BAUaffair #2 • `La Moda del Lento`

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«Guardo voi, le vostre vite,
mi chiedo: “La Bellezza che cos’è?”.
Ma resto qui, con un bouquet di viole
che so non gradirai
»
_ `Bouquet`, Baustelle

Cosa faranno i Baustelle da grandi?
E’ questa la domanda che  viene posta a Francesco Bianconi, leader del gruppo di Montepulciano, al termine di un’intervista, realizzata in occasione dell’uscita del secondo album della band, `La Moda del Lento`. «Faremo i musicisti, spero. Nella peggiore delle ipotesi, i Romantici», è la risposta dello chansonnier toscano.

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Tale languida disinvoltura non deve stupire: prima di essere colti strumentisti e raffinati compositori, infatti, i Baustelle sono da sempre stati interpreti di una realtà a parte, di un modo di osservare e concepire il mondo fuori dagli schemi, di un immaginario con una propria logica e una propria precisa estetica. Non è un caso, infatti, che per comprendere appieno le loro opere occorra in primis entrare in sintonia con la loro poetica, fatta da un connubio di vintage e di vita maledetta, di luoghi esotici e di amanti gelide, di noia nichilista e di sigarette alla vaniglia. E’ qui, infatti, che si rivela il vero volto dei Baustelle: modernariato e inquietudini mai sopite, elementi capaci di riverberare in ogni pezzo e in ogni singola nota, per trovare infine la propria definitiva espressione nella scrittura malinconica ed elegante delle liriche.

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Sono accadute tante cose ai Baustelle nei tre anni intercorsi fra il debutto del `Sussidiario Illustrato della Giovinezza`  e il concepimento de `La Moda del Lento`, alcune molto belle, altre decisamente brutte. La sezione ritmica della band, innanzitutto, è completamente cambiata, non senza dolore, perché i vecchi batterista e bassista erano prima di tutto grandi amici, e solo dopo musicisti. Si è chiuso definitivamente anche il rapporto con la prima etichetta discografica, la `Baracca e Burattini`, per approdare quindi nelle mani della `Mimo Sound Records`, mantenendo tuttavia sempre la produzione di Amerigo Verardi. Le delusioni e le disgrazie, si sa, fanno parte della vita, per cui i ragazzi di Montepulciano decidono di non piangersi troppo addosso e di riapprodare di nuovo in sala di registrazione carichi di idee, demo, provini e di una trentina di pezzi inediti.

Il titolo dell’album nascituro, dal canto suo, è già definito. Nasce pochi giorni dopo l’uscita del `Sussidiario`, in un pomeriggio di musica e di svaghi fra Francesco Bianconi e Fabrizio Massara; sul giradischi suona un pezzo soul anni ’60, forse Otis Redding, melodia, arrangiamento e interpretazione perfetti, tanto che uno dei due amici si ritrova ad esclamare: “Cazzo, pensalo suonato in una discoteca… Farebbe tornare la moda del lento!”. Ed ecco fatto: la magia si compie e il futuro progetto firmato Baustelle riceve il proprio battesimo.

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La principale differenza che si delinea nell’ascolto de `La Moda del Lento` rispetto al `Sussidiario`, è un piglio più narrativo e cantautoriale nella composizione dei pezzi, caratteristica derivata dal diverso modo con cui i due album sono stati concepiti. Il disco di debutto, infatti, viene pubblicato come il frutto delle jam session live della band e, in quanto tale, è registrato in maniera estemporanea, con l’imperfezione e l’altrettanta spontaneità di un gruppo di ragazzi che suona insieme e contemporaneamente definisce l’arrangiamento della propria musica; al contrario, la realizzazione de `La Moda del Lento` giunge a rivelarsi molto più articolata e complessa della precedente, risultato di un metodo di lavoro a compartimenti stagni, che affina e allunga la procedura di composizione dei brani. Prima è Francesco Bianconi ad abbozzare i provini e le demo delle canzoni, sulle quali poi Massara affina arrangiamenti e ritmiche elettroniche; successivamente è il turno di Claudio Brasini, che compone le parti di chitarra, mentre è Rachele Bastreghi a chiudere il cerchio, con la propria sensibilità femminile e i propri sintetizzatori. D’altronde, in un qualche modo occorre pur arrangiarsi, se metà componenti della band abitano in Toscana, fra Firenze e Montepulciano, e l’altra metà a Milano, nel modernissimo e gelido nord.

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Di estremamente cantautoriale ne `La Moda del Lento`, inoltre, vi sono anche le tematiche, non più manifesto di una generazione annoiata e nichilista, ma più intime e personali, il lungo racconto di un’autobiografia di vita vissuta e di pensieri decadenti. I cantautori, infatti, sono solitamente noti per cantare delle proprie brevi e tormentate esistenze, per coniugare i verbi al passato e per rimpiangere un futuro che già sanno non troverà realizzazione, tutte tematiche che i Baustelle riescono, in questo disco, perfettamente a rappresentare.

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Tuttavia, non può e non vuole, `La Moda del Lento`, isolarsi completamente dal suo ingombrate predecessore, chiudere le proprie frontiere per votarsi ad un immaginario completamente diverso. E’ così che ritroviamo perlopiù intatto il mondo del `Sussidiario`, mescolato tuttavia a una maggiore consapevolezza, capace di sostituire il fascino paradossale della tragicità più classica all’ingenuo incanto della gioventù. Morte, abbandono, solitudine, nulla di straziante e di decadente viene risparmiato all’ascoltatore, che viene tuttavia consolato dall’azzeccatissimo tappeto ritmico e musicale, in grado di addolcire la crudeltà e di rendere più sopportabile il dolore, attraverso la coniugazione dell’elettronica con il suono più soffuso del pianoforte e delle chitarre.

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E’ così che veniamo catapultati in un mondo di lussuria e vino rosso, di dandismo autocompiaciuto e di intellettualismo decadente, elementi che vedono il proprio teatro ideale nelle solitarie spiagge italiane come in un Brasile sognato e agognato. Sotto i nostri occhi sfilano belle amanti straniere, donne disilluse e uomini falliti, e poi sigarette (infinite, e di tutte le marche), droghe, profilattici, bouquet appassiti e miti del passato. Inoltre, come sempre, un ruolo preponderante viene dato all’amore, incarnato in particolare nel romanticismo al limite della sofferenza e nell’ingenuo erotismo dell’adolescenza; è di nuovo, infatti, la gioventù bruciata di provincia ad arricchire di un’aria sottilmente peccaminosa tutto il disco, rappresentate quella fase di vita particolarmente cara ai Baustelle, un’età romantica e rivoluzionaria, nella quale per la prima volta l’essere umano è capace di venire in contatto con la violenza e con l’amore, con il sesso e con i rapporti familiari, con le istituzioni e con la società. Da adolescenti tutto è estremizzato, i sentimenti sono puri e incontaminati: si vuole amare, si vuole fare a botte e ci si vuole suicidare; non vi sono calmanti o mediazioni, solo tanta rabbia e tanta passione.

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Nonostante tutto questo, i Baustelle del 2013, più maturi e cresciuti, definiscono `La Moda del Lento` come un disco “incompiuto”, fatto con troppa ingenuità ed inesperienza rispetto agli album successivi, più “puliti” e privi di eccessivi fronzoli o arabeschi musicali. Senza dubbio, infatti, `La Moda del Lento` ascoltato oggi risulta un lavoro piuttosto disomogeneo, una splendida galleria di immagini a cui tuttavia manca il forte filo conduttore caratterizzante i lavori successivi, come ad esempio `Amen` o `La Malavita`.  Eppure c’è una sorta di aura, una luce magica che circonda `La Moda del Lento`, un nonsoché di sublime che lo rende a tutti gli effetti un’opera d’arte. Molti fan nostalgici, infatti, lo considerano il `White Album` baustelliano, in quanto capace di contenere tutto il loro immaginario musicale e poetico e di esprimerlo attraverso un debordante flusso di energia romantica, rimasta tutt’ora ineguagliata. Ogni tematica a loro cara viene descritta con una naturalezza e una grazia impressionanti, per trovare infine il proprio massimo risalto nella trasparenza e nell’eleganza delle voci degli interpreti.

