`La Storia` di Elsa Morante • Epopea della povera gente

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`La Storia` di Elsa Morante: romanzo, se mai ce n’è stato uno, famigerato, criticato, discusso.
Quarant’anni sono passati dalla sua prima pubblicazione, in quel lontano 1974: un tempo lungo, lunghissimo, per molti quasi paragonabile a una vita; eppure anche breve, brevissimo, se si pensa a come il Novecento ci abbia insegnato a comprimere il tempo, a truccarlo e a nasconderlo a piacimento, quasi fosse materia malleabile nelle nostre mani.

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L’Italia del 1974 non era quella di oggi. Il vento delle cosiddette “opinioni che contano” soffiava a sinistra, all’epoca ancora in grado di promulgare idee forti e vincenti, anche se non sempre vittoriose in politica. Non vi era salotto in cui non si facesse un uso inverecondo  della parola “rivoluzione”: i comunisti formavano un élite intellettuale illuminata e ottimista, in crescente dialettica con lo Stato, mentre chi non aderiva a Lotta Continua era bollato ineluttabilmente come  “reazionario”. Erano anni in cui la gioventù ancora sciamava per le piazze, sebbene costituisse un mito destinato ormai a tramontare, anni di libertà, di lotte politiche, di esplosioni di creatività e di tessuti fioriti. Eppure, allo stesso tempo, la lunga ombra del terrorismo si allungava sul nostro paese, sancendo l’inizio dell’epoca fatale delle stragi, della paura e della confusione; in breve, già tre o quattro anni prima dell’assassinio di Moro, l’aria era satura di piombo.

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Qualche tempo prima, nel libro di poesia `Il mondo salvato dai ragazzini`, Elsa Morante sembrava aver già imboccato la strada che conduce  i letterati a quel salto qualitativo che trasforma la letteratura in impegno ideologico. Strano tuttavia che ci provasse proprio lei, quella donna così bella e così schiva, una fra le autrici più restie a farsi coinvolgere nel balordo gioco dell’attualità e dei giornali. Per i suoi precedenti romanzi – `Menzogna e Sortilegio` del 1948 e `L’Isola di Arturo` del 1957- Elsa Morante si trovava, suo malgrado, relegata nel limbo di quegli autori per cui il mondo della storia e della cronaca è nulla, se non un pretesto, e per cui il vero fine della narrazione è nient’altro che «lo splendore delle immagini e la virtù delle parole». Delle isole favolose e del tempo da sogno della sua ricerca letteraria, ciò che emergeva nell’opinione pubblica era solo un ingrato spirito d’evasione: un letteratura affascinante, sì, ma di poco peso. Eppure l’immagine di Elsa Morante scrittrice era quanto di più assimilabile a una vita spesa interamente per la letteratura vi potesse essere, un lavoro fatto di strenua concentrazione e di stoica fedeltà a se stessi, che in nessun modo poteva essere influenzato dagli eventi mondani o dai premi letterari.

Da questo ritratto posticcio,  si può comprendere  come `La Storia` emergesse dalla bibliografia di Elsa Morante con la prepotenza di una ribellione sessantottesca,  come un feroce grido di protesta. Non più la celebrazione di un’illusione, ma un romanzo di condanna, di dolore e di contrizione, l’epopea della povera gente, delle vittime e delle cavie che non sanno il perché della propria morte. Un’opera indignata, ribelle, fortemente ideologica, quasi «un’azione politica», come la sua stessa autrice amava definirla: la sconsacrazione e la condanna della Storia, ovvero di quello «scandalo che dura da diecimila anni».

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Non fu quindi un caso che, per insindacabile volontà della scrittrice ,`La Storia` uscisse in una collana editoriale a larga diffusione, con una veste grafica semplice e un prezzo ridotto all’osso per un’opera di quasi 700 pagine. Concepito infatti come un evangelo per gli umili della terra, per coloro che «non tengono alfabeto» ma che si aprono ancora alla speranza, era giusto che il romanzo di Elsa Morante si presentasse nella maniera più accessibile a tutti. Il successo, d’altra parte, fu davvero straordinario: non era mai accaduto che un romanzo tirasse molto più di ventimila copie, più o meno lo standard di Alberto Moravia; `La Storia` fu capace di raggiungere le seicentomila.

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Quella di Elsa Morante era dunque un’opera sovversiva, controcorrente, di ispirazione apertamente anarchica, eppure con un altissimo grado di leggibilità. L’autrice, infatti, aveva sempre mostrato una certa insofferenza per le regole di scrittura o le teorie di composizione, e la straordinaria presa sul pubblico dei suoi libri derivava proprio da questa ostentata indifferenza verso di canoni estetici della pagina scritta, un’ulteriore dimostrazione di libertà verso qualsiasi opinione fosse lontanamente conformista o precostituita. In altri ambienti, tuttavia, quella straordinaria ondata di consensi iniziò ad essere percepita come un pericolo. `La Storia`, infatti, con la sua forte ideologia e la sua volontà di provocazione, aveva scavalcato qualsiasi tipo di mediazione intellettuale e costituito un filo diretto con coloro di cui narrava le esistenze, ossia con «la gente». Non stupì dunque che il dibattito intorno al libro della Morante assumesse da subito un’intonazione politica, avente come unico obiettivo quello di ostracizzarlo e di renderlo innocuo.

A fatica oggi si può immaginare il frastuono e l’involontaria comicità che scaturirono da quella sorta di caccia alla strega. La Morante, rintanatasi in casa a leccarsi le ferite, fu accusata di propagandare pessimismo e di speculare sulla disperazione, di tingere tutto di nero e di aver composto un romanzo criticabile dal punto di vista marxista e proletario. Come spesso accade, l’accusa di vendere sofferenza si portò dietro anche quella contraria, ossia quella di voler consolare l’afflizione del popolino con lacrime edificanti.

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La cosa tuttavia incredibile fu che, dopo tutto questo vociare scomposto che proseguì per circa un anno, su `La Storia` cadde un silenzio di tomba. Il romanzo di Elsa Morante fu criticamente abrogato, quasi come se le sue pagine fossero infette e i suoi personaggi appestati, figure dimenticate che alcuno sembrava voler annoverare all’interno della lettura contemporanea. Nessuno ne scrisse più, come se quel racconto sospetto e ricattatorio ponesse davanti agli occhi qualcosa che a tutti i costi l’umanità voleva dimenticare.
Ciò che, a questo punto, sorge spontaneo chiedersi è se `La Storia` sia ancora oggi un romanzo contemporaneo, in grado di farsi amare ed odiare, capace di provocare e far discutere come quarant’anni fa; oppure se, come alcuni asseriscono, non si tratti che di un antico relitto, vecchie pagine sbiadite destinate a essere perdute e cancellate dal tempo.

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In verità basta guardarsi intorno, tenendo gli occhi ben fissi su certe immagini di basso gradimento che ogni giorno entrano nelle nostre case, per capire che la Storia non ha mai smesso di essere la medesima “Organizzazione Criminale le cui imprese vengono riassunte da Elsa Morante in nove capitoli introduttivi, nove lugubri memorandum stampati in corpo minore che figurano in apertura alle altrettante sequenze di cui si compone il romanzo. D’altronde la Storia, questo enorme personaggio che dà il titolo all’opera, emerge e straborda da ogni dimensione sociale e politica, soggiogandola e crescendovi insieme. E’ uno strumento luciferino, il male insito all’interno della Creazione, da cui forse è impossibile riuscire a salvarsi da soli; non è un caso, infatti, che all’interno del suo romanzo la Morante giri più volte attorno all’idea di Dio, evocandola però non nella luce soffusa di una chiesa, ma tra i fumosi schiamazzi di una conversazione d’osteria, con la gente della domenica che scommette a carte e la radio che gracida i risultati sportivi di sottofondo.

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Non è semplice definire chi sia la voce narrante de `La Storia`. Qualche critico si è ritrovato a parlare di «narratore onnisciente», facendo riferimento a quel romanzo ottocentesco di cui la Morante sembra in larga parte debitrice. In realtà, a ben vedere, `La Storia` è il solo romanzo di Elsa Morante ad essere raccontato dall’autrice stessa, con la sua intonazione e il suo peculiarissimo timbro, e non con una voce imprestata ad altri. La Morante, infatti, si ritrova fin dal principio a raccogliere notizie intorno a un fatto accaduto a Roma, una tragedia di cui si finge che sia rimasta memoria al Ghetto e al Testaccio, e di cui la narratrice stessa sarebbe stata in parte testimone oculare. Da qui, ella ricostruisce una cronaca di paese in forma annalistica, componendo quasi una storia stessa della città in guerra, anno per anno, dal 1941 al 1947.

Forse il miglior modo di raccontare un libro, tuttavia, è di seguire il metodo opposto al leggerlo, ossia partendo dalla fine. Nel caso de `La Storia`, non trattandosi di un giallo, a nessuno nuocerà sapere che al termine delle vicende  tutti i personaggi moriranno, chi prima e chi dopo, perché «tutte le vite, invero, hanno la medesima fine». E’ infatti proprio a un doloroso scenario di morte che approderà il romanzo, avente protagonisti in scena una madre, il suo figlioletto di sei anni e una cagna pastora maremmana: essi verranno trovati all’interno di un appartamento del Testaccio, il bambino cadavere, la madre fuori di senno e la cagna così feroce nel difendere accesso la casa che, secondo il cronista, per entrare fu necessario far passare a miglior vita anche lei. Cosa dunque può aver condotto ad una fine così tragica quella povera famigliola? Quale è stato il crimine compiuto dalla Storia per permettere che questo, in qualche parte del mondo, potesse accadere?

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Il romanzo di Elsa Morante inizia proprio con la strana avventura che sei anni prima rese madre la povera alienata, di nome Ida Ramundo. Tutto accade un giorno di gennaio del 1941, nel quartiere di San Lorenzo a Roma, quando un soldato tedesco in procinto per partire per la Cirenaica si sbronza, va in cerca d’amore e, non trovando niente di meglio, decide di buttarsi addosso a una maestra elementare che torna a casa con la sporta della spesa. Per parte di madre la donna è ebrea: le recenti leggi razziali la connotano come una fuorilegge, indegna di possedere gli stessi diritti degli altri; ella vive questa condizione nello stato di perenne allarme di chi nasconde un’onta segreta, una colpa indecifrabile che la rende meritevole di subire uno di quei castighi ancestrali di biblica memoria, di cui si rimane vittime nelle allucinazioni o negli incubi. La donnetta è anche vedova con un figlio, Nino Mancuso, un piccolo Achille pieno di coraggio e infatuato d’armi, che tuttavia quel giorno non è presente. Paralizzata dalla paura, Ida subisce così la violenza di quell’uomo senza nome  e quasi vi si abbandona. Il soldato è di Dachau e, morendo in volo verso l’Africa, a sua insaputa, si lascerà alla spalle un’aggressione che in realtà è anche un’Annunciazione. La maestra, infatti, nove mesi dopo metterà al mondo un figlio, un fagottello minuscolo dagli occhi del colore del mare in tempesta: Useppe.

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Durante la gravidanza, tuttavia, le sirene inizieranno a suonare sempre più spesso a Roma, la guerra si allargherà sul fronte russo e il Reich darà avvio alla cosiddetta «soluzione finale», ossia l’evacuazione e lo sterminio di tutti gli ebrei nei territori occupati dai tedeschi. Ida, che fino a quel momento aveva vissuto estranea e indifferente a se stessa e al proprio corpo, inizia ad essere visitata durante il sonno da un’irregolare e inquietante vita segreta, la stessa che la tiranneggia fin dall’infanzia attraverso i sogni; ed è un altrettanto istinto oscuro quello che la trascina in lunghe e ansiose passeggiate verso il  quartiere del Ghetto ebraico, un richiamo atavico e selvaggio capace di attirarla verso un luogo proibito, ma che si rivelerà anche una tana fraterna e preclusa. Ad aiutarla nel parto, infatti, sarà proprio una levatrice ebrea, una napoletana dai grossi piedi, dai sopraccigli cespugliosi da vecchione e dalla voce di basso, come quelle che «nelle opere di musica fanno la parte dei re anziani, o dei romiti».

Dopo la nascita clandestina di Useppe, nel quartiere di San Lorenzo arriva così a formarsi un insolito trio familiare, stravagante e assurdo quanto meschino e piccolo-borghese è il suo regime di vita. Ad esso, si aggrega poi, con la stessa promiscuità con cui si affratellano le vite degli animali, una formicolante famiglia di personaggi memorabili, esistenze tutte accomunate dallo stesso destino, ossia quello di appartenere non a chi fa la Storia ma a chi è costretto a subirla. Ben presto, però, a guerra avanzata e con l’Italia divisa, gli abitanti dell’appartamento di San Lorenzo saranno costretti di nuovo a separarsi: la Storia, infatti, è un destino invincibile, che in alcun modo può essere contrastato.

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Il primogenito di Ida, Nino, l’Achille impavido e impaziente di crescere, parte per il Nord con il cinturone e la camicia nera, per poi ritornare cantando `Bandiera Rossa`, inafferrabile partigiano e risoluto contrabbandiere. Dietro di sé lascia la madre e il fagottello, che giungono così a costituire un’indissolubile unità androgina. Da romanzo di famiglia, `La Storia` diventa a questo punto un romanzo di maternità: Ida e Useppe insieme riescono infatti a sopravvivere al bombardamento di San Lorenzo (19 luglio 1943), per poi sfollare a Pietralta, in uno di quei casermoni di periferia nati senza un preciso scopo, che tuttavia, in questa congiuntura storica, diventerà una promiscua e colorata arca di sofferenze e di miserie umane. Per una circostanza fortuita, i due assisteranno poi anche alla deportazione degli ebrei prelevati dal Ghetto (16 ottobre 1943) e alla loro partenza per la morte, ammucchiati nei vagoni bestiame della stazione Tiburtina (19 ottobre). A metà romanzo, madre e figlio troveranno infine un rifugio più decente al Testaccio, nella casa di due ciociari, i Marrocco, per poi, al termine della guerra, trasferirsi nello stesso appartamento in cui si consumerà la tragedia.

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Rendere conto in poche righe di un romanzo di tale spessore è molto difficile, se non impossibile. `La Storia` è infatti è un’opera d’impianto eccezionalmente vasto e la sua lettura è in grado di porre davanti ai nostri occhi problemi di non facile soluzione. La povera storia della maestra Ida Ramundo, in realtà, è la trama su cui, di volta in volta, si innestano tante altre storie, tutte ugualmente tragiche e disperate. Naturalmente le vicende di Ida sono le più necessarie, in quanto la maestra ebrea è l’emblema di quell’enorme famiglia di vittime che fanno la Storia attraverso il proprio sacrificio, pagando lo scotto dell’esistenza anche per i più fortunati. Di per sé quella di Ida e di Useppe è infatti una vita anonima, ma è proprio nell’anonimato che Elsa Morante è in grado di trovare la rivelazione, l’immagine di coloro che dalla morte non aspettano altro se non la liberazione. Questo “mucchio” di persone, questa materia apparentemente inerte eppure sanguinante e disperata, è quella ricordata dalla scrittrice nella cronologia all’inizio di ogni capitolo, ovvero quei milioni costretti a vivere nel terrore, nella miseria e nella guerra, mentre i “pochi felici” plasmano il mondo imponendo la propria volontà.

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I personaggi de `La Storia`, in verità, non sono mai esistiti prima: sono inseparabili l’uno dall’altro, come inseparabili sono i loro destini, dettagli imprescindibili dell’enorme quadro che costituisce l’esistenza. Eppure, ciò che risulta veramente nuovo nel romanzo di Elsa Morante, è il fatto che tutte queste vite non siano eguali ed essenziali solo perché dotate di una medesima esistenza poetica, ma perché tutte pensate in condizione di assoluta parità. E’ così che il destino delle due gemelline che spariscono dallo stanzone di Pietralta avviluppate in carta da giornale, o il destino di Giovannino che incontriamo unicamente mentre sta per morire nelle neve, o il destino della signora di Segni che corre al treno urlando «Io so giudìa! Io so giudìa!» per essere unita alla sua famiglia nella deportazione, sono in grado di lasciare entro di noi echi e solchi e vastità forse diverse da quelli dei protagonisti, eppure, allo stesso modo, sono in grado di arricchirci di altrettante domande, immagini e memorie, per essere ricordati, infine, con un’eguale misura di lacrime.

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In un romanzo fatto di tante esistenze promiscue, che nascono, crescono, si realizzano compiutamente una ad una e poi si disperdono come piccoli ruscelli in un mare in tempesta, finisce per sorgere e dominare quella grandiosa del piccolo Useppe, il vero protagonista del romanzo. Generato dal sangue dell’oppresso e dell’oppressore, concepito nell’abbraccio di due paure, Useppe vive la vita brevissima e immensa di un passero, annullando ogni storico discrimine nella propria innocenza, la stessa che dovette avere il primo uomo gettato allo sbaraglio su questo pianeta bellissimo e funesto. Il lettore assiste alla sua crescita con un senso di perenne stupore: Useppe che impara a parlare, battezzando tutto ciò che vede con un balbettio musicale, che è anche un dialetto romanesco tenero e vivo; Useppe che, uscendo dalla propria reclusione, scopre tanto le meraviglie del mondo quanto la sua miseria e il suo dolore, eppure continua a trasformare ogni sua esperienza in una favola straordinaria.

