`La Pianista` di Elfriede Jelinek • Notturno dell’Anima

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«E’ lo scrivere il dono di rannicchiarsi, di accartocciarsi attorno alla realtà?
Si potrebbe dire che personalmente adori farlo, eppure cosa accade dopo?
Cosa accade a coloro che, infine, non comprendono veramente cosa sia la realtà?»

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Quando Elfriede Jelinek fu informata di aver vinto il premio Nobel per la Letteratura, nell’ottobre del 2004, decise immediatamente  che non avrebbe presenziato alla cerimonia che si sarebbe tenuta in suo onore a Stoccolma; al suo posto, avrebbe invece inviato un video registrato dalla propria casa a Vienna, dove, immobile davanti a una telecamera fissa, avrebbe letto il suo discorso di accettazione. Come è comprensibile, tale annuncio colpì notevolmente l’opinione pubblica del tempo, tanto che in quei giorni le cronache iniziarono a riportare pettegolezzi sempre più insistenti riguardo la strana scelta dell’autrice, fra i quali spiccava l’ipotesi di come ella potesse soffrire di agorafobia e detestasse pertanto i luoghi pieni di gente. Una voce priva di fondamento, sia chiaro. Eppure, la bizzarra scelta della Jelinek e la sua misteriosa figura iniziarono a suscitare una curiosità sempre più irrefrenabile, ancora maggiore rispetto a quella che andava a diffondersi intorno alle sue opere letterarie, fino ad allora pressoché sconosciute.

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Il discorso che, infine, come promesso, Elfriede Jelinek  inviò all’Accademia svedese fu quantomeno spiazzante. Al limite tra l’esercizio di scrittura e la composizione poetica, la lunga lettera aperta che la scrittrice lesse con il proprio stile inconfondibile era la più autentica, tormentata e sofferta dichiarazione d’amore nei confronti del linguaggio. Protagonista, infatti, era nient’altro  che la “parola”, quello strumento che tutti possiedono e che possono usare per dialogare, per esprimersi e per entrare in contatto col mondo, descritta dall’autrice come quel faro che, in mezzo al mare della vita, avrebbe il compito di condurre i dispersi a casa e rivelare loro qualcosa di diverso dalle tenebre circonstanti, ma che non sempre è in grado di farlo.

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Passando in rassegna i poeti perduti, lo scorrere del tempo, la verità e l’apparenza, il cammino della scrittura e l’isolamento dell’artista, la Jelinek  dichiarò al mondo il proprio immemore terrore per la realtà menzognera, dalla quale l’unica fonte di liberazione, la solo valida difesa, poteva essere ricercata nel potere salvifico del  linguaggio: scrivere e descrivere, per non essere a sua volta scritta e descritta, per non scomparire dinanzi alla galassia di nomi infiniti nella quale si ritrovava immersa. Ella si lasciava guidare dalla parola, come se essa stessa fosse la responsabile del suo comporsi e non, al contrario, prerogativa di qualcun altro. Il linguaggio, infatti, è come un cucciolo docile, a volte disposto a sottomettersi, a sdraiarsi sulla schiena e a lasciarsi addomesticare, mentre, in altri casi, è altrettanto capace di mordere e di rivoltarsi contro il suo stesso padrone. Per questo la parola deve essere continuamente domata, assistita, curata e migliorata, e per riuscirvi occorre osare e infrangere le regole, fino ad inventarne altre completamente nuove.

Dal discorso del Premio Nobel in poi, molti critici tentarono di condensare in una breve definizione la complessa e contrastante personalità di Elfriede Jelinek, senza tuttavia mai riuscirvi. Nessuna parola sembrava essere in grado di contenere l’essenza di quello sberleffo” vivente, di quella sprezzante  combattente della carta stampata, di quella disturbatrice della pace borghese  così profondamente diversa da quello che il grande pubblico era stato abituato a leggere fino ad allora.

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In uno di quei paradossi così frequenti nella storia dell’arte, la soluzione a tale problema fu trovata grazie ai detrattori stessi dell’autrice, ovvero quella critica accademica e borghese che ad un certo punto decise di affibbiarle, con intento dispregiativo e polemico, l’appellativo di  “Nestbeschmutzerin”; tale termine tedesco non trova una valida corrispondenza nella lingua italiana, ma può essere approssimativamente tradotto come “sporcatrice del nido”: una descrizione quanto mai efficace per identificare il percorso artistico e ideologico incarnato da questa donna straordinaria, devota ai giochi linguistici e alla satira più dissacrante. Pochi, infatti, crederebbero che sotto le apparenze di tale sofisticata dama viennese di origini ebraiche, amante della moda e dei vestiti eleganti, si nasconda una delle personalità più discusse e temute della moderna Austria, compositrice di opere spesso e volentieri percepite dal grande pubblico come oscene, irritanti e provocatorie, capaci di suscitare reazioni tanto d’odio quanto di incomparabile euforia.

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Outsider per scelta, dichiaratamente femminista e parte attiva del Partito Comunista austriaco fino al 1991, Elfriede Jelinek non ebbe  mai alcuna remora a brandire la propria penna come un’arma e ad utilizzare la scrittura come mezzo di denuncia e di divulgazione, denudando e dissacrando con caustica ironia tutte le ipocrisie, le falsità e le convenzioni sociali tipiche dalla vita contemporanea. Riti e tradizioni patriarcali, oppressione femminile, abuso di potere in tutte le sue forme: ognuna di queste tematiche trova  il proprio spazio all’interno della vasta bibliografia della scrittrice, al servizio della testimonianza di come l’economia, la sessualità, la discriminazione e il razzismo siano tutte componenti inesorabilmente collegate tra loro, facce molteplici dello stesso mostruoso idra chiamato modernità.

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Per comprendere appieno la profonda carica sovversiva della scrittura di Elfriede Jelinek , tuttavia, occorre in principio soffermarsi sulla tendenza voyeuristica che collega l’autrice alle sue opere. La Jelinek, infatti, sembra insolitamente affascinata da quanto vi sia di più malsano e nauseante nella vita quotidiana dell’uomo comune, tanto da schiaffeggiare letteralmente il lettore dei propri romanzi, obbligandolo a scrutare nel lato più torbido e oscuro dell’animo umano all’emergere di tutte le più oscene pulsioni solitamente censurate dalla coscienza. Grazie all’utilizzo sfrenato di metafore, di allusioni e di un nichilismo mai celato, Elfriede Jelinek presenta tutti suoi personaggi come inguaribilmente crudeli, falliti o ripugnanti, sempre ferocissimi nella loro corrosiva denuncia contro la società borghese austriaca e completamente assoggettati al proprio istinto e al proprio desiderio. Il rancore, l’insoddisfazione, la malattia e la depravazione che li caratterizzano, infatti, non vengano mai mascherati o edulcorati, ma anzi emergono in ogni pagina in tutta la loro terribile violenza, senza alcun filtro a schermare il lettore dalla potenza e dall’efferatezza della parola scritta.

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In tutto ciò, violenta e onnipresente è sempre la tematica dell’erotismo e della sessualità deviata. Il sesso descritto dalla Jelinek non ha nulla di sentimentale o di evocativo, ma, al contrario, è amaro, glaciale e implacabile, un mero atto meccanico e ripetitivo, quasi nauseante,  in poche parole, brutale pornografia. Non vi è né godimento né senso di consolazione o di pienezza nel desiderio carnale, che viene utilizzato dai personaggi unicamente per esprimere o rivendicare un’appartenenza, come strumento di feroce possesso e, parallelamente, di sottomissione, di cieca dipendenza e di schiavitù. Senza alcun sentimento di dolcezza o di compassione, Elfriede Jelinek fotografa impietosa la crudezza e l’invalicabile incomprensione nei rapporti uomo-donna: ella descrive i due amanti mentre stanno l’uno di fronte all’altra, impietriti, gelidamente immobili nella propria reciproca ostilità, del tutto incapaci di comprendersi e di accettarsi con le proprie differenze, o anche solo di tenersi a bada a vicenda. Essi non fanno altro che odiarsi e sfruttarsi, cristallizzati nei propri insindacabili ruoli, mai disposti a rinunciare anche ad un solo centimetro del proprio terreno o del proprio potere a favore dell’altro.

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Non è un caso, quindi, che frequente e centrale nei romanzi della Jelinek vi sia anche il tema dei rapporti sadomasochistici, non solo quelli fra uomo e donna, ma anche fra madre e figlia, fra individuo e società. Il masochismo, in tutti questi casi, è sempre prerogativa femminile, naturale prodotto del disprezzo collettivo nei confronti della donna e del suo ruolo, nella vita così come nei rapporti familiari. Per il senso comune, infatti, una donna sola, senza un uomo, è nulla, è un qualcosa di neppure assimilabile ad un soggetto con una propria dignità e una propria indipendenza, tanto che  nel momento in cui ella cerca di realizzare la propria autonomia, inevitabilmente  finisce per fallire e per venire punita. L’usurpazione del ruolo di soggetto non può essere in alcun modo accettata, la velleità autonomistica viene disillusa e il desiderio della donna provoca il disgusto dell’uomo.

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Dominio maschile, femminilità repressa e umiliata, emancipazione del proprio essere: ognuno di questi motivi fondamentali ed essenziali all’interno della poetica di Elfriede Jelinek  è in grado infine di trovare la propria sublimazione e la sua più alta definizione nel romanzo più celebre della scrittrice austriaca, ovvero `La Pianista`.  In tale opera, la Jelinek decide di mettere in scena la durissima e mortifera guerra fra due donne intorno a un pianoforte: da una parte vi è la non più giovane musicista Erika Kohut, alla ricerca di una propria identità sociale e sessuale, mentre dall’altra troviamo  la tirannica e possessiva madre, in grado di trasformare in catastrofe sadomasochistica il tentativo della figlia di legarsi ad un uomo.

Più volte, senza alcun imbarazzo, Elfriede Jelinek sottolineò la forte componente autobiografica all’interno del romanzo: sua madre, infatti, era una pianista provetta che, con ardenti aspettative e implacabile ostinazione, aveva per molti anni cercato di fare altrettanto della figlia, ma invano. E’ quindi con ancor maggior stupore e partecipazione che seguiamo l’inquieto peregrinare della pianista Erika in una Vienna addolorata e disumana, dagli squallidi peep-show di periferia alle fratte del Prater, alla perenne e spasmodica ricerca del proprio desiderio che, infine, giungerà a stritolarla fra le braccia impietose di un uomo crudele e le grigie lenzuola del letto matrimoniale diviso con la madre.

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All’inizio della nostra storia Erika va per i quaranta e, quanto all’età, la madre potrebbe anche esserle nonna. La tanto sospirata bambina, infatti, venne al mondo solo dopo lunghi e dolorosi anni di matrimonio e divenne ben presto un’estensione, una propaggine ubbidiente del sacro e inviolabile nucleo materno. Per quanto riguarda il padre, invece, egli decise di passare il testimone non appena la figlia fece la sua comparsa, per essere poi trasportato qualche decennio dopo, completamente disorientato e malato di mente,  in una casa di cura dell’Austria inferiore. Era una luminosissima mattina di primavera, ma ciò che egli vide non furono altro che le gelide e grigie pareti di un furgoncino Volkswagen da macellaio, dentro il quale erano solite a penzolare ben altri tipi di carcasse.

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Di Erika Kohut ce n’è una sola, su questo è impossibile nutrire alcun dubbio: Elfride Jelinek fa di lei un personaggio davvero inconfondibile, più unico che raro, che una volta conosciuto è di certo impossibile da dimenticare. Erika stessa è perfettamente consapevole di essere diversa da chiunque altro, perciò, in conformità a questa sua eletta natura, la ritroviamo fin dal principio a detestare e a rifuggire qualsiasi tipo di livellamento, persino quello presente nella riforma scolastica, la quale, a suo parere, sembra non tenere più conto della qualità personali. Erika non ha mai sopportato, infatti, di essere messa insieme agli altri, di essere confusa nella massa della gente “normale”, sebbene questa potesse nutrire le sue stesse aspirazioni; d’altronde, lei, con quelle sue doti eccezionali e invidiabili, sarebbe di certo spiccata in quel mazzo di grigiore e di mediocrità comune, che nulla poteva pretendere da parte sua se non un misero sguardo di disgusto.

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La madre di Erika, a sua volta ben conscia della possibilità che andava plasmandosi fra le sue mani, decise fin dal principio che l’adorata figliola avrebbe dovuto coltivare questa sua eccelsa “diversità” e intraprendere pertanto una professione in qualche modo artistica: una ragazza di par suo non poteva certo abbassarsi a svolgere lavori manuali, pesanti o faticosi come le faccende domestiche, ma, al contrario, doveva essere destinata alle raffinatezze della danza classica, del canto e della musica. Solo una volta raggiunto il primo posto al mondo, lassù, in cima alla vetta dove regna incontrastata la fama mondiale, finalmente Erika avrebbe potuto realizzare il motivo per cui era stata messa al mondo: la gente comune, raccoltasi in cerchio attorno a lei, l’avrebbe ammirata e applaudita, mentre la madre, dopo tanti sudati sforzi, sarebbe stata in grado di spremere soldi a non finire da una tale raffinatezza forgiata dal duro lavoro

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Fu così che Erika, diventata la bambina fine e sensibile tanto voluta dalla sua protettrice, iniziò a trascinare l’insormontabile peso della futura folgorante carriera, avviandosi con sussiego e senza indugi sul cammino tracciato per lei dal Fato e intessuto con altrettanta cura dalla madre che, all’occasione, sempre si premurava di piazzare  chiari segnali nel terreno, e pure qualche ceffone, come risposta alle proteste di una figlia che avrebbe preferito di gran lunga giocare piuttosto che stare rinchiusa in casa a suonare. La piccola Erika, infatti, non avrebbe mai e poi mai dovuto cedere alle lusinghe del divertimento, dei ragazzi o alle rivendicazioni della propria vanità ferita: ciò che doveva esistere per lei erano unicamente le cinque linee nere del pentagramma, nulla di più.

Le maglie di quel sistema di notazione, in combutta con la madre, finirono così per stringerla in un indistruttibile  giogo fatto di norme, di prescrizioni e di precisi divieti fin dall’infanzia, ovvero fin dal momento in cui Erika fu capace di pensare distintamente a cosa ne sarebbe stato del suo futuro. Questa situazione, a lungo andare, divenne la sua principale fonte di sicurezza e, allo stesso tempo, la croce di innumerevoli incertezze: Erika, infatti, visse da sempre nel terrore che tutto rimanesse così com’era, ma, allo stesso tempo, nel rifiuto dall’idea che qualcosa potesse effettivamente mutare.

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Infatti, nonostante l’ineffabile passare del tempo e l’enorme spreco di energie, nulla di sostanziale cambiò e la scintillante carriera di Erika terminò ancor prima di cominciare sul serio. Colpa di un uomo, disse la madre, uno sconosciuto per amore del quale sua figlia aveva quasi rischiato di interrompere gli studi e di buttare tutto all’aria – se solo l’avesse ascoltata, lei, sua madre, l’unica che davvero le voleva bene bene e che, dato il suo talento, senza difficoltà l’avrebbe potuta condurre allo status di pianista di fama nazionale! Eppure, nonostante tutti i suoi sforzi, ciò non era accaduto.

Da qual momento in poi, inquisitore e plotone d’esecuzione finirono per fondersi in un’unica persona, quell’entità fatta di carne e ossa e divieti che Stato e famiglia riconobbero nel proprio ruolo di madre. Ella iniziò a fiutare influssi nefasti ovunque potessero nascondersi e imprigionò Erika nella sue rete, impedendole così di andare ovunque i suo occhi non potessero  seguirla; in particolare, ella si curò sopra ogni cosa di preservarla dagli uomini, coloro che più di chiunque altro avrebbero potuto cambiarla e allontanarla da lei.

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E’ con invidiabile maestria che, nel corso della storia, Elfriede Jelinek arriva a illustrare al lettore il malsano rapporto instauratosi in lunghi anni di isolamento fra Erika e sua madre: una simbiosi perfetta costruita su capelli strappati,  liti furibonde e atti di perdono recitati fra le lacrime, una realtà quotidiana di totale dipendenza, fondata su sentimenti di crudeltà e di ricatto reciproco, ma anche sugli impulsi di una smania incestuosa a stretto trattenuta. Madre e figlia, infatti, non sembrano chiedere altro che di vivere così, con le teste incastrate l’una nell’altra, come se insieme costituissero un’unica entità, mentre il mondo  esterno sconosciuto, gravido dei misfatti altrui, si limita a giacere di fronte a loro, vicino ma senza alcuna possibilità di toccarle o minacciarle

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Nonostante tutto questo, all’interno di quell’asfissiante regno di kitsch e di misero decoro borghese che è l’appartamento delle due donne, l’equilibrio ad un primo sguardo intoccabile sembra via via farsi sempre più precario davanti agli occhi del lettore. Come ogni proprietario che si rispetti, infatti, la madre ha imparato innanzittutto che fidarsi è bene, ma controllare è opportuno, e quando Erika, per estreme esigenze, è costretta ad allontanarsi dal nido familiare, ella inevitabilmente  finisce per farsi prendere dall’agitazione e per angustiarsi causa di quel suo tesoro così imprevedibile e mutevole. Ora dov’è finito il suo irrequieto bene? E’ in giro da solo o scorrazza in compagnia? Quell’argento vivo di Erika, quell’essere sfuggente è sicuramente a zonzo a combinare qualche guaio!

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Raramente, in verità, Erika manca all’appello e le sporadiche volte in cui esce si sa sempre con certezza dove stia correndo. Qualche volta alla sera va a concerto, ma piuttosto di rado ormai; di solito la si può ritrovare seduta al pianoforte, a martellare con ferocia sui tasti della propria carriera da pianista sepolta ormai da tempo, oppure chiusa in una stanza del conservatorio, a incombere come uno spirito maligno sulle prove dei suoi allievi. Per lo meno lì, all’occorrenza, può sempre essere rintracciata con una telefonata. Erika tenta di lottare, di ribellarsi, di sfuggire catene materne, cerca in tutti i modi di non farsi cercare o controllare, ma invano: la madre, infatti, può tranquillamente trasgredire i divieti imposti dalla figlia, perché è lei la sola che detta gli ordini. E’ la madre a stabilire la domanda del prodotto Erika, col risultato che sempre meno gente vuole vedere o parlare con lei. Il telefono squilla, la figlia risponde e, esposta al dileggio di tutti, è costretta ad ammettere di dover tornare il più presto a casa. A casa. Erika è quasi sempre sulla via di casa sua quando qualcuno la incontra per strada.

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Intorno a Erika il tempo sembra lentamente farsi di gesso e basta un pugno della madre ben piantato al suo centro per farlo sgretolare. Rinchiusa sotto una campana di vetro e avvolta dalle guaine protettive materne, Erika è come un insetto imprigionato nell’ambra, immobile, senza tempo e senza età. Sembra non avere storia e nulla sembra essere ciò che può apportare al mondo, così cotta ben bene nello stampo dell’eternità che tanto volentieri vorrebbe condividere con i suoi compositori preferiti.

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Erika Kohut vive ogni giorno della propria vita rifuggendo consapevolmente dal solo infinito alla portata dei comuni mortali, quello rappresentato dall’amore, dall’affetto, dai sentimenti. Nessun conato esistenziale è concesso al suo cuore, votato unicamente all’arte e alla devozione per colei che l’ha messa al mondo e che mai la potrebbe tradire. E’ comprensibile, dunque, come l’improvvisa irruzione di un terzo elemento all’interno di questo precario equilibrio sia catastrofico e fonte di inimmaginabili sciagure: il dittico perfetto mai e poi mai potrebbe contemplare l’intromissione da parte di altre figure, soprattutto se queste assumono le sembianze di un uomo bello, giovane e aitante, pronto a tutto pur di soddisfare i propri irrefrenabili desideri.

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L’allievo Walter Klemmer ha un secondo fine oltre la musica, e adesso ci sta pensando su seriamente. Va davvero pazzo per la musica, lui, ma in segreto impazzisce altrettanto d’amore per l’insegnate di pianoforte. La sua opinione è che la signorina Erika Kohut sia la donna giusta per un ragazzo che desideri allenarsi alla vita: occorre sempre iniziare con poco per poi ingrandirsi in fretta! D’altronde, Walter Klemmer è uno di quei tipi che mai rinuncerebbero ad una sfida: in primavera e in estate ama andare in canoa sui torrenti, aggirando persino le bocche dei ghiacciai, e così come è perfettamente in grado di dominare gli elementi naturali, allo stesso modo è sicuro di poter riuscire a dominare Erika. Egli la farà sua, la padroneggerà, la spoglierà di tutto quello che possiede e poi  le insegnerà a tenersi a galla, con ogni mezzo a sua disposizione, che siano le buone maniere e o quelle cattive.

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L’elementare gamma sentimentale di cui è orgoglioso latore il giovane Walter Klemmer, invaghito più dell’idea di sperimentare il mitologico affaire insegnante-allievo piuttosto che di Erika stessa, comprende i più basici requisiti richiesti in una relazione uomo-donna: sentimento, romanticismo, passione, affetto, altruismo, tutti elementi che agli occhi della “Pianista” appaiono come patologie dell’anima, escrescenze vergognose che devono necessariamente essere mutilate. Erika arde d’amore per il giovane Klemmer e, comprensibilmente, è animata dal desiderio di essere riamata ancora di più, ma ciò che arriverà ad offrire al suo ingenuo d’amante sarà solo uno scenario violento e autistico, un opaco mucchio di meschini desideri e mediocri aspirazioni che non aspettavano altro che il momento per compiersi.

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E’ con una sensazione di  sgomento e di repulsione che il lettore assiste insieme a Walter Klemmer al dispiegarsi delle più nascoste e inviolate perversioni di Erika, tutte messe nero su bianco nella composizione di un’infausta lettera. In essa Erika scrive febbrilmente come ella desideri torcersi al pari di un verme nelle atroci catene del suo amore, in cui vuole essere lasciata languire per molte ore, per poi essere picchiata, calpestata e fustigata in tutte le posizioni immaginabili. Erika vuole scomparire sotto il corpo di Walter Klemmer, spegnersi completamente, oscurarsi: i suoi atti di obbedienza alla madre, ormai semplici convenzioni di una routine quotidiana, infatti, non le bastano più e necessitano assolutamente di un crescendo.

Per impossessarsi del diritto di essere guardata ed amata, un diritto che ai suoi occhi sembra essere solo prerogativa maschile, la “Pianista” Erika cerca di surclassare completamente la volontà dell’amante, arrogandosi il privilegio non solo di decidere del proprio piacere e del proprio dolore, ma anche di quelli dell’altro. Così come a lezione la donna è tiranna, capace di mortificare con un solo glaciale sguardo le aspettative dei suoi allievi, così nell’amore ella vuole decretare se essere maltrattata, sottomessa e costretta ad implorare pietà.

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Tuttavia, il suo progetto di rivendicazione autonomistica subirà un repentino arresto: simili a tenaglie, infatti, i suoi due eletti compagni di vita, la madre e l’allievo Klemmer, arriveranno a rinchiuderla in una morsa fatale. Il climax di tutta la narrazione si raggiungerà nel corso di una notte, durante la quale Walter entrerà ferocemente in casa di Erika, frantumando così  l’inviolabilità del rifugio due donne, che mai a nessun altra anima viva avevano concesso anche un solo sguardo all’interno del loro nido familiare; il giovane, frustrato per il desiderio insoddisfatto e ebbro del sadismo suscitato in lui dalla sua innamorata, a quel punto rinchiuderà la madre in una stanza e violenterà la figlia. Lo zelante allievo, che l’insegnate fino ad allora aveva comandato e umiliato nella musica come nell’amore, assumerà così il ruolo di carnefice, disintegrando in un solo momento il mondo di fragili verità che Erika aveva con così tanto dolore costruito. La donna, da parte sua, non appena Klemmer inizierà a picchiarla, si sorprenderà ad avere desideri molto normali, di bramare nient’altro che un rapporto autentico, genuino, in cui essere baciata intimamente, abbracciata, protetta, in poche parole in cui poter essere semplicemente amata.

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Forte del proprio linguaggio tagliente e impietoso, vivificato in ogni pagina da continue e coraggiose metafore, Elfriede Jelinek non indietreggia di fronte a nulla: il suo sguardo è implacabile così come i suoi virtuosismi linguistici sono terribilmente belli, perfetti nel raffigurare il volto più crudele e insopportabile della vita moderna aldilà della trasparenza della narrazione tradizionale.  `La Pianista`, infatti, è un romanzo musicalissimo, nel quale l’utilizzo di un tono perennemente sardonico e il ricorso continuo a cliché e ad allusioni ironiche è in grado di rassicurare e distrarre la mente del lettore, impedendole  così di addentrarsi nel coinvolgimento emotivo di un dramma troppo pericolosamente vicino a casa. L’evocazione malinconica e la trasognatezza romantica della scrittura di Elfriede Jelinek diventano in questo modo la perfetta colonna sonora del dispiegarsi della miseria umana, denudata senza remore in tutta la sua lancinante e inesplicabile potenza.

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I giochi di parole e le metafore stravaganti, tuttavia, risultano divertenti fino a quando l’inarrestabile crescendo della narrazione non arriva ad illuminare la vera tragedia, la quale finisce per deragliare direttamente sulla coscienza del lettore. Ciò che risulta più inquietante ne `La Pianista`, infatti, non è tanto la natura delle vicende narrate, quanto la grandiosa capacità della Jelinek nel leggere la realtà contemporanea, dando un nuovo significato alla cronaca quotidiana e rendendo percepibile la crudeltà globale dell’essere umano all’interno della banale dimensione di una miseria provinciale. Ognuno dei personaggi da lei ritratti non rimane quindi mai unicamente fine a se stesso, ma arriva ad assumere i contorni di un guscio vuoto, completamente tappezzato da frammenti di giornale, programmi televisivi, pubblicità occulte ed effimere ideologie politiche, nel quale, inevitabilmente, ognuno di noi non può fare altro che riconoscere se stesso.

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Incredibile è la quantità di tematiche che, in un solo romanzo, questa straordinaria autrice è in grado di affrontare, dall’amore materno alle sue vane ambizioni, dai miti culturali della moderna Austria alle false certezze di una borghesia superficiale e vanagloriosa. Elfriede Jelinek prende in questo modo su di sé il fatale compito di smascherare e di sottolineare ognuna di queste ipocrisie, permettendo così al lettore di scandagliare e saccheggiare i valori di fondo con i quali si è inconsciamente ritrovato a crescere. Ecco che il linguaggio, l’adorata ancora di salvezza nel mare dell’indifferenza, diventa per la Jelinek anche una forma di resistenza alla vita e alla società: per mezzo dello shock artistico minutamente organizzato dalla sua scrittura, ella, come una giocoliera linguistica, confonde più piani di comprensione, si sbarazza dei confini e dei modelli di pensiero convenzionale e scaraventa l’inusuale e l’impronunciabile nella dimensione del quotidiano e dell’abituale. Il suo scopo? Quello di far emergere un nuovo ordine d’idee, di ottenere una nuova prospettiva di genere sul maschile e il femminile e smascherare il passato e il corso politico degli eventi avvenire. Questo è il respiro della vita artistica di Elfriede Jelinek: ella non teme mai di affrontare il conflitto violento, al fine di opporsi all’elegante, allo standardizzato e ai pregiudizi che, inevitabilmente, stanno portando la nostra umanità a uno stato di mortale dissoluzione.

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Bertolt Brecht sosteneva come tutti gli uomini che lottano, anche solo per un giorno, siano assolutamente da ammirare; tuttavia sono solo coloro che scelgono di lottare incessantemente per tutta la vita gli unici che, alla fine, saranno in grado di raggiungere degli effettivi traguardi, di cambiare le cose, di essere veramente indispensabili. Elfriede Jelinek , con la sua scelta di vita, dimostra di cogliere in pieno tale monito e di estenderlo anche all’ambito letteratura: le uniche opere letterarie che, infatti, si rivelano capaci di sopravvivere allo scorrere del tempo sono, a suo parere, quelle che necessariamente scelgono di opporre resistenza; il linguaggio che non resiste, ma, al contrario, preferisce “rotolare spudoratamente fra mani lusinghiere” e farsi schiavo,  finisce, infine, per essere disarmato e per perdere tutto il proprio decisivo ed essenziale potere.

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Per timore di essere trascinata anch’essa nella ben oliata “macchina della cultura”, tradendo così la sua vera vocazione di scrittrice, Elfriede Jelinek scelse nel momento di maggior successo di sottrarsi, di allontanarsi dal grande e cannibalesco pubblico letterario per continuare a dare voce ai morti”, ovvero a tutti coloro che sono muti, selvaggi, emarginati, disprezzati.  Chiunque abbia letto anche solo uno dei suoi romanzi può essere testimone di tale attitudine altruistica, solo chi ha sfogliato le sue pagine è in grado di capire quanto la sua scrittura sia  in grado di offrire. La sua lotta, la sua personalissima forma di resistenza, infatti, non ha mai avuto bisogno dell’agorà dei mass-media, ma ha sempre saputo esprimere se stessa solo con l’incredibile forza della pagina stampata. Ciò che, a questo punto, rimane a noi da fare è augurarci che questa straordinaria artista trovi la forza di scrivere ancora, per molto tempo, fino a quando questa misera umanità ne avrà bisogno.

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