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E’ su tali accenti che l’apertura del disco viene affidata alla teneramente lancinante `Cin Cin`: poche note aggraziate di pianoforte, atmosfera soffusa e malinconica, speranza e sintetizzatori. Da subito l’incanto dell’esordio si ripete, attraverso le voci di Francesco e Rachele che si intrecciano fra loro, languide e voluttuose, fluttuando su atmosfere deliziosamente retrò. La miscelazione vocale fra i due interpreti è meraviglia allo stato puro ed è capace di regalarci il racconto di una storia d’amore sospesa nel tempo e nello spazio, fra l’incertezza del futuro e il rimpianto del passato; `Cin Cin` è il sogno di poter fuggire via, ma anche l’infelice coscienza di non essere pronti per farlo.

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Le danze promesse dal titolo, tuttavia, non sono troppo a lungo rimandate; i Baustelle, infatti, decidono di portarci nella loro «discoteca sulle stelle» con `Arriva lo Ye-Yè`, una scanzonata filastrocca elettro-pop potente quanto basta per far venire voglia di ballare. Il brano si muove letteralmente danzando su tappeti di effetti elettronici e sul ritmo di una batteria acustica, cadenzando la cronaca di una squallida avventurina estiva. E’ di un agosto torrido che si parla, quello passato fra spiagge e motel, fra souvenir e «tristezze artiche», all’inseguimento dell’effimera passione di un’amante straniera, di cui alla fine non rimarrà nulla, neppure il ricordo di un nome; un passatempo divertente, ma altrettanto un «film ridicolo» dalla conclusione già nota, che non farà altro che lasciare profondamente insoddisfatti e con il bisogno di una ragazza da amare per davvero, non unicamente di solitarie «minigonne pallide» .

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La successiva `Canzone di Alain Delon` prende avvio da un arpeggio acustico à la Belle And Sebastian, per poi sfumare in una suadente e intrigante melodia pop. Trascinante, coinvolgente e attraente, è uno dei pochi brani de `La Moda del Lento` che Francesco Bianconi sceglie ancora di cantare nei live, raccontando di averlo scritto quel giorno in cui, per una volta, decise di essere coraggioso. Come `La Canzone del Riformatorio` del precedente `Sussidiario`, anche in questo caso ci troviamo di fronte al flusso di coscienza di un ragazzo con una visione distorta della realtà, incapace di confrontarsi col mondo e, in particolare, di vivere le proprie relazioni senza nascondersi dietro la maschera del suo grande mito di gioventù, Alain Delon. Dunque di nuovo siamo portati ad assistere alla cronaca di amori dissimulati, falsati e falliti, che tuttavia rappresentano lo spunto per una propria analisi interiore, capace di sfociare, al termine, in una nuova consapevolezza di sé.

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Sempre sull’onda di nostalgiche torture e di sentimenti mai assopiti, si apre `Love Affair`, a mio parere, la canzone migliore dell’album. Questa dolcissima melodia è in realtà un pugno nello stomaco, è lo straziante rammarico per tutte le emozioni che mai più torneranno, è la bellezza stravolgente della prima gioventù che, già a vent’anni, sembra essere irrecuperabile. `Love Affair` ha il gusto delle prime sigarette e delle caramelle rubate nei supermercati, ha i colori del primo diario del liceo e il profumo della carta da lettere appena strappata; `Love Affair` è soprattutto il primo grande amore, quello puro, romantico, spensierato, fisico e febbricitante, che solo i quindici anni sono in grado di regalare.  L’intro è lenta, anacronistica, solo voce, batteria e basso; dopo pochi secondi ecco sopravvenire la maestosa apertura sonora della melodia, guidata dall’arpeggio di una chitarra timidamente distorta, che delicata riverbera per tutta la canzone accompagnata dal diluvio dei sintetizzatori. `Love Affair` diventa così lo struggente inno al piccolo mondo antico che ognuno di noi porta dentro di sé, quello recante il sapore dolceamaro e favolistico della fine dell’infanzia, il cui solo ricordo è capace di invitare ognuno di noi a continuare a succhiare ciò che Henry David Thoreau definì come «il midollo della vita». Tutto questo con il garbo e la delicatezza di un’imbarazzata confidenza, di un timido sussurro che ci porta a domandare: «Where are you now?».

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In perfetto contrasto con la dolcezza di `Love Affair`, ecco `Il Seno`, ovvero il sopravvenire della voglie più squallide e inibite, dei desideri più marci e putridi. Gli scenari cinematografici tanto cari ai Baustelle trovano in questo brano la propria realizzazione, attraverso un sound cupo e perverso che tanto ricorda la colonna sonora di un torbido b-movie anni ’70. Protagonista e io narrante è un maniaco, un disadattato, intento a immortalare la propria perversione nella fotografia del piccolo ed elegante seno di una ragazza ventenne. Il seno piccolo è un simulacro di adolescenza, è quello della sorellina non della madre, e perciò è  un qualcosa di oscuro, violento e proibito, che non può fare a meno di affascinare gli esteti… e altrettanto i delinquenti.

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Un altro tipo di maliziosa sensualità è quella protagonista di `Mademoiselle Boyfriend`, ovvero la naturale evoluzione dell’idilliaco amore adolescenziale nel mero desiderio fine a se stesso. Una melodia minimale, retta su un arpeggio di chitarra e screziata da disturbi elettronici, giunge a narrarci la dipartita di un amore morente, in cui, al fuoco sacro dell’innamoramento, arriva unicamente a subentrare la noia; non più vergogna, fantasie e palpiti a stento trattenuti, ma solo il sesso portato al suo estremo, sguardi vacui e pensiero altrove.

Finisce così la prima parte ideale de `La Moda del Lento` che, dopo qualche secondo di vuoto temporale e emotivo, lo stesso tanto temuto dagli amanti annoiati di `Mademoiselle Boyfriend`, riparte con la gioia insensata e il finto ottimismo de `La Settimana Bianca`. Tramite questo brano i Baustelle compongono un’incursione pop negli anni ’80 degli Smiths, in cui gli accordi pieni di una chitarra sostituiscono quasi totalmente i synth, relegati a comporre una debole traccia solo nel ritornello. Il suono è bello, compatto, ma anche insipido nella composizione di una sorta di educazione sentimentale” al limite della demenzialità, in cui a una visione della vita “maudit” ne viene sostituita una più ironica e grottesca, sussurrata con voce tremolate: «E sarete perfetti dentro, più belli dentro, negativi vivi, esistenzialisti tristi, quarti arrivati ai campionati di discesa libera all’inferno».

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I Baustelle decidono a questo punto di ritornare alla loro tradizionale poetica luminosa nel canto d’amore per la musa Elisa, identificata unicamente come `E.N. `.  E.N. è una ninfea, un’orchidea, una cometa nera, una bellezza nervosa, una Venere di Milo «decadentemente nuda»; un vero e proprio inno di adorazione viene così composto su una spazzolata di ritmo elettronico con la voce in primissimo piano, capace poi di elevarsi in innamoratissime aperture orchestrali che ne fanno un piccolo gioiellino musicale. Amore e odio, adorazione e disprezzo per E.N., dunque, ma anche rammarico per aver usato le iniziali di una persona reale, un tempo tanto amata, dandole in pasto ad un pubblico vorace ed insensibile.

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Arriva però insindacabilmente il momento di divertirsi con l’electro-synth-pop tipicamente anni ’80 di `Réclame`, brano affumicato dal puzzo di nicotina e capace di coniugare i manga con le sigarette. `Réclame` è senza dubbio provocatoria nel suo accostamento fra amore e dipendenza, ma anche kitsch come la peggiore musica new romantic. Qualcuno l’ha definita come un riempitivo, altri l’hanno bollata come una caduta di stile, ma non vi è dubbio alcuno sulla sua natura pungente e danzereccia, e sul suo ritmo orecchiabile e nauseante, portato all’estremo dal sopraggiungere di un coretto italo-americano dannatamente trash. Nata sulla tastierina Yamaha di Fabrizio Massara e modellata sul ritmo del più becero jingle pubblicitario,  il brano contiene in realtà un messaggio più profondo: occorre infatti ascoltare  la “Réclame”, ma allo stesso tempo disubbidirle, non accettare mai come verità assoluta ciò che ci viene imposto dai media, ma sempre dubitare, dubitare fortemente; solo in questo modo, infatti, si potrà tentare di essere liberi, anche se il prezzo da pagare sarà quello di trovare «un po’ di morte» in fondo ad ogni estate.

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Eccoci dunque giunti alla decima posizione e alla title-track, rappresentate forse uno dei brani più belli e significativi dell’intero album, il primo scritto e quello che, forse, ne incarna maggiormente l’anima. Composto da Francesco Bianconi subito dopo aver deciso il titolo del disco, `La Moda del Lento` è una canzone dura, piena di disillusione e di nausea da sentimenti, da vita moderna, da esistenza priva di significato. Il ritorno fra 100.525 anni della moda del lento è in realtà la metafora perfetta per indicare il desiderio di una salvezza, di uno spiraglio di luce, di una pace o di un Dio che possa sconvolgere una realtà misera, ma, allo stesso tempo, la consapevolezza di ritrovarsi aggrappati a una mera illusione; è così che infine, in un’impietosa circolarità temporale, vediamo ritornare nient’altro che la rabbia e la delusione, e poi le solite scuse e le solite reazioni, tutte volte a contribuire all’incisione di una nuova fine.

La malinconia e la solitudine non arrivano ad abbandonarci neppure in `Bouquet` e nello spettrale noir di `Arrivederci`, che sembrano volersi definitivamente affrancare da un mondo e da temi oramai saturi: d’ora in avanti non più amore, non più terremoti emotivi, non più adolescenza arrabbiata e malinconica, nulla più di tutto questo. Si apre così all’ascoltatore l’oscura porta della traccia fantasma, nel vero senso della parola, ovvero `Beethoven o Chopin? `, l’autentica ode terminale al decadentismo esistenzialista. `Beethoven o Chopin? ` è oscura e devastata, esplode distorta in un connubio di musica classica e di ammiccamenti sintetici; minacciosa, bellissima e inquietante, cresce piano piano fino all’eccedenza sonora, a scandire una marcia ubriaca e drogata di panico e disillusione.

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Ancora oggi `La Moda del Lento` rimane a livello di arrangiamenti l’album più personale dei Baustelle, che  parzialmente abbandonano  suoni orchestrali e chitarre acustiche per maggiori sottigliezze elettroniche e atmosfere retrò. Il suono viene curato in ogni dettaglio e beneficia di una maggior compattezza e sperimentalità, anche se ciò che giunge, come sempre, veramente a contare sono le melodie delle canzoni, anche in questo caso finemente cesellate ed espresse con la solita dolorosa eleganza.

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Sicuramente `La Moda del Lento`  è un album piuttosto difficile da comprendere, niente affatto immediato, capace di dischiudere la sua vera bellezza solo all’ascoltatore più attento e paziente. L’arte si scopre col tempo, in questo caso con più ascolti prolungati, gli unici capaci infine di rivelarne l’anima autentica ed estremamente sofferta. Ascoltando `La Moda del Lento` ,improvvisamente , ci si rende conto di essere nostro malgrado diventati grandi, costretti ad affrontare una vita più crudele rispetto a quella preservata dai nostri ricordi; l’urgenza e la spontaneità dell’adolescenza ci appaiono sempