`True Detective` | Season 1 • The long bright night

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Quando la HBO, la rete americana paladina della cosiddetta “tv di qualità”, lanciò nel gennaio del 2014 la prima puntata di `True Detective`, milioni di spettatori compresero di trovarsi di fronte a qualcosa in grado di oltrepassare i limiti della semplice serialità televisiva. Sia per i consumatori bulimici di serial che per i novizi del genere, la storia delle indagini dei detective Cohle e Hart si presentava come un racconto completamente nuovo, una discesa nei luoghi oscuri della narrazione, un’esplorazione di zone concettuali e poetiche raramente frequentate dal piccolo schermo, in grado di lasciarli storditi e affascinati.

E’ facile, infatti, provare un senso di disorientamento di fronte alla trama avvolgente della prima stagione di `True Detective`: incredibile è la ragnatela di omaggi cinematografici, letterari e fumettistici intessuta dallo sceneggiatore, Nic Pizzolatto, tanto che la struttura stessa della sua creatura può ricordare quella di un mosaico, che piace e funziona proprio nel suo essere un insieme di elementi perfettamente amalgamati fra loro. Pur nella relativa brevità dei suoi otto episodi, `True Detective` è così in grado di condurre lo spettatore in un vero e  proprio universo metanarrativo che, anche a più di un anno di distanza dalla messa in onda dell’ultimo capitolo, è ancora in grado di rivelare nuove sfaccettature e ipotesi.

Innanzitutto, perché chiamare una serie `True Detective`? Cosa può distinguere un “vero detective” dai tantissimi investigatori e poliziotti che affollano i nostri schermi? Per trovare una risposta soddisfacente a questa domanda occorre penetrare con gli occhi e con la mente fra le maglie del tessuto narrativo, fra le ellissi e i salti temporali, individuare ispirazioni e rimandi e ricostruire così il quadro completo di una narrazione oscura e stratificata.

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Ogni generazione ha la sua decade di riferimento e per Nic Pizzolatto, il creatore della serie, senza dubbio si tratta degli anni Novanta, un’epoca in cui, ancora, si poteva sperare in qualcosa di buono. Nel 1995 Pizzolatto aveva vent’anni e viveva a New Orleans, per cui non è certo un caso che tutte le vicende prendano avvio proprio da quell’anno e contengano le tensioni emozionali di un personalissimo vissuto. La fine dell’età dell’innocenza doveva però arrivare  l’11 settembre 2001, una data che avrebbe segnato un taglio netto nella storia e nell’immaginario americano, incidendo enormemente anche sull’industria dello spettacolo; di nuovo, non è un caso che le indagini di `True Detective` si riaprano proprio nel 2002, all’alba dell’invasione dell’Iraq, quando l’America, dopo il Vietnam, ritornava ad essere perseguitata dallo spettro della guerra.

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Pizzolatto, alla sua prima grande occasione mainstream, sembra mettere in scena tutto l’immaginario letterario e cinematografico della sua giovinezza, al solo fine di demolirlo in un lungo omaggio autodistruttivo. `True Detective` arriva così a onorare le atmosfere esoteriche lynchiane e a strizzare l’occhio ai maestri del genere thriller, come David Fincher; ma è soprattutto il topos della coppia di sbirri da buddy movie, pilastro del cinema action anni Novanta, ad essere qui ripreso e virato nell’acido, con due detective legati più da una comune ossessione che da una simpatia o stima reciproca. Ciò che caratterizza le figure di Martin e Rust, infatti, è proprio la volontà di andare oltre qualsiasi stereotipo di genere, persi come sono in continui flashback e peregrinazioni esistenziali. Inteso in questo modo, l’aggettivo “true” del titolo potrebbe rivelarsi addirittura paradossale, un ossimoro, uno sberleffo rivolto a chiunque pensi di trovarsi di fronte a una classica serie tv poliziesca.

Tuttavia Pizzolatto non si accontenta di strapazzare il proprio “immaginario autobiografico” e di utilizzare il noir come un “non genere” straordinariamente adatto a raccontare un’era di passaggio. No: prende i suoi due personaggi e li inchioda a lunghissime dissertazioni tra il religioso e il filosofico, mentre, dall’altra parte, scava dentro le dinamiche della società e della famiglia americana, disvelandone, come in un melò anni Cinquanta, le strutture e le ipocrisie sulle quali ancora oggi continuano a reggersi.

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Su questo sottilissimo equilibrio fra realismo disperato ed esoterismo onirico si inserisce la sapiente regia di Cary Fukunaga, capace di trasformare l’ambientazione malsana delle vicende in uno dei motori principali della storia. La Louisiana meravigliosamente messa in scena dal regista diventa così quasi una terza protagonista a sé stante, testimone impassibile davanti all’orrore che si perpetua fra le sue paludi; una terra agonizzante e cadaverica, popolata da residui umani e acque stagnanti post-uragano, appesa quasi per miracolo a un qualcosa che sia possibile definire vita. Nel dipingere il suo corrotto e degradante Eden, Fukunaga offre allo spettatore un’esperienza che è prima ancora fisica che visiva: gioca con la polvere e gli odori, i nervi e i tendini, compone percezioni sensoriali che avvolgono i corpi in una dimensione quasi fenomenologica, priva di tempo e di spazio e in costante mutazione, creando quasi un filo diretto a connettere schermo e pubblico.

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Di nuovo, la “verità” del titolo può arrivare ad assumere un ulteriore e più profondo significato: non più verosimiglianza, ma grado di realtà dell’immagine, capacità di restituirci corpi autentici, fatti di materia e di memoria, protagonisti di intrecci, situazioni e colpi di scena estremamente credibili. Tutto questo grazie non solo all’appassionante uso del flashback, che slitta la storia su piani temporali diversi, ma soprattutto grazie ad alcuni momenti in cui la narrazione sembra scivolare in una sorta di epochè, una messa fra parentesi del divenire storico, che porta lo spettatore dentro il corpo dei personaggi e fuori da ogni logica investigativa; basti pensare ai lunghi monologhi nichilistici di Cohle o alle ampie vedute paesaggistiche che rendono la Louisiana non un semplice fondale, ma uno stato di cose, un destino universale. E’ appoggiandosi a questa sospensione fra presente, passato e futuro, che la scrittura di Pizzolatto genera fantasmi e disegna coni d’ombra, creando sottili empatie con lo spettatore e istituendo un vero e proprio legame affettivo fra l’immagine e l’occhio davanti all’inquadratura.

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Il deus ex machina dell’intera vicenda, come in ogni noir che si rispetti, è il ritrovamento di un cadavere:  in questo caso si tratta di una giovane ragazza, nuda, legata ad un albero e inginocchiata in una posizione quasi di preghiera, con una corona di spine e delle corna di cervo ad ornarle il capo. E’ stata pugnalata, torturata a lungo e infine strangolata, e sulla schiena porta un tatuaggio a forma di spirale. Al termine dell’autopsia, le autorità classificano rapidamente il caso come il prodotto di un rituale satanico terminato in omicidio, ma per i due “true detective”, Rustin Cohle e Martin Hart, si tratta di qualcosa di molto più oscuro e inquietante. Ben presto, infatti, scopriranno come la morte di Dora Lange, la ragazza-cervo, sia collegata a numerosi altri delitti commessi nel corso degli anni e come dietro di essa ci sia ben più che la solitaria follia di un serial killer.

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Il paesaggio ferino e selvaggio del bayou, con le sue baracche, i relitti industriali e i resti di un’archeologia rurale e urbana dimenticata, è il teatro in cui lenta e implacabile si snoda la storia delle indagini di Marty e Rust, ma anche delle loro vite sempre più distrutte e del progressivo disfacimento del loro rapporto. La narrazione arriva a strutturarsi su ben tre piani temporali diversi – il 1995, il 2002 e il 2013 – mettendo così in risalto lo scorrere del tempo e la metamorfosi nel rapporto fra i due protagonisti; il loro legame viscerale e il loro progressivo disprezzo diverranno in questo modo lo specchio di un ambiente altrettanto velenoso e malato dove, tra lagune malsane e periferie degradate, l’uomo può entrare in contatto con il Male.

In un continuo interscambio fra passato e presente, quello in cui, diciassette anni dopo, Marty e Rust rivivono la propria indagine, `True Detective` diventa anche a un viaggio verso la fine della storia familiare: quella implosa nella tragedia delle perdita della figlia di Rust e quella di Marty, che sta per giungere alla sua completa dissoluzione. Mentre infatti il caso di Dora Lange si chiude nel 1995, con una soluzione all’apparenza chiara e definitiva, la famiglia, letteralmente, esplode.  Tuttavia, il risultato di quell’indagine ormai archiviata si rivelerà ben presto sia vero che falso, divenendo una sorta di metafora della famiglia stessa, luogo al contempo di menzogne e veri sentimenti, di follia e di (presunta) normalità.

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Dove può infatti esistere la “verità” in un mondo che ha bisogno di «uomini cattivi che tengano a bada altri uomini cattivi»? Nel 2002 il caso si riapre e, inevitabilmente, il racconto dei protagonisti non coincide più con quello che vediamo: gli eroi sono sporchi, contaminati sia dentro che fuori, e arriva persino il sospetto che il ricercatore e il ricercato possano coincidere in un’unica persona. Ed ecco che rivediamo Rust e Marty di nuovo dieci anni dopo, nel 2013, ombre del passato proiettate sul presente, archivi in carne e ossa, depositari di una memoria pericolosa, interrogati per noi da due silenziosi poliziotti/spettatori che cercano di catturare ciò che di vero c’è nei loro ricordi. Il genere muta costantemente pelle e i due protagonisti diventano medium viventi di una notevolissima riflessione sulla natura del tempo e del destino. `True Detective` rivive ancora nell’ansia di inizio millennio, nelle ossessioni di un protagonista sospettato di essere l’assassino, ma anche di due poliziotti che, pur non piacendosi, sono costretti a girovagare insieme nella ricerca di una conclusione che possa dare un senso agli anni trascorsi.

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Il noir, in fondo, è sempre stato questo: ha sempre dipinto la verità come un barlume, una fessura, una proiezione tormentata dei suoi personaggi; a volte si tratta solo di un attimo, di uno sguardo, di uno scambio di parole o di impressioni, di un vuoto di memoria che distende le sue ombre sul presente. D’altronde la “maledizione del detective” è proprio quella di avere tutti gli indizi in mano, la soluzione davanti agli occhi eppure di non riuscire a vederla. Si apre così un gioco infinito fra il tempo, lo sguardo e lo spazio lungo le indagini: i ricordi si materializzano, le visioni diventano profezie e un perturbante abisso morale avvolge i “cani smarriti”. Sono opposti che si attraggono e si scontrano, proprio come i due “true detective”, Rust e Marty, due personaggi così veri e dolorosi come raramente il piccolo schermo ha conosciuto.

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Marty Hart è il classico buon padre di famiglia, che crede nella civilizzazione e nella sacralità del focolare domestico, nella responsabilità come fondamento del vivere sociale e nella religione come percorso di salvezza: è la normalità che la società americana gli ha inculcato fin dalla nascita. Tuttavia, la sua vita pubblica e privata è fondata nient’altro che su un’etica compromissoria, tesa a fare continuamente i conti con se stessa, destreggiandosi opportunisticamente fra il bene e il male: «Sapete cosa significa essere padre? Vuol dire essere responsabile di altre persone, delle loro vite. Ma, ad un certo punto, c’è un’evidente inutilità nell’essere responsabili». Marty ha infatti i suoi evidenti punti di rottura: le donne, l’alcool e le risse, ma tutto questo non è mai in grado di scalfire nel profondo il suo costrutto filosofico, ovvero l’eredità culturale dell’ambiente in cui è sempre vissuto.

Rustin Cohle è invece il “neo-noir”, l’uomo del post-storia, convinto dell’impotenza delle azioni umane di fronte al proliferare inarrestabile del Male e dell’eterno ritorno dell’identico: «Tutto ciò che è fuori dalla nostra dimensione è eternità[…] Nell’eternità priva di tempo nulla può crescere, nulla può divenire. Perciò la morte ha creato il tempo, affinché facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso. Ed ecco che tutte le creature rinascono, ma solo per rivivere la stessa vita che si è vissuta in precedenza. Siamo in trappola, confinati in quell’incubo dal quale continuiamo a destarci».

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Se in Marty riecheggiano gli ideali (a)morali del western classico – il disprezzo e la pietà, la violenza e la responsabilità, la religione e la vendetta – in Rust balena solo il riflesso di un abisso in cui si è rassegnato a vivere. E’ un solitario, che ha perso la moglie e la figlia negli anni in cui ha lavorato come infiltrato per l’antidroga. Vive in un appartamento non ammobiliato, in cui campeggia solo un crocifisso sulla parete; non che Cohle sia cristiano: si tratta solo di una forma di meditazione riguardo al momento del giardino del Getsemani e sull’idea di lasciar avvenire la propria crocifissione. Diviso fra il mondo in cui vive e la morale ispirata da una personalissima filosofia dell’essere umano, Rust è anche soggetto a stati improvvisi di allucinazione sinestetica che, se colti nella loro essenza, possono condurlo verso nuovi livelli di comprensione.

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Di questo divario fra misantropia e etica sociale, fra morale privata e ideali radicalmente anti-umanisti, nel pensiero occidentale ci sono esempi innumerevoli, a partire da Nietzsche, a cui le riflessioni di Rust non a caso sono spesso ricondotte. Tuttavia siamo di fronte a una filosofia che non appartiene al passato ma al ritmo presente, quasi che l’ordinario pessimismo dell’uomo sofferente e impotente di fronte al destino sia stato in grado di raggiungere un nuovo livello di elaborazione teorica. Secondo tale pensiero, la coscienza umana è nient’altro che un errore, un passo falso nell’evoluzione della natura, che un giorno è giunta a creare qualcosa di totalmente indipendente da sé che non è più in grado di controllare. Rust denuncia così la falsità dell’umanesimo, ma, al tempo stesso, si ritrova vertiginosamente sospeso su un duplice piano: impossibilitato a morire in quanto spinto dalla stessa volontà di sopravvivenza che produce il male, è insieme fermo ai bordi della sua attrazione inconfessabile per le consolazioni umane. Marty, dal canto suo, non comprende il nichilismo del suo compagno: è un uomo di famiglia, un cristiano che sta cercando di essere buono. Eppure nel suo sangue scorre forse un cinismo ancora peggiore, intorpidito da un mix di letture religiose e auto-gratificazione.

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Stimolato incessantemente da un gioco di rimandi, indizi e informazioni contradditorie, lo spettatore sarà quindi chiamato a disvelare i dettagli nascosti e a condurre la propria indagine personale, sui protagonisti come sul caso che li ossessiona. Il momento della rivelazione, tuttavia, si verificherà solo quando Rust e Marty riusciranno infine a comprendersi, in quella conquista che permetterà al passato di riappacificarsi col presente. Muovendosi su due piani in lento avvicinamento, i due detective penetreranno nel cuore delle tenebre, nel centro pulsante da cui tutto è iniziato, ossia il perduto regno di Carcosa, che dovrà essere liberato per tornare a vivere un’esistenza fino a quel momento vittima di una circolarità ossessiva. Nessuna sorpresa quindi che, con un carico simbolico di tale portata, nel climax finale dell’ultimo episodio, `Form and Void`, la dimensione surreale e apocalittica prenda il sopravvento.

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All’inizio di tutto c’è il «piano infernale», un girone dantesco proiettato sulla terra, in cui il surrogato di malavita Errol Childress, celato sotto la maschera e il mantello del Re Giallo, perpetua il proprio regno di terrore. In un prologo secco, sporco, ai limiti del disgusto, lo spettatore scopre tutto ciò che serve sapere su questa figura, tanto surreale e carica da rasentare l’archetipo: è l’ombra umana che dà forma all’oscurità, è il serial killer che vive immerso nel putridume, in un rapporto incestuoso con la sorellastra malata di mente, fra torture e altri orrori innominabili; è l’orco delle fiabe, è il Letherface di `Non aprite quella porta` che, non a caso, come Errol entrava in scena fischiettando un inquietante motivetto.

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Tuttavia è l’intelligenza nascosta dietro quel travestimento a risultare veramente mostruosa: plasmata da abusi paterni e da un male generazionale, la sua visione di Carcosa è un regno dei morti nato dal mito e dalla letteratura, la necropoli di Ambrose Bierce e il mondo caduto di Robert W. Chambers uniti insieme. Onnipossente sovrano di questo regno, Errol vive per lasciare un segno del mondo, per rapire, violentare e uccidere bambini in modo rituale, sporcando il paesaggio della Louisiana con “reti per il diavolo” e graffiti occulti. Egli è il Male che vaga per la terra impunemente e che nessuno è in grado di afferrare, che si palesa nel cadavere di una donna cristiana uccisa e magicamente trasformata in un oggetto d’arte che altro non è che la caricatura della sua stessa fede. Eppure, allo stesso tempo, Errol vuole essere scoperto, il Re Giallo vuole venire finalmente alla luce per mostrare a tutti il suo splendore: «Oh, se avessero occhi per vedere!». Il suo piano è quello di porre fine alla sua vita attraverso un ultimo glorioso rituale in cui giocare la parte dell’avversario; ciò che gli occorre sono solo due eroi, due martiri disposti a svolgere proprio ruolo nel grande gioco. E dopo anni, eccoli finalmente apparire nei volti dei detective Cohle e Hart.

Tutto si compie in un’ultima folle corsa nel non-luogo Carcosa, che emerge dalle tenebre per stringersi intorno ai due protagonisti, attirandoli sempre di più nel suo ventre nascosto, dove per un attimo è possibile scorgere quasi la porta per un’altra dimensione. Per Rust quest’ultimo inseguimento rappresenta il culmine del suo malcelato tendere all’autodistruzione e alla morte, il compimento di una sentenza che aspetta di veder eseguita da vent’anni, la fine del ciclo di degrado e di violenza che la sua vita è sempre stata: egli, come Cristo, lascia avvenire la propria crocifissione, forse per espiare il peccato che la scomparsa della figlia ha impresso a fuoco sul suo animo.

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Il Re Giallo attira Cohle attraverso il “sentiero della sposa” nella propria camera di ascensione, il luogo in cui tanti omicidi sono stati compiuti e che ora diventa il palcoscenico per l’ultima battaglia. Tuttavia, è proprio in questo momento che Rust comprende improvvisamente di aver sempre ingannato se stesso: il suo cinismo, la sua ostentata insensibilità non erano altro che gli elementi di un travestimento che egli utilizzava per illudere il mondo e scendere a patti con i propri demoni; ma ciò a nulla serve quando la sua mente, annichilita dal fetido male che lo circonda, inizia a cospirare contro di lui, tendendogli un agguato e offrendogli la visione di un vortice nero proveniente da un’altra dimensione pronta a reclamarlo. E’ a questo punto che Errol lo afferra e lo squarcia fino al midollo, letteralmente e spiritualmente: «Togliti la maschera!» è l’imperativo finale, l’ordine di spogliarsi del proprio camuffamento, di aprire gli occhi sulla verità che è ben lontana da quella da sempre raccontata.

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Ciò che avviene dopo l’accoltellamento di Rust è sostanzialmente lasciato in mano allo spettatore. Gli ultimi 15 minuti di `True Detective`, infatti, come in una sorta di climax ascendente, offrono una serie di scene nettamente distinte, ognuna delle quali rappresenta un finale che avrebbe potuto funzionare con la storia narrata e a cui anche il pubblico è chiamato ad aderire. E’ così che possiamo scegliere di ricordare come ultima immagine quella dei due detective sanguinanti, entrambi condannati a morire, con Marty che culla fra le sue braccia Rust e che, guardando il cielo attraverso l’ “occhio vuoto di Dio” sopra Carcosa, vede una fiamma, un barlume di speranza, e grida: «Hey! Siamo qui!». Oppure possiamo scegliere di ritrovare i nostri due guerrieri caduti in ospedale: Hart con i propri familiari intorno, che si rende improvvisamente conto di come l’orrore che ha sperimentato non lo lascerà mai più, e Cohle, livido ed emaciato come un Cristo deposto, che osserva il cielo notturno dalla finestra alla ricerca del senso di tutto ciò che ha vissuto. Infine, se preferiamo, possiamo ricordare per sempre quello che è l’autentico ultimo atto della storia, con Marty che indica le stelle e Rust, in lacrime, disposto a riconoscere come la sua protesta nichilista contro la vita non sia stata altro che vuoto rumore.

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Dall’impero della mente di Carcosa, riecheggia ancora la voce del Re Giallo che gli intima di andare a morire con lui, di ascendere insieme, togliendosi la maschera e le proprie vestigia da «piccolo prete». E’ così che un serial killer schizofrenico diventa il Maestro, colui che incarnando quella soglia della paura, quel mostro che aspetta alla fine del sogno, permette al nostro protagonista di risanare il proprio conflitto interiore e, finalmente, di liberarsi. Il tutto ponendo l’accento su come la resurrezione possa compiersi solo nel cuore della vita stessa, con un ultimo meraviglioso atto di compassione compiuto da Marty che, da vero uomo radicato nella realtà, riporta Rust in mezzo a noi.

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Certo, vedere i due detective morire per mano del Re Giallo sarebbe stato più eroico, l’autentico atto finale di un moderno poema epico; ma, forse, non avrebbe soddisfatto fino in fondo. La storia è complessa, il Male è inarrestabile e ciò a cui hanno preso parte i due protagonisti non è altro che un misero capitolo di un racconto infinito. Rust Cohle e Martin Hart, eroi imperfetti e uomini falliti, hanno cercato di fare quello che qualsiasi “vero detective” avrebbe dovuto: ripristinare la legge in una terra dominata dal caos. E ciò che resta loro dopo l’annientamento del  Mostro non sono che illusioni stracciate, una dolorosa consapevolezza di sé e l’opportunità di spendere gli anni restanti cercando di superare l’orrore.

In realtà, a ben vedere, ciò che essi ottengono è qualcosa di molto più prezioso di una vittoria autentica e definitiva: essi ottengono l’un l’altro. Non a caso, il momento più toccante di tutto il finale di `True Detective` è quanto Marty chiama Rust “amico”; e Rust, dal canto suo, si abbandona finalmente alla propria umanità: da uno sguardo che demoliva con la logica la vita e tutti i suoi limiti, al singhiozzante pianto di un padre disposto ad accettare finalmente la sua perdita, rendendo chiaro come, di nuovo, l’amore sia l’unica vera religione in grado di salvarci.

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E’ questo è il vero potere della narrazione: generare sia il Bene che il Male, raccontare di un Inferno senza fine, a cui ci si può anche credere, e poi presentarci personaggi come Marty e Rust, in grado di riportare un po’ di speranza nel mondo. Emblematico è l’ultimo dialogo fra i nostri protagonisti, in cui, guardando il cielo stellato, essi si rendono conto come ciò che hanno vissuto non sia stato altro che la riproposizione della stessa identica storia, quella più antica: la luce contro l’oscurità, il Bene contro il Male. Marty osserva come nella notte il buio abbia decisamente molto più spazio e la luce delle stelle non sia che un fioco barlume. In un primo momento Rust sembra concordare; come è detto nella Genesi, in fondo, «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso». Eppure, forse, guardando con attenzione, è possibile individuare un’altra prospettiva, un nuovo epilogo in una storia senza tempo.

Rust: «Sai, credo che ti sbagli… Sul cielo stellato»

Marty: «In che senso?»

Rust: «Una volta c’era solo l’oscurità. Ora, se me lo chiedessi,
ti direi che la luce sta vincendo
»

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