La guerra agli occhi dei bambini, infatti, non è la stessa che appare a quelli degli adulti. E’ così che la vita in un camerone infestato dai fiati e dagli odori di ogni povertà umana e animale può rivelarsi un’inesauribile fonte di gioia e di gioco, come una giornata ai Castelli con un gruppo di partigiani  può avere i contorni di un’avventura mozzafiato. Davvero nella nostra letteratura non si ricorda un’attenzione tanto intensa e partecipe alla vita di un bambino, come quella dimostrata da Elsa Morante in ogni pagina della sua grandiosa opera.

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Tuttavia, ad un certo punto del romanzo, le percezioni di Useppe riguardo al mondo che lo circonda inizieranno a farsi duplici, rinviando ad un profondo conflitto interiore: da una parte ancora lo stupore favoloso, la confidenza innamorata e il senso di appartenenza al mondo che già la Morante ci aveva descritto ne `L’Isola di Arturo`; dall’altra un principio di oscurità, di deformità, capace di trasformare la luminosa fiaba della vita nel più terrificante degli incubi. Useppe, nato come un fiore sorridente e aperto alla più assoluta festevolezza nei confronti dell’esistenza, proprio nel momento in cui dovrebbe crescere e farsi uomo inizia invece a rattrappirsi, a estenuarsi. Su di lui soffia il fiato devastatore della Storia con tutte le sue miserie, i suoi orrori, le sue guerre e le i suoi stermini. Useppe è infatti insediato l’epilessia, di cui morrà, un Grande Male sacro già latente nella madre: la morte stronca così prima del tempo la vita di una creaturina candida e fiduciosa, un destino che arriva a pesare sulle nostre coscienze con la violenza di un’esecuzione e la fatalità di una condanna. Se è vero, come dice la Morante, che Cristo si incarna perennemente tra di noi, sempre offrentesi e sempre rifiutato e crocifisso, eccolo dunque ancora una volta riflesso nel minuscolo corpicino e nel sorriso luminoso di Useppe.

Attraverso la tragica vicenda di Useppe si assiste all’effetto simultaneo di rimpicciolimento e d’ingrandimento di un’azione che ritorna sempre su se stessa: l’ineluttabilità della morte che colpirà ognuno dei protagonisti, la stessa che vedremo poi proiettarsi sullo sfondo di uno scenario vastissimo e apparentemente lontano. Allo stesso modo, alla guerra che impegna tutte le forze del mondo fa riscontro una topografia ristretta, essenziale e limitatissima, che nella mani della Morante arriva tuttavia ad assumere le dimensioni e l’importanza di un intero universo.

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E’ infatti carattere primario della scrittura Elsa Morante far scaturire da ambienti e luoghi comuni immensi sistemi romanzeschi e mondi di incredibile varietà e spessore. E’ così che l’intrico di strade fra il Ghetto e il Testaccio, fra Porta Portese e viale Ostiense, è sempre la medesima mappa attraversata di volta in volta dai passi festosi di un bambino e di una cagna pastora, oppure da quelli frenetici e indaffarati di una donnetta in cerca di cibo, ma è anche il luogo della Storia, animato da un agglomerato esistenziale di umanità misera e sofferente. Si tratta di una Roma nuova quella rappresentata da Elsa Morante, una Roma tragica che non era mai stata raccontata prima: è il luogo che il caso ha scelto come teatro di sventura, uno fra i tanti della terra che hanno visto partire i convogli degli ebrei e i ghetti essere svuotati, che hanno osservato prostitute essere uccise da mani febbricitanti e famiglie capaci di attendere in eterno, fiduciose, il ritorno di soldati morti.

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`La Storia` è così un’opera di contraddizioni profonde, che celebra la vita, leopardianamente, come il massimo dei beni e il massimo dei mali: tutti i suoi personaggi vanno al manicomio o alla morte, eppure la gioia e la meraviglia sono in grado di convivere a pochi passi dall’incubo. Anche il più abbietto degli uomini, infatti, può recare in sé un istinto ancestrale, quello che lo spinge a identificarsi con umiltà in ogni forma di esistenza e di aderire alle pulsazioni vitali del Tutto; ma vi è anche un altro istinto, dotato di forza invincibile, che spesso arriva a contrapporsi a questo: è la volontà violenta di sopraffazione, che trae profondo piacere nel diffondere la sofferenza e il lutto, portando con sé strage e morte. Per Elsa Morante, all’inizio del XX secolo, questa parte oscura della coscienza umana è stata in grado di prendere corpo nella Storia stessa, dando luogo a quel fenomeno chiamato “fascismo”: tutto e tutti ne sono stati così contaminati, perché il fascismo, in realtà, è vigile e presente all’interno in ognuno di noi.

Per lunghi anni ci si è chiesto se il romanzo fosse in crisi e se fosse destinato a morire di una malattia incurabile: la modernità e il progresso. Eppure, attraverso `La Storia`, nel 1974 il vero grande romanzo italiano è tornato fra noi, resuscitato per di più dalla penna di una donna. Solo un grande ingegno femminile, infatti, poteva fronteggiare con la propria delicata sensibilità una realtà a tal punto inverosimile e misteriosa, «forse irraggiungibile di là dei luoghi», quella dove tutte le domande si aprono e si richiudono e dove la disperazione reclama misericordia.

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«Scrivo», disse la Morante, «da una distanza che pareggia i vivi e i morti», la stessa dalla quale, probabilmente, giunge alle nostre orecchie il brontolio inudibile di Ida prima di finire al manicomio, quando ella prende a lagnarsi di fianco al cadavere del suo bambino, con un filo di voce, un borbottio bassissimo e bestiale come di qualcuno che non vuole più appartenere alla specie umana. La Morante recide così con mano fermissima il cordone capace di congiungere i destini individuali ad un Fato superiore, ad un progetto, ad uno straccio qualunque di provvidenza o di destino divino. La sorte delle persone, infatti, non molto è differente da quella degli animali: non è diversa da quella del coniglio scomparso dal balcone dei Marrocco, oppure del va e vieni della gatta di Pietralta, forse il più autobiografico di tutti i personaggi, innamorata dell’ebreo Davide Segre e afflitta dalla propria maternità abortita.

I protagonisti della Storia non sono altro che esseri dal destino insignificante, condannati a non lasciare alcuna traccia di sé ma, al contrario, come i sogni e gli ebrei deportati, a perdersi, a svanire nel nulla. Non si interessano alla Storia e la Storia è un qualcosa che non li riguarda, uno scenario irraggiungibile e incomprensibile. Niente potrà infatti impedire a Useppe di morire: la sua malattia è il Grande Male e lo porterà a raggiungere quei milioni di morti, dai dieci della prima guerra mondiale ai tredici dei Lager, e oggi a quelli di Gaza e della Siria, che la Storia registra e archivia impunemente.

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Se la protagonista di questo libro, la maestra elementare Ida Ramundo, umiliata dalla miseria e offesa dalla vita, donna senza prospettive e senza ideologie, potesse rileggere questa sua vicenda, forse riuscirebbe a capire tutto, compreso il meccanismo della Storia come la Morante gliela descrive e per cui ella è nient’altro che una goccia invisibile in un immenso mare. Ida capirebbe allora di essersi guadagnata il paradiso, il che significa nient’altro che starsene coi morti: come quella bambina che fu ritrovata viva nel carnaio di un campo di concentramento, per la semplice ragione che, ormai, coi vivi non ci poteva più stare.

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Eppure la Morante, sullo scandalo della Storia, è comunque in grado di farci riconoscere, quali relitti galleggianti, rari e preziosissimi sentimenti di bontà, “lacrimae rerum” capaci di andare oltre ad ogni forma di ideologia o di crudeltà. E’ così che attraverso una cagna pastora affamata d’affetto, che investe un ruolo di seconda madre nei confronti di Useppe, oppure negli uccelli che parlano e cantano come quelli delle fiabe, questa straordinaria scrittrice ci ricorda qualcosa che forse troppo spesso siamo portati a dimenticare: l’indiscutibile bontà della natura. E Useppe che muore per attacco di epilessia prima che si rompa il suo perfetto accordo con la bellezza del mondo, e la vecchia ebrea che supplica di essere caricata anch’essa entro il vagone piombato della deportazione con i suoi cari, non sono altro che ulteriori elementi di perfetta consonanza con un modo di esistere in cui i sentimenti e le cose elementari continuano a contare più dell’angolazione critica o del pensiero,  e grazie ai quali un giorno la Storia, forse, non farà più così paura.

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