, date le innumerevoli relazioni extra-coniugali che Lennon aveva in quel periodo e di cui Cynthia si trovava ancora all’oscuro. Eppure è proprio di un amore clandestino ciò di cui il pezzo parla e, in particolare, della notte trascorsa insieme ad una ragazza di gran lunga più interessata alla propria stanza di prezioso “legno norvegese” che alla passione del suo amante. E’ così che la mattina seguente, dopo aver dormito in una vasca da bagno,  il protagonista di `Norwegian Wood` decide di vendicarsi, lasciando l’appartamento della propria dolce metà a consumarsi fra le fiamme insieme al suo acre rancore.

L’ambiguità e la torbida confusione della canzone composta da John Lennon in quella lontana vacanza invernale, ricorrono come un’inquietante melodia anche in uno dei romanzi più celebri dell’autore giapponese Haruki Murakami, che da `Norwegian Wood` riprende persino il nome. La scelta di intitolare la propria opera come l’omonima canzone dei Beatles, infatti, permette a Murakami non solo di fare proprio il tema del primo amore e del ricordo bruciante di esso, ma di ricreare il fondo subliminale di un’epoca, i tardi anni sessanta, capaci di emergere dalle pagine del romanzo in una polifonia di simboli e di suoni.

Photobucket

Da questo punto di vista, nonostante le proteste dello stesso Murakami, `Norwegian Wood` può senza dubbio essere considerato  il suo racconto più autobiografico. Figlio di un sacerdote buddhista e nipote di un mercante di Osaka, il giovane Haruki, infatti, raggiunge la grande capitale Tokyo proprio alla fine degli anni sessanta, nell’epoca del grande miracolo economico e dell’acme del movimento di protesta giovanile. Poco interessato alla politica o alla rivoluzione, è in questo periodo che Murakami inizia a sviluppare una viscerale passione per la narrativa post-moderna, la musica contemporanea e la cultura occidentale, tutti elementi che ricorreranno costantemente fra le pagine dei suoi romanzi. Cruciale è in particolare il 1974, anno in cui, dopo aver abbondano l’università, decide di aprire insieme alla moglie Yōko un jazz bar chiamato Peter Cat; trascorrendo gran parte delle sue ore preparando cocktail, leggendo libri e ascoltando musica, Murakami scopre così anche la propria vocazione letteraria, che ben presto sarà destinata a diventare la sua primaria fonte di guadagno.

Photobucket

Analizzando una personalità come quella di Haruki Murakami molti anni dopo il suo debutto, ci si accorge non solo di trovarsi al cospetto di uno dei romanzieri contemporanei più sperimentali, ma anche di uno fra i più popolari, perenne favorito al Nobel e autore di opere tradotte in tutto il mondo. I suoi romanzi, in verità, devono più ai sogni e alle allucinazioni che a qualsiasi altra forma di esperienza: quali gigantesche allegorie della realtà moderna, essi esplorano quella soglia liminale che separa il realismo dalla favola e il poliziesco dalla fantascienza, affondando le proprie radici in pozzi profondi e in città sotterranee. Haruki Murakami è infatti considerato per eccellenza il narratore dell’impalpabile, cantastorie di vere e proprie fantasie post-moderne; eppure è interessante notare come l’opera che maggiormente ha contribuito al suo successo in patria sia, per paradosso, anche la più realistica e la più lontana dai canoni immaginifici della sua produzione.

Photobucket

Nel 1987, infatti, la pubblicazione di `Norwegian Wood` assume in Giappone i contorni di uno dei più poderosi e inattesi eventi letterari del dopoguerra, vendendo in brevissimo tempo oltre tre milioni copie, l’equivalente di una per famiglia.  Il numero di “nuovi fan” dell’autore cresce vertiginosamente, mentre parte di quelli “storici” si sentono profondamente traditi.  La nuova opera di Murakami appare troppo lunga, troppo cupa e troppo dura per gli standard a cui lo scrittore aveva abituato con racconti come `Il segno della pecora` o `La fine del mondo e il paese delle meraviglie`, senza parlare dell’invasione di riferimenti alla cultura occidentale che trasudano da ogni pagina. Ai Duran Duran e agli spaghetti, infatti, molti dei lettori più maturi continuano a preferire lo zen e la cerimonia del the; autori come Fitzgerald o Salinger, costantemente citati del romanzo, appaiono invece vuoti in confronto alla perfezione formale di un Mishima o di un Kawabata. Haruki Murakami, dal canto suo, vede nel ripiegamento elegiaco del proprio popolo l’espressione di una profonda sofferenza. La guerra e le modernizzazione, infatti, non solo hanno sfregiato i giapponesi nella carne, ma anche nello spirito: essi hanno perso il senso del proprio passato e ne sono rimasti profondamente feriti.  Raccogliendo e raffigurando così la bellezza perduta della natura, delle tradizioni e della spiritualità, hanno quindi ostinatamente  cercato di ricomporre pezzo per pezzo i resti di quella antica anima distrutta. Anche Murakami, seppur portatore di una sensibilità intimamente contemporanea, avverte come proprio il richiamo del passato e deciderà, pertanto, di recuperare il regno degli spiriti nella propria personalissima maniera.

Photobucket

I protagonisti dei suoi romanzi affermano più volte di essere assolutamente e disperatamente ordinari: essi vivono spesso una vita irreprensibile, indulgendo moderatamente nella birra e nel jazz, e camminano a testa bassa, consapevoli che alla fin fine nulla mai cambierà sul serio. Eppure, improvvisamente, accade qualcosa e l’uomo comune e ordinario di Murakami viene catapultato in circostanze assurde e misteriose, in grado di squilibrare completamente il suo piccolo mondo immobile. Egli, ad esempio, potrebbe essere costretto a dare la caccia a una pecora maligna che tenta di conquistare il mondo, oppure ad indagare sulla scomparsa spettrale della propria moglie. Anche `Norwegian Wood` non sfugge a questi canoni, seppure le sua narrazione possa essere considerata prettamente realistica.

Photobucket

In una magnifica mescolanza fra musica e ethos degli anni sessanta, infatti, la storia che `Norwegian Wood` ci narra è nient’altro che quella del primo ed eroico amore di un giovane uomo, Tōru Watanabe, per la bella e fragile Naoko, fidanzata storica del suo migliore amico Kizuki. Non sembrerebbe nulla di eccezionale, quindi, se non il racconto delle semplici vicende quotidiane di tre ragazzi sull’orlo della maturità e con la possibilità di condurre una vita semplice e prevedibile, come quella di tanti giovani prima di loro. Di certo il 1968 sarebbe un’epoca particolare in cui vivere la propria gioventù: dovrebbero confrontarsi con alcuni riti di passaggio, oppure affrontare i problemi ordinari che segnano il percorso verso l’età adulta;  ma senza dubbio essi saprebbero resistere insieme, mano nella mano, uniti ad affrontare la tempesta. Tutto questo accadrebbe di certo, se Kizuki, in una bella serata di Maggio, non decidesse improvvisamente di togliersi la vita a soli 17 anni. Nessun biglietto lasciato come spiegazione, nessun motivo plausibile, nessuna avvisaglia: solo un tubo di gomma collegato allo scappamento della sua N360, i finestrini sigillati con il nastro adesivo e la radio accesa.

Photobucket

La morte di Kizuki ci viene narrata dallo stesso Tōru a poche pagine dall’inizio del romanzo e rimane per tutto il racconto l’unico punto fermo in una realtà desolante, capace di assumere, da quel momento in poi,  i contorni di un incubo surreale. Le ripercussioni di questo atto che non troverà mai una spiegazione plausibile, infatti, si propagheranno in una spirale di effetti collaterali che investirà i vivi, concretizzandosi nella disconnessione progressiva di Tōru dai suoi coetanei e nella psiche sempre più fratturata di Naoko. I due giovani, rincontrandosi anni dopo, scoprono di essere entrambi dei superstiti, custodi di un dolore sordo e incancellabile di cui non hanno il coraggio di parlare, ma che rappresenta ciò che veramente è in grado di unirli. E’ il suicidio di Kizuki, infatti, a far nascere il loro amore, un sentimento tranquillo, gentile e trasparente , che deve però fare i conti con l’infelicità del presente e le promesse di un futuro quanto mai incerto.

Photobucket

A un certo punto del racconto, infatti, Naoko, ormai soverchiata dagli spettri del proprio passato, è costretta a ritirarsi in un sanatorio sulle montagne di Kyoto, l’unico luogo in cui sente di poter ricucire le parti della sua anima sfilacciata. Tōru rimane quindi solo, sospeso come in un limbo, da una parte aggrappato alla speranza di una possibile guarigione per Naoko e dall’altra continuando a vivere la sua vita, frequentando le lezioni dell’università e ampliando i propri orizzonti. E’ in questo modo che entra in scena Midori, una ragazza capace di emanare intorno a sé un’aura di incredibile freschezza e vitalità, «come un animaletto appena nato all’inizio della primavera». Tanto Naoko agli occhi di Tōru è bella e pura, tanto Midori appare invece vivace, travolgente e sfacciata.

A soli vent’anni, Tōru Watanabe si trova quindi bloccato ad un bivio: il suicidio di Kizuki e la presenza di Naoko nella sua vita lo rendono consapevole di come la morte non abbandoni mai veramente i vivi, ma arrivi a ricoprirli silenziosamente come una patina sottile e opprimente; Midori, tuttavia, che indossa minigonne vertiginose e brandisce il proprio candore come un’arma, sembra capace di soffiare via tutta la polvere del passato. Tōru, sconcertato dalla vita e ferito dall’amore, è incapace di prendere una decisione: «Non ho mai mentito a nessuno e mi sono preso cura nel corso degli anni di non ferire le altre persone. Eppure mi trovo gettato in questo labirinto». Non ha la forza di lasciare andare Naoko, il cui sentimento non gli impedisce però di essere trascinato insieme a lei nel mondo dei morti; Midori, al contrario, appare ai suoi occhi come una luce folgorante fra le ombre, eppure sembra non capirlo mai veramente. Murakami, dal canto suo, non fornisce al suo protagonista alcuna risposta, non stabilisce nel suo mondo alcuna giustizia: ciò che lo obbliga ad affrontare è invece il dovere, sia epistemologico che morale, di cercare di capire.

Photobucket

Per il pubblico più affezionato di Haruki Murakami la storia che `Norwegian Wood` offre potrebbe ad un primo sguardo sembrare  troppo semplice, addirittura banale, sradicata dal Giappone onirico che egli è solito a rappresentare. Eppure, a ben vedere, le pagine di questo romanzo sono profondamente intrise di cultura nipponica contemporanea che, insieme alle proprie tradizioni, ammette dentro di sé anche una componente fortemente occidentalizzata, quella che vede i giovani leggere Thomas Mann o ascoltare Bill Evans, bere troppo caffè e amare Raymond Carver. Tuttavia, vi sono anche molti altri elementi che contribuiscono ad arricchire la narrazione, come, ad esempio, il perenne bisogno dei protagonisti di lasciare andare la propria esistenza in una direzione diversa da quella prevista, o di saper dire addio alle persone amate; e poi c’è la morte, a cui chi è scomparso appartiene e deve continuare ad appartenere, per non far sì che anche i vivi vengano risucchiati da quelle stesse tenebre.

Photobucket

A questo proposito, il primo sognante capitolo del romanzo, oltre ad essere di una bellezza disarmante, è in grado di prefigurare il significato dell’intero racconto. Tōru e Naoko, nei colori saturi della memoria bruciata, camminano in un prato fra le montagne presso il sanatorio in cui la ragazza è ricoverata. In questo scenario che i ricordi della mente ricostruiscono a poco a poco, Naoko racconta al suo compagno la storia di un pozzo che si trova ai confini del bosco, un buco oscuro che si spalanca nel terreno e che l’erba è capace di nascondere ingegnosamente.  Nessuno sembra conoscere con certezza l’esatto punto in cui si trovi, ma, precisa Naoko, anche nel caso lo si scovasse, guardando al suo interno non si scorgerebbe nulla, se non una profondità al di là di ogni immaginazione e così buia da «concentrare tutte le varietà di tenebra che esistono nel mondo». Nonostante sia tremendamente pericoloso, il pozzo continua però rimane là fuori, nascosto nel prato, e capita che almeno una volta all’anno qualcuno vi scompaia dentro all’improvviso, senza poi lasciare di sé alcuna traccia.

Photobucket

Ritrovarsi intrappolato in un pozzo o in un altro mondo sotterraneo è un tema assai ricorrente nei romanzi di Murakami: a volte cadere al suo interno coincide con l’intraprendere un viaggio metafisico in una realtà oltremondana, ma per Naoko, al contrario, precipitarvi dentro equivarrebbe a perdersi completamente. Ella finirebbe così  per essere inghiottita dalla follia e dalla disperazione, per poi morire lentamente, con gli occhi fissi verso il tondo di luce sopra di lei, via via sempre più piccolo e freddo come la luna d’inverno. Il paesaggio di `Norwegian Wood` è ricco di questi non-luoghi carichi di valenze simboliche a cui il lettore è chiamato a dare la propria interpretazione, senza mai sapere davvero se considerarli reali o un puro frutto dell’immaginazione. D’altra parte, gli ambienti concreti del racconto appaiono invece quali sagome di cartone senza vita, a cui non è data altra caratterizzazione se non quella della loro funzione istituzionale di scuola, università o ospedale. Per Murakami, infatti, non esistono luoghi che sia davvero possibile definire come una casa o un rifugio sicuro, così come l’amore non può offrire una vera protezione dal dolore del mondo.

Il racconto arriva così a spaziare attraverso le grandi metropoli e la natura più incontaminata, fra le alte montagne Kyoto e l’oceano in tempesta, attraversando allo stesso tempo gli anni e le stagioni, eppure mantenendo il cuore del suo significato sempre e solo in un momento: l’inverno. L’ultima volta che, infatti, vedremo Tōru camminare accanto a Naoko sarà fra i boschi innevati del sanatorio e sarà sempre in quel paesaggio congelato che la ragazza, poco dopo, si suiciderà, lasciando per sempre Tōru a vagare tra quei ghiacci.

Photobucket

In molte culture, da Oriente a Occidente, l’inverno rappresenta la più immediata metafora della morte. Con l’arrivo della stagione fredda, infatti, il mondo precipita nella neve e nel buio, i fiumi sono ghiacciati e ogni forma di vita è silente. La morte, allo stesso modo, getta i personaggi di Murakami in una tenebra perfetta e in un gelo senza fine: essi, come tutti noi d’altronde, sono figli di una società che spesso nasconde o nega ciò che non sarebbe nient’altro che una realtà naturale ed inesorabile, e ne sono pertanto soverchiati. Catturati nella propria ignoranza culturale, essi non sono in grado di gestire l’impatto che la perdita comporta nella loro vita e i semplici processi naturali del dolore non sembrano sufficienti a guarire la loro psiche. Molti anni dopo, infatti, quando ritroveremo Tōru Watanabe a riflettere sul proprio passato, egli, nonostante il trascorrere del tempo, non sarà comunque in grado di dare una spiegazione alla spaventosa sequenza di morti e suicidi che hanno costellato la sua esistenza e che, infine, sembreranno intrappolarlo in una condizione di semi-vita: «Tanto tempo fa, Kizuki, tirasti una parte di me nel mondo dei morti. Adesso Naoko se ne è portata un’altra. A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me».

Photobucket

Ciò che Murkami vuole trasmetterci è il fatto che non vi è alcuna spettacolarità nella propria realizzazione spirituale, nessuna gloria che sia possibile conseguire: solo il perenne e doloroso sforzo di continuare ad andare avanti, portando sulle spalle il peso sempre più ingombrate dei ricordi e dei sentimenti provati. Si tratta di un carico reso gravoso non solo dalla perdita, ma anche dal senso di colpa che mai abbandona l’uomo. Tōru, infatti, appare perennemente tormentato da questo sentimento: il rimorso di essere stato l’ultimo a vedere Kizuki prima del suo suicidio imminente, eppure di non essere stato in grado di comprenderlo e fermarlo; il rimorso, soprattutto, di dover proseguire la propria vita nonostante la morte delle persone a lui più care, di  coloro che «avranno diciassette anni per sempre». Alla fine del romanzo Tōru, infatti, è vivo e con la possibilità di ricominciare la propria vita nel nome dell’amore insieme a Midori; eppure Murakami non ci dirà con precisione quale sarà la sua scelta: ciò che ci indica è solo un sentiero in un bosco congelato, che sta a noi scegliere o meno di seguire.

Molti altri scrittori nel realizzare un romanzo di formazione avrebbero compiuto una scelta completamente diversa, concentrandosi sulle responsabilità dei loro personaggi o ponendo di fronte a loro scelte difficili a cui far fronte. Murakami, al contrario, decide di indagare solo un punto preciso della vita, quello in cui la morte, la perdita e il dolore si trasformano in accettazione, vissuta non come una resa, ma come un passaggio fondamentale da attraversare per diventare adulti. E l’autentico splendore di `Norwegian Wood` risiede proprio in questo, nella capacità di guidare i suoi lettori attraverso i territori più bui e più dolorosi della vita, facendogli sperimentare i dolori più totalizzanti, senza tuttavia mai perdere del tutto la sapienza e il calore.

Photobucket

Alla fine della storia, infatti, l’unico grande insegnamento che questo splendido romanzo sembra voler trasmettere è la necessità, a volte, di dover lasciare andare anche ciò a cui siamo più legati, che sia un luogo, un avvenimento o una persona da noi profondamente amata. Il momento più toccante in cui Murakami arriva a narrarci questo messaggio è quando descrive Tōru solo su un terrazzo al calare della sera, mentre stringe fra le mani una lucciola chiusa in un barattolo di caffè istantaneo. La luce del piccolo insetto appare fioca, troppo pallida rispetto alla favilla incandescente che dovrebbe essere, e neanche agitando la sua gabbia trasparente il ragazzo è in grado di ravvivarla. E’ così che Tōru decide di liberare la lucciola, di lasciarla andare via nella notte, per poi osservare la sua scia di luce brillare di nuovo vivida e allontanarsi in volo verso est.

«Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto. In quel buio provai molte volte ad allungare la mano. Le mie dita però non incontravano niente. Quella piccola luce era sempre un po’ più avanti della mia portata».

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: