Don Andrea Gallo • Angelicamente Anarchico

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Il corridoio è lungo, buio e stretto, decisamente angusto, riempito fino al soffitto di scatoloni polverosi. Dopo averlo percorso per un po’, verso il fondo, si è in grado finalmente di intravedere una luce: è quella proveniente da uno studiolo spoglio, spartano, illuminato da due grosse finestre, nel quale l’unico arredamento degno di nota è rappresentato da un paio di scaffali disordinati e da una vecchia scrivania di mogano, completamente ricoperta di libri, fogli, cartelle e email stampate in attesa di risposta. In verità, non ci sarebbe granché da stupirsi: questo è a tutti gli effetti un posto di lavoro, un luogo in cui quotidianamente si accoglie, si scrive, si analizza e si prendono importanti decisioni. Eppure, nonostante tutto, è piuttosto strano immaginare come questa sagrestia disadorna, fatta di mobili scuri e di  libri antichi, di ombre polverose e di luci accecanti, sia il cuore di una delle più celebri comunità d’accoglienza di Italia, quella di San Benedetto al Porto di Genova, fondata dal “prete di stradaDon Andrea Gallo.

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Sono passati appena sei mesi da quando Don Andrea Gallo se n’è andato, eppure nella Comunità di San Benedetto la vita sembra essere ancora sospesa in un limbo, quasi come se tutti  fossero in attesa di qualcosa. Nessuno ha toccato nulla, hanno preferito lasciare ogni cosa com’era, quasi come se l’immobilità degli oggetti potesse in qualche modo veicolare l’affetto e permettere loro di compiere un ultimo estremo miracolo. I ragazzi di San Benedetto sono tristi, comprensibilmente sperduti senza la loro guida, senza il loro padre spirituale, il loro confessore e il loro consolatore, eppure allo stesso tempo sanno di dover andare avanti, di avere il compito di continuare a tracciare la strada giusta, come il Don stesso si preoccupava tanto di predicare, mentre volgeva gli occhi scintillanti al porto che amava così tanto. Proprio lì, infatti, alle soglie del mare, Andrea Gallo aveva deciso di fondare la propria Comunità «aperta a tutti gli uomini del mondo», perché già questa sua collocazione era «simbolo dell’accoglienza» e dell’accettazione per tutti  i viaggiatori, i clandestini, gli stranieri e i derelitti, in breve, per tutti coloro che avessero deciso di ricercare in quel luogo pace, gentilezza e riposo, oppure di combattere i demoni incalzanti della droga e dell’alcol.

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Gli ultimi giorni di agonia, quelli del distacco dai vicoli e dal porto della sua amatissima Genova, probabilmente saranno sembrati insopportabili a Don Gallo, non tanto per il declino della malattia, ma proprio perché ai suoi occhi non erano altro che occasioni perse, tempo passato ad ignorare i ragazzi di strada che avevano bisogno del suo aiuto e che egli amava raccattare ovunque. Eppure, nonostante tutto, a migliaia, come cani abbandonati e senza meta, i suoi “fratelli” avevano deciso di riunirsi per un’ultima volta attorno a lui, nella comunità di San Benedetto, per porgergli i loro omaggi e per non lasciarlo solo nel difficile passaggio dalla travagliata vita terrena alla consolazione dell’aldilà.

A Genova tutti si sono infatti ritrovati a piangere la morte di Don Gallo, dagli uomini di potere agli operai, dagli aristocratici ai senza tetto, dalle prostitute ai drogati. D’altronde, era proprio questa la principale caratteristica di quel “prete da marciapiede” dalla forza straordinaria , di quell’uomo semplice e determinatissimo al contempo, ovvero la capacità di riunire in raccoglimento e in un’unica commozione uomini e donne di estrazione diversissima, gli stessi che, probabilmente,  incrociandosi per strada, avrebbero deciso di rivolgere lo sguardo altrove.

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Ruvido, allegro e perennemente schierato con i più deboli, Don Andrea Gallo in vita poteva vantare un’ampissima collezione di soprannomi, da “prete rosso” a “prete no-global”, eppure era sempre “prete da marciapiede” quello con cui amava maggiormente essere chiamato. Con le tasche traboccati di ricordi, di curiosità e di memorie, Don Gallo era un servo di Dio, eppure, allo stesso tempo, era  il più fervido sostenitore di come la vera distinzione tra gli uomini non sussistesse fra credenti e non credenti, ma fra «pensanti e non pensanti», e di come l’obbedienza non fosse una virtù, ma «la più subdola delle tentazioni».

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Don Gallo era il sacerdote delle mille battaglie, il partigiano con il Vangelo in mano, spesso molto critico nei confronti delle sua stessa Chiesa, eppure dotato di una Fede incrollabile in grado di spostare persino delle montagne. Nonostante la malattia che lo consumava, scavandolo sempre più platealmente, era riuscito fino all’ultimo giorno a stare al passo coi tempi, a dialogare con tutti e a rivendicare la giustizia sociale come l’imperativo categorico in grado di far scorrere il sangue nelle vene e di far battere il suo cuore da prete.

Quando si andava a trovarlo, inevitabilmente, ci si ritrovava ad uscire dal suo piccolo studiolo carichi di idee, di riflessioni e di aneddoti, oltre che di un inconfondibile odore di sigaro, che mai si dimenticava di fumare mentre era intento a parlare del passato, del presente e del futuro. Don Andrea Gallo era semplicemente un fiume di parole, travolgente e instancabile, un narratore di storie per cui la complessità poteva essere sempre ricondotta a semplicità, e per cui ogni racconto terminava chiudendo un cerchio, in cui tutto era già stato detto prima ancora di essere domandato, e in cui le diversità e le contraddizioni riuscivano sempre e inesorabilmente a trovare una propria risoluzione.

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Famoso per le sue posizioni ribelli e spesso e volentieri anti-clericali, abbiamo visto il Gallo, come affettuosamente lo chiamavano nella sua Genova, schierarsi sempre dalla parte in cui meno ci saremmo aspettati di vederlo: restò vicino a Beppe Englaro e alla sua Eluana nel dibattito sull’eutanasia, non escluse mai l’utilizzo dell’aborto per le vittime di stupro e l’uso del profilattico anti-AIDS, si schierò con indignazione e ferocia contro il pacchetto sicurezza del governo e le politiche di respingimento dei migranti, fino a spendersi recentemente per far luce sulla morte di Stefano Cucchi e sul dramma delle carceri italiane, da lui definite come vere e proprie «discariche sociali».

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Per questo suo essere “angelicamente anarchico” e libero pensatore, seppure sempre nel rispetto del suo Magistero, nel corso degli anni Don Gallo è stato in grado di avvicinare alla sua causa numerosi artisti, come Vasco Rossi, Manu Chao, Paolo Rossi, Moni Ovadia, Erri De Luca, Fernanda Pivano – grande amica, la cui morte lo smarrì profondamente – e Fabrizio De André, di cui sempre considerò le parole come suo personale “quinto Vangelo”. D’altronde, nella Comunità di San Benedetto, da lui stesso fondata a Genova per elargire un sostegno concreto ai più deboli, possono dire di essere passati davvero tutti: ex-brigatisti ed emarginati, poveri e intellettuali, atei e credenti, oltre, ovviamente, agli innumerevoli senza tetto, tossici, prostitute e transessuali, portatori di «vite perdute» e per lui vere «Anime Salve».

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Era del 1928, il Gallo, e in tutti i suoi 84 anni di battaglie, di sconfitte e di vittorie, non perse mai il gusto di dire la sua, di mettersi contro la morale benpensante e di salire sul rogo insieme alla strega di turno.
Nato in una casa di umili ferrovieri, Andrea Gallo visse un’infanzia con i mezzi appena sufficienti per condurre una vita dignitosa, povera, ma non miserabile; conobbe il suo primo bagno nel 1948, in noviziato dai salesiani, eppure mai si era trovato a disdegnare il piccolo gabinetto di casa, angusto, freddo, ma sempre pulito. In fondo, i genitori gli avevano insegnato a vivere così: sereno e senza il superfluo, pronto ad affrontare qualsiasi avversità, fiducioso nella Provvidenza e sempre dotato di grandissima dignità.

