«Oh Captain, my Captain!» | A Robin Williams’ Tribute #1 • L’Attimo Fuggente di Peter Weir

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«Andai nei boschi per vivere con saggezza,
in profondità e succhiare tutto il midollo della vita[…]
per sbaragliare tutto ciò che non era vita
e non scoprire, in punto di morte,
che non ero vissuto.
»
_`Walden, vita nei boschi`, Henry David Thoreau

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Favola hollywoodiana”: così in Italia si usa dire quando un film americano arriva a stupire per la sua narrativa, la struttura classica dei suoi temi, la recitazione intesa o, talvolta, l’ingenuità delle sue emozioni. L’aggettivo “hollywoodiano” pare mettere tutti d’accordo, tranquillizza il grande pubblico che sembra aver sempre bisogno di questo tipo di classificazione. “Favola hollywoodiana” è anche il modo bonario, seppur velatamente sprezzante, con cui fin dall’inizio fu bollato il clamoroso successo internazionale de `L’Attimo Fuggente`: un film classico, di certo, intenso, immediato, a tratti ingenuo, in breve, secondo una parte della critica, “ben girato ma sempliciotto”.

Il fatto è che Peter Weir da sempre ha dimostrato di prediligere per i suoi film i “grandi temi”, quelli che banalmente possono essere definiti come “esistenziali”; oltretutto, ha sempre cercato di trasmetterli con estrema generosità espressiva, parlando non solo nei confronti di un élite di cultori, ma utilizzando il linguaggio delle grandi platee, seppur nella sua accezione più raffinata: un linguaggio classico, appunto, immediato, espressivo, che mai teme di cadere nel tanto paventato “fallo d’ingenuità”.

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Nel caso de `L’Attimo Fuggente`, a farla dal padrone è il senso di ribellione del singolo nei confronti degli schemi precostituiti e delle regole considerate immutabili, nel disperato tentativo di affermare la propria personalità e il proprio diritto a decidere, laddove questi vengano deliberatamente schiacciati, mortificati o annullati. La vera sorpresa, tuttavia, si manifesta nel rendersi conto di come il teatro di tale sopraffazione non sia un paese totalitario, bensì quella che, fra tutte le nazioni, da sempre ha cercato di porsi come baluardo della democrazia internazionale; nello specifico, ciò che Weir e lo sceneggiatore Tom Schulman prendono di mira è il sistema formativo di un collegio statunitense, un ambiente frequentato da giovani studenti, quindi,  che all’interno di quelle mura stanno per compiere un passo decisivo per il proprio futuro personale e professionale; gli stessi adolescenti in via di maturazione che, allo stesso tempo, fungeranno da metafora per un ben più ampio discorso riguardo il singolo individuo e il suo rapporto con la società civile stessa.

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L’aria è irrespirabile alla Welton Academy del Vermont: siamo sul finire degli anni ’50, all’inizio di un nuovo anno scolastico, accompagnati dalla certezza che nulla cambierà. Tradizione, Onore, Disciplina e Eccellenza sono i quattro pilastri educativi del collegio, impressi sugli altrettanti stendardi trasportati con orgoglio durante la pomposa cerimonia d’apertura.Il preside Nolan, nel presentare il nuovo anno accademico, afferma con evidente orgoglio come ben il 75% degli allievi forgiati da quella illustre scuola trovino poi, una volta usciti nell’implacabile “mondo esterno”, la strada spianata per accedere alle più prestigiose università degli Stati Uniti.

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Nulla vi è di più esemplificativo, infatti, nell’ambito di uno stato o di una cultura, della rappresentazione di un istituto all’interno del quale si preparano o, meglio, si plasmano le future generazioni, allo scopo di educare e custodire i nuovi dirigenti di domani. Tuttavia, il necessario prezzo da pagare per accedere a una scuola così prestigiosa è l’assoluta adesione, da parte di genitori e figli, ai quattro pilastri costitutivi. Di fronte a una tale monolitica forma ideologica, in fondo non molto diversa da quella  di stampo militare, non vi è e non vi può essere spazio per ciò che comunemente viene chiamato “libero arbitrio”. Lo sanno bene coloro che hanno scelto appositamente tale collegio per i propri figli, imponendogli dedizione e obbedienza al contempo, in modo che essi possano essere educati senza il pericolo di tentazioni fuorvianti; lo sanno bene gli studenti stessi, disposti a barattare  qualsiasi tensione all’autonomia o al cambiamento a favore di un ingresso diretto nell’establishment del proprio paese.

Ben presto diverrà chiaro come ciò che viene promulgato all’interno della Welton Academy non sia un vero e proprio apprendimento, ma, più esattamente, un’insidiosa forma di controllo sociale e politico, in cui le bieche dinamiche della collettività vengono riprodotte direttamente in aula. In questo tipo di società, gli adolescenti non sono altro che semplici oggetti, contenitori vuoti, tabulae  rasae senza sentimenti, desideri o volontà di sorta; sono creature docili, prive di dignità e conoscenza, automi il cui unico compito è di far propri gli insegnamenti degli adulti, possessori, distributori e creatori stessi di tutte le conoscenze necessarie.

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Sarà verso l’inizio del film che Peter Weir deciderà di utilizzare una fra le più tradizionali figure per riprodurre questa realtà: la metafora. Ecco quindi l’immagine di uno sconfinato stormo di uccelli che prende il volo nel cielo autunnale del Vermont, riempiendo interamente lo schermo, per poi essere sostituito, nell’inquadratura seguente, da un nugolo di studenti ugualmente fitto: sono gli individui annullati nel gruppo, la “schiera anonima”, il “branco egoista” nel quale il singolo è disposto a rinunciare a se stesso e alla propria fragile libertà per omologarsi all’interno della protezione della massa. La perdita dell’autonomia e l’adesione alle tradizioni è ampiamente compensata dalla difesa collettiva, dalla sicurezza offerta dal conformismo; in realtà tutto questo ha un prezzo, di cui il “branco egoista” sembra accorgersi solo in parte, ovvero il sacrificio degli individui ai margini.

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Eppure, cosa può accadere quando tale marginalità, improvvisamente, si dimostra in grado di prendere consapevolezza di se stessa? Cosa succede quando un individuo appartenente alla “schiera” inizia a percepirsi quale identità autonoma e, come tale, decide di vivere e non più solo di sopravvivere? Ciò che accade è che, inevitabilmente, la passione arriva a scontrarsi con la tradizione, l’ironia con l’onore, la leggerezza con l’eccellenza e la libertà con la disciplina. E, infatti, saranno proprio degli accenni di libertà, di leggerezza, ironia e passione ciò che il professor John Keating (Robin Williams) porterà con sé all’interno della Welton Academy, sconvolgendo completamente le convinzioni e la visione del mondo dei suoi giovani allievi.

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Uno dei primi gesti che gli studenti del professor John Keating saranno chiamati a fare sarà quello di strappare le  pagine introduttive del libro di letteratura a opera del tronfio Professore Emerito Prichard, per poi saltare a piè pari interi capitoli e dedicarsi alla libera lettura di poeti, cantori della libertà individuale: Walt Whitman o Henri David Thoreau, autore di un saggio intitolato `Disobbedienza Civile`, o, perché no, Ralph Waldo Emerson e la sua esaltazione del singolo nei rapporti con la natura e la società. Il professor Keating è molto diverso dai suoi colleghi seriosi e conformisti e utilizza un metodo formativo del tutto nuovo, basato non tanto sull’acquisizione di nozioni da manuale quanto sulla libera scelta di espressione dei propri studenti, stimolando i giovani ragazzi alla critica e a mostrarsi agli altri nella propria autenticità. “Carpe diem”, ossia “cogli l’attimo”, è il suo credo e sarà quello che presto impareranno anche i suoi alunni, seppur talvolta in maniera alquanto distorta.

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La rivoluzione operata da John Keating in aula è in realtà piccola cosa rispetto alla solennità dei riti, la sicurezza delle norme e la stupidità pomposa forgiata all’interno delle mura del collegio, eppure sarà esplosiva, in quanto legata alla più ineluttabile delle consapevolezze, quella che l’ideologia della schiera anonima necessariamente occulta a se stessa: la morte individuale. Una delle scene portanti dell’intera pellicola sarà quella in cui, nel corso della prima lezione, Keating porterà la propria classe di fronte alle fotografie degli ex alunni della scuola, non molto diversi da loro, eppure ora nient’altro che “cibo per vermi”. Sarà proprio qui che si concretizzerà il più spietato e, allo stesso tempo, il più autentico fra tutti gli insegnamenti del professore: di fronte all’irreparabilità della propria fine, ciò che un giovane uomo può fare è non rassegnarsi a una vita di quieta disperazione, ma ribellarsi, rifiutare la pigrizia mentale, cercare nuove strade  e rendere straordinaria la propria vita.

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Un tema assai romantico, anzi decadente, quello della morte individuale, che nel grafico misura-poesia del Professor Emerito Prichard otterrebbe un punteggio irrisorio; eppure è in realtà l’unico in grado di confutare la menzogna collettiva e possente della schiera anonima, che non teme la straordinarietà o il talento, ma la libertà intellettuale dei geni, degli eroi e dei poeti. Non sarà infatti un caso che John Keating chiederà ai suoi allievi di chiamarlo “Capitano, mio capitano!” citando così la poesia che Walt Whitman scrisse in memoria di Abraham Lincoln. Tale citazione suonerà come una profezia agli occhi dello spettatore più attento, in quanto prefigurerà quella che sarà la morte simbolica di Keating al termine del film: così come i più grandi leader sono spesso morti prima di riuscire a vedere il frutto dei propri ideali e dei propri sforzi, allo stesso modo Keating sarà infine allontanato dall’insegnamento per essersi discostato da quelli che erano i principi fondamentali della Welton Academy.

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L’intero arco narrativo de `L’Attimo Fuggente` si concretizzerà così attorno allo sviluppo delle figure di un gruppo di ragazzi che vedranno le proprie vite più o meno radicalmente cambiate dall’incontro con il professor Keating; tale narrazione arriverà seguentemente ad assumere un valore ancora più altamente simbolico, raffigurando l’imperituro contrasto fra due estremi culturali: da una parte, personaggi come quello di Neil Perry, Dalton e Knox diverranno baluardi del romanticismo più estremo e catartico, mentre Cameron, perfetto esempio di tradizione, disciplina ed eccellenza, ma di ben poco onore, rimarrà fermamente dalla parte del realismo. Todd Anderson sarà l’unico ragazzo protagonista a capire l’essenza degli insegnamenti di John Keating, approdando a una sorta di “romanticismo anti-romantico”, ovvero trovando il giusto mezzo di aristotelica memoria fra il libero sfogo dei propri sentimenti e il senso della realtà. Al termine del film, Todd sarà infatti in grado di esprimere le sue passioni, ma non si troverà bloccato o accecato dai propri ideali, come accadrà per i suoi compagni; egli, infatti, non cadrà neppure nel paradosso di assumere un’altra identità per poter esprimere se stesso, come faranno invece Neil con la figura di Puck, Dalton con Nwanda o Knox con “il fratello di Mutt Sander”.

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Parlando di puro romanticismo, senza dubbio il personaggio di Neil Perry (Robert Sean Leonard) è estremente esemplificativo in merito: è a lui che il regista affida il compito di restaurare la Setta dei Poeti Estinti e di pronunciare le parole di Thoreau in apertura del primo incontro; egli sembrerà fra tutti il più entusiasta all’idea di contribuire alla vita del mondo con un proprio verso, sarà il primo a chiamare Keating “Capitano” e a “catturare l’attimo” con le sue stesse scelte di vita. Come un novello Ulisse, Neil è possessore di un cuore eroico, indebolito dal tempo e dal Fato, ma forte nella volontà di lottare, cercare, trovare e mai cedere. Una figura estremamente positiva, ad un primo impatto, ma che ben presto sarà destinata a perdere il controllo di sé e delle proprie passioni.

Sarà nel momento di massima gloria, ovvero quando, a prescindere dai divieti paterni, Neil deciderà di prendere parte allo spettacolo teatrale di ‘Sogno di una notte di mezza estate’, che si concretizzerà in realtà l’inizio della sua discesa verso l’abisso. Il rapporto di Neil con il padre non è altro che un tipico caso di incomprensione e di mancanza di comunicazione: il signor Perry null’altro vuole se non il meglio per suo figlio, arrivando tuttavia a caricarlo eccessivamente con le proprie aspettative, mentre Neil, da parte sua, sente la profonda esigenza di scoprire chi è e cosa fare della propria vita, senza però avere il coraggio di esprimere i propri dubbi e le proprie paure. Cosa dunque porterà questo tipico quadretto di conflitto familiare a trasformarsi in una vera e propria catastrofe suicida?

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Neil è il primo fra tutti i ragazzi a voler “andare nel bosco” per inseguire l’attimo fuggente: la natura e la ricostituzione della Setta dei Poeti Estinti saranno infatti la metafora del romanticismo sfrenato dal quale il ragazzo non riuscirà più a liberarsi. Il conflitto con il padre, la crisi d’identità e il dolore provocato dall’incomprensione verranno poi travisati da Neil nella figura di Puck che interpreterà sul palco del teatro, il dispettoso folletto shakespeariano che, come l’amore e la passione, prima nasconde e poi svela le reali sembianze di coloro che cadono sotto il suo tranello; Neil disperatamente vuole contribuire alla vita con un proprio verso, ma gli manca la parola, così sarà solo sotto le spoglie di Puck che troverà il coraggio di rivolgere un appello di indulgenza al padre: «Se noi ombre vi abbiamo offeso, per poterci dare il perdono, fate conto di aver dormito mentre queste visioni apparivano […] Ascoltate l’onesto Puck: se avremo la grande sorte di sfuggire ai vostri insulti, potremmo rimediare, signori».

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Eppure, né il romanticismo né la passione né gli immortali versi di un poeta potranno vincere la tremenda figura tradizionalista che il Signor Perry è arrivato incarnare, il quale risponderà all’affronto del figlio tarpandogli ulteriormente le ali; i suoi sforzi, tuttavia, saranno vani: Neil ha infatti sperimentato la vera libertà, un privilegio non facilmente reversibile – piuttosto che continuare a vivere un’esistenza di “quieta disperazione”, Neil deciderà infatti che l’unico modo per riappropriarsi di se stesso sarà quello di togliersi la vita. Attraverso l’atto del suicidio, allo stesso modo delle grandi figure tragiche da lui tanto ammirate, il ragazzo riuscirà così a prendere definitivamente il controllo delle proprie decisioni e del proprio futuro, accettandone così anche le dirette conseguenze.

E’ dunque Neil Perry un martire, una gloriosa figura romantica sacrificata sull’altare del conformismo e del bieco razionalismo? Non proprio: la causa perorata da Neil è infatti puramente egoista; nulla obbliga il ragazzo a premere quel grilletto, se non un individualistico desiderio di libertà, che niente ha a che fare con l’audacia e la magnificenza degli antichi eroi. Uccidendosi, infatti, Neil trascinerà nella propria disperazione tutti gli altri protagonisti del film, dimostrando così di non aver mai in realtà compreso la vera essenza degli insegnamenti di John Keating.

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Sarà, al contrario, Todd Anderson (Ethan Hawke), il ragazzo che più di tutti riteneva la propria vita priva di senso e quindi indegna di lasciare una traccia di sé nell’eterno corso della storia, a determinare il riscatto morale di John Keating. Todd, infatti, sarà l’unico e vero protagonista della lotta fra romanticismo e realismo, dal momento in cui, proprio grazie a Keating, inizierà a sognare nuove possibilità e nuovi modi di esprimere se stesso. Tale aspettativa si realizzerà nello “yawp” che Todd pronuncerà davanti a tutta la classe: a differenza di Neil, Todd non utilizzerà le parole di un altro poeta per comunicare, ma farà scaturire dal proprio io una scintilla di rivelazione, affermando come la verità non sia altro che «una coperta che lascia scoperti i piedi»: allo stesso modo, la passione, la ragione per cui l’umanità vive, può lasciare un uomo freddo ed esposto, a piangere, a gemere e ad urlare, se lasciata correre priva di controllo. Approfittare del tempo della giovinezza per succhiare il midollo della vita, trovare il proprio io e seguire i propri sogni sono tutti aspetti fondamentali, eppure tutti insieme non saranno sufficienti ad allontanare per sempre dall’uomo la minaccia della morte; sarà quindi necessario ricercare una sorta di “saggezza emotiva” , in grado di compensare gli ardori della gioventù con quel punto di razionalità e sconfiggere definitivamente il fantasma dell’oblio.

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E’ così che tutto si giocherà sul finale, un epilogo sottile, dolceamaro, sfaccettato come la realtà, in grado di caricare la vicenda di tutta la sua forza drammatica. Da una parte, Neil, incapace di aprire un canale di comunicazione autentico con il padre, deciderà di intraprendere una scorciatoia che gli sarà fatale; nel desiderio di impadronirsi dei propri sogni con ogni mezzo, Neil vivrà il culmine magico della realizzazione, coglierà l’attimo per poi sprofondare nel buio della realtà, pagando le conseguenze del proprio gesto e precipitando nel vortice della disperazione. Todd, al contrario, lo studente che Keating è riuscito autenticamente a “salvare” con il proprio messaggio, imparerà come manifestare il proprio credo non richieda necessariamente un gesto estremo o eclatante.

Sarà infatti proprio durante un’altra lezione di letteratura, questa volta condotta dal preside Nolan, che John Keating toccherà con mano la portata dei propri insegnamenti. L’ordine è ristabilito alla Welton Academy, Neil è morto e lo scomodo professore di lettere è stato allontanato: ma c’è ancora uno studente, Todd Anderson che, nonostante tutto, ha l’ardore di esprimere se stesso e i propri sentimenti. E’ così che Todd, appellandosi al proprio Capitano e seguito dai suoi compagni, compirà un gesto dal profondo significato simbolico, regalando agli occhi di Keating e dello spettatore l’immagine finale di un gruppo di ragazzi in piedi sui propri banchi, ma in verità profondamente cresciuti, maturati e cambiati dentro.

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