E’ commovente ricordare come, fra i suoi numerosissimi aneddoti, Don Gallo amasse sempre rievocare la memoria della madre, una donna estremamente semplice, con appena la terza media, eppure portatrice di quel tipo di saggezza popolare che, spesso e volentieri, di gran lunga è in grado di anticipare le sofferte conclusioni di scienziati e intellettuali. Fu lei, infatti, ad educarlo all’amore incondizionato per il prossimo, per gli immigrati e per i poveri, la cui sola colpa era «venire dalla fame»; sovente, infatti, amava ripetergli: «Andrea, te lo sei scordato quando siamo andati via noi dalla fame? Che non hai conosciuto tuo nonno perché è dovuto partire per l’America? Siamo noi, adesso, quelli fortunati». Quella stessa madre che, ad un certo punto della sua esistenza, capì come il suo tempo terreno fosse finito, e che decise di congedarsi dai figli e dalla vita con un semplice e sereno «Io parto».

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Era con la stessa straordinaria e incrollabile genuinità che Don Andrea Gallo si divertiva a ricordare l’episodio della sua vocazione, scaturita dai vent’anni, dalla scuola della Marina e dalla lotta partigiana. E’ in quegli anni giovanili, infatti, che vediamo il futuro “prete da marciapiede” innamorarsi del Vangelo e diventare consapevole di come, seguendo le orme del Cristo, sarebbe stato finalmente in grado di accogliere in sé quel messaggio di umanità e di salvezza verso i reietti della terra che tanto sentiva appartenergli.  E’ così che, entrando in noviziato dai salesiani, nel 1948, Don Gallo sceglie di identificare la propria vocazione in uno dei versetti più rivoluzionari della Bibbia, ovvero «Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti».

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Pochi anni dopo, nel 1953, Don Gallo decide di partire per le missioni e viene mandato dai suoi superiori in Brasile, a San Paulo, per la prosecuzione degli studi teologici; tuttavia, la dittatura vigente lo costringe ben presto a ritornare in Italia, dove nel 1959 viene finalmente ordinato sacerdote. Un anno dopo il giovane Don Gallo si ritrova già cappellano della nave-scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori, ed è proprio qui che, per la prima volta, lo vediamo sperimentare un’impostazione educativa e metodi pedagogici differenti da quelli praticati fino ad allora, dove la fiducia e la libertà giungevano a prendere il posto del più radicale e repressivo formalismo religioso; i ragazzi iniziarono così a parlare con affetto e entusiasmo di quel giovane prete che permetteva loro di uscire, di andare al cinema e di vivere piccoli momenti di autogestione quotidiana, al contrario del concetto precostituito che fino ad allora portava ad impostare la loro educazione su principi quali la punizione e l’espiazione della pena.

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Rimosso dall’incarico dopo tre anni, senza apparenti spiegazioni, Don Gallo decide finalmente di lasciare la congregazione salesiana, ormai troppo istituzionalizzata, e di entrare nella diocesi genovese, per poter finalmente vivere con pienezza la propria vocazione sacerdotale. E’ nel 1964, infatti, che, dopo una breve parentesi come cappellano nel carcere di Capraia, lo vediamo destinato all’incarico di vice-parroco nella chiesa del Carmine, nella quale rimarrà fino al 1970, anno in cui il sacerdote capace di radunare attorno a sé i ragazzi della generazione beat, predicando «con il Vangelo in una mano e il Manifesto nell’altra», la fa veramente grossa. Don Gallo, infatti, prendendo spunto dalla scoperta di una fumeria di hashish nel quartiere, si ritrova a ricordare nella propria predica domenicale come le droghe più pericolose siano in realtà quelle del linguaggio, in base alle quali un ragazzo può diventare «inadatto agli studi» solo perché figlio di povera gente, oppure un bombardamento su villaggi di popolazioni inermi possa trasformarsi in «azione a difesa della libertà»; una posizione decisamente scomoda che, sommata a quella a favore del divorzio nell’anno del referendum, fa di Don Andrea Gallo il protagonista di un titolo su `Le Monde ` e oggetto di “epurazione” da parte del Cardinale Giuseppe Siri.

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La Curia nutre infatti tutto l’interesse nell’allontanare quel sacerdote scomodo, diventato ormai un punto di riferimento per i militanti della nuova sinistra, e che punta senza remore il dito contro la Chiesa stessa, accusandola  di essersi trasformata in nient’altro che in un’istituzione ipocrita e borghese; è così  che il “prete rosso” viene allontanato dalla parrocchia del Carmine, nonostante le accorate proteste dei fedeli, e posto in attesa di trasferimento, il quale, concretamente, sarà destinato a non arrivare mai. Completamente solo e senza modo di provvedere alla propria sussistenza, Don Andrea Gallo viene così accolto da Don Federico Rebora, parroco della chiesa di San Benedetto al Porto, presso il quale rimarrà per tutto il resto della sua vita; sarà infatti proprio dal diktat del Cardinal Siri che germinerà il seme della Comunità del “prete da marciapiede”.

Con il passare degli anni, la filosofia di Don Gallo all’insegna del rispetto e della fratellanza, arriverà infatti a trovare la propria concreta applicazione proprio nell’attività del Centro di Accoglienza di San Benedetto che, fra i locali della canonica e i marciapiedi genovesi, giungerà con il tempo a costituire un vero e proprio punto di riferimento per tutti i bisognosi della città.

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Le prime ad essere avvicinate dai ragazzi volontari sono le prostitute, accostate sempre in maniera cauta, discreta: nessuno, infatti, nella Comunità di San Benedetto vuole ergersi salvatore, ma, al contrario, l’unica intenzione provata è quella di far sentire la propria presenza e la propria silenziosa e delicata solidarietà. E’ così che alla porta della parrocchia sul lungo mare iniziano a bussare sempre più donne, non solo vittime della prostituzione e dell’emarginazione,  ma anche giovanissime ragazze gravide, perseguitate dell’ignoranza e abbandonate dalle famiglie, e molte signore adulte sposate da anni, e da altrettanto tempo oggetto di violenza domestica. Chiunque abbia un problema o venga emarginato dalla società può trovare spazio fra le braccia di Don Gallo, un pasto caldo o un giaciglio in cui dormire: è soprattutto il caso dei giovani tossici, spesso appena usciti dal carcere e senza un luogo in cui rifugiarsi, oppure delle transessuali sfruttate, disprezzate e costrette a vendere il proprio corpo per potersi mantenere.

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Gli occhi di Don Andrea Gallo, prete di trincea, abituati a scandagliare le ombre dei bassifondi e le tragiche tenebre della solitudine e dell’emarginazione,  diventano così capaci di restituire sguardi pieni di speranza a tutti coloro che, proprio grazie alla sua opera, ritornano a possedere la capacità di lottare e di resistere di fronte alle dure repliche dell’esistenza, ai tormenti interiori e ai dolori più grandi. «Bisogna sempre osare la speranza», è la lezione che i ragazzi di San Benedetto non finiscono mai di ripetere, «non smettere mai di pensare all’irrealizzabile e rifiutarsi di accettare l’impotenza come scusa per non provare a cambiare le cose».

E’ così che, continuando a sognare l’impossibile al fine di realizzare il possibile, la Comunità di San Benedetto arriva ad assumere negli anni i contorni di un’azienda conosciuta a livello nazionale, in grado di  produrre fatturato superiore al milione di euro, senza tuttavia mai perdere la propria infaticabile disponibilità nel concedere una parola tutti e nel coinvolgere sempre più personalità nel proprio progetto di condivisione, di emancipazione e di lotta all’indifferenza; del resto, «chi sceglie un’ideologia può anche sbagliare; chi sceglie i poveracci, i senza voce, i fragili, non sbaglia mai».

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L’attività di Don Andrea Gallo in proposito è stata, invero, sempre instancabile: conferenze, libri, trasmissioni televisive, qualunque mezzo il “sacerdote dei tossici” trovasse per parlare a favore dei propri poveri e dell’umanità sofferente, era valido per strappare il velo dell’indifferenza e portare l’attenzione del pubblico sui veri mali della società contemporanea.
Un prete, quindi, innamorato dei riflettori? Se glielo si chiedeva, Don Gallo non faceva altro che rispondere con una delle sue solite risate rauche, per poi aspirare una boccata di fumo dal sigaro e dire: «Se la sorte mi ha fatto diventare “fenomeno editoriale”, cosa dovrei fare? Scacciare le case editrici come i ragazzi che chiedono aiuto, oppure darmi da fare per tenere in piedi la Comunità? Ben vengano i libri e le conferenze, se poi le parole si trasformano in aiuto, ospitalità e medicine».

Come poterlo biasimare? D’altronde, l’etica cristiana ha tantissimo da offrire in termini di cultura dei diritti e di convivenza civile, parlando, ad esempio, a favore della libertà personale e della giustizia sociale. Il cristiano, secondo lo stesso dettato evangelico, deve essere infatti vigilante, costantemente al servizio del mondo, deve contribuire a costruire la polis senza risultare autoreferenziale, anzi, possedendo la stessa umiltà del sale della terra, che si scioglie nei cibi, invisibile, eppure arriva a costituire un ingrediente essenziale.

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La Fede religiosa, capace di vibrare nella sfera privata dell’individuo, ha dunque allo stesso tempo il dovere di esprimersi nella sfera pubblica, senza tuttavia mai esporsi, come puro lievito che bonifica e fa crescere la pasta del mondo. L’unico modo per perseguire tale obiettivo è quindi quello di dimostrare la “differenza cristiana” con la propria vita e con il proprio comportamento: il vero credente vive infatti sempre davanti a Dio e con Dio, ascolta prima di parlare, accoglie prima di giudicare, ama il mondo prima di difendersene, si nutre di creatività piuttosto che di paure e annuncia profeticamente invece di accusare. Tutto questo è ciò che Don Gallo ha sempre provato a insegnarci, testimoniandolo con la sua stessa esistenza e ponendosi sempre in opposizione al perbenismo formale, quello dei benpensanti, spesso e volentieri timorosi nei confronti degli individui ai margini della società, eppure fautori stessi del paradosso per cui il “mondo sommerso” è necessario ai rispettabili per essere considerati  come tali.

L’autenticità al posto dell’obbedienza, non a caso, è un’operazione di trasparenza piuttosto difficile da compiere. Pare che chi non pratichi abitualmente i sacramenti, chi non ascolti i richiami dell’autorità ecclesiastica o chi non segua i dogmi alla lettera, non sia infatti degno di essere salvato. Eppure, non è proprio praticare metodi di intolleranza in nome della religione, tracimando in orgoglio e arroganza, il peccato più grande che un cristiano possa compiere?

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Don Gallo, partigiano della Fede e della Costituzione Italiana, ha sempre cercato di predicare tale visione, mai arrossendo a causa del Vangelo, ma, anzi, rivendicando sempre la natura sovversiva e indomabile della parola di Dio. Cosa c’è, infatti, di più rivoluzionario del messaggio che, dopo la morte, tutti coloro che avranno realizzato in Terra il Bene e la Giustizia saranno benedetti dal Regno dei Cieli e riceveranno in eredità la vita eterna? Nutrire l’affamato, vestire il povero, accogliere lo straniero e visitare l’ammalato, non rappresentano più quindi unicamente atti di giustizia terrena, ma veri e propri gesti di devozione. Chi li compie, infatti, è come se onorasse e rendesse culto a Dio stesso, il quale giunge a promettere, anche a colui che avrà dato un solo bicchier d’acqua a un fratello, un’incommensurabile ricompensa. Nessun gesto d’amore gratuito, per quanto nascosto e ignorato, andrà quindi perduto o sarà dimenticato nell’eternità; e anche nei confronti di chi rifiuterà la misericordia di Dio, Egli, che è Amore puro, allargherà le braccia per accoglierlo.

Il Vangelo visto così, attraverso la testimonianza di un sacerdote e, prima di tutto, un uomo come Andrea Gallo, è giusto, è misericordioso, è in grado di salvare la vita, oltre che l’anima; al suo interno vi sono parole di giustizia e di libertà, capaci  di scaldare il cuore  e di donare linfa a un nuovo tipo di umanesimo, una forza non violenta da rivendicare in risposta al consumismo sempre più dilagante della nostra difficile società moderna.

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«Credo che l’unico vero peccato in cui possiamo incorrere sia la mancanza di amore. Quando decidiamo deliberatamente di non amare la vita, il Creato e l’umanità intera , con le sue fragilità, stiamo commettendo il più grave degli errori». E’ probabilmente questa la lezione più bella regalataci dal nostro “prete da marciapiede”, capace di consolare chiunque fra le sue braccia e di lottare, con la sua forza mite, contro iniquità e soprusi. L’accoglienza dell’altro, che sia barbone, straniero, disperato o nemico, è infatti la pratica più autentica di amore puro: un “amore” che non si nutre di pratiche devozionali, ma di gesti concreti, quali la compagnia, il soccorso e la condivisione, ma soprattutto “puro”, perché coloro che ricevono il nostro aiuto non potranno mai contraccambiare.

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Sempre nella «direzione ostinata e contraria» di deandreiana memoria, cristianamente e laicamente, Don Andrea Gallo è riuscito in vita a individuare e perseguire la propria strada per aderire al progetto di Dio. Un cammino capace di condurlo attraverso la luce del giorno ovunque il bisogno chiamasse, ma anche nel buio della notte – o “night by night”,  secondo il gergo affettuoso della Comunità di San Benedetto -, quando i pensieri vorticano e l’anima è in subbuglio, sempre alla ricerca di qualche anima sola da consolare. Le sue parole pungenti, a volte sferzanti e provocatorie, nascevano nient’altro che da un’ incommensurabile febbre d’amore per la vita e per i suoi ragazzi, oltre che dalla gratitudine per la lunga schiera di maestri che segnarono la sua formazione, da Antonio Gramsci a Don Milani, da Mario Capanna a Don Bosco. Per tutti questi motivi Don Gallo è stato un sacerdote scomodo: scomodo per quella politica che non sceglie di servire la comunità ma unicamente interessi e poteri consolidati, scomodo per quella Chiesa che decide di venire e patti con suddette sciagurate autorità e, infine, scomodo per tutti quei cristiani ipocriti e rifuggenti i messaggi più autentici del loro stesso credo, come l’importanza della carità e della solidarietà con il prossimo.

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Don Andrea Gallo lo ricorderemo sempre così: come colui che in ogni modo tentò di dare un nome e una dignità a chi non li possedeva, o, ancor più, a chi se li era visti negare. Mai in tutta la sua vita Don Gallo è stato reticente, ipocrita o calcolatore, e mai ha mancato di denunciare la povertà e l’emarginazione, additandole non come i frutti di una crudele fatalità, ma come il naturale prodotto di ingiustizie e di scelte politiche, civili ed economiche deleterie. Tutto questo sempre cercando di saldare fra loro il Cielo e la Terra, la sfera spirituale e l’impegno civile, il messaggio del Vangelo e gli articoli della Costituzione.

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Mancherà a noi tutti, il dolcissimo Don Gallo. Mancheranno la sua simpatia contagiosa, il suo entusiasmo quasi fanciullesco, la sua passione inesauribile, la sua energia  vigorosa e il suo sguardo luccicante. Qualsiasi persona lo abbia incontrato, anche solo di sfuggita, senza dubbio potrà dire di essersi sentita veramente amata su questa terra, forse solo per un attimo, oppure per un periodo più lungo, anche per tutta la vita. E ugualmente Don Andrea Gallo potrà, per contro, essere assolutamente certo di come lui stesso sarà sempre il primo ad essere amato e ricordato con affetto dai suoi fratelli, i quali potranno, di tanto in tanto, sentire  riaffiorare da qualche parte, magari negli angoli più reconditi della memoria, la sua rauca e genuina risata, oppure l’odore pungente del suo sigaro, cimeli terreni di un uomo che fece della parola di Dio il suo Credo e dei marciapiedi di Genova il suo Regno dei Cieli.

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Comments
3 Responses to “Don Andrea Gallo • Angelicamente Anarchico”
  1. RigelGrace ha detto:

    Credits:
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    • IMAGE 2: Funerale di Don Gallo by Marco E. Pellizza©
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    • IMAGE 11: Genova by Desirèe Milazzo©
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    • IMAGE 12: Don Gallo a Roma by Speranza Casillo©
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    • IMAGE 15: Don Gallo a Roma by Speranza Casillo©
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    • IMAGE 17: Don Andrea Gallo by Speranza Casillo©
    http://www.speranzacasillo.com/
    • IMAGE 18: Don Andrea Gallo by Giovanni Centrella©
    http://www.flickr.com/photos/giovannicentrella/

  2. daniele ha detto:

    Ciao :) Bellissimo articolo. Un gigante Don Gallo, davvero. Ti parlo da ragazzo cresciuto in una famiglia cattolica che non sa nemmeno se ritenersi cattolico o credente e che cerca di agire secondo coscienza più che secondo Vangelo. Ma il cuore del Vangelo – di Vangeli ce n’erano a decine – resta profondamente rivoluzionario: “ama il prossimo tuo come te stesso” mi sembra il più potente dei messaggi, più estremo ancora del perdono perché cerca di indirizzare verso il bene una natura umana essenzialmente votata al male, incapace di provare reale empatia per l’altro. E’ la questione della ricompensa ultraterrena che non mi convince, ma ora sto andando fuori tema.

  3. Gyuspee ha detto:

    Un magnifico ricordo di una persona speciale. Veramente bel pezzo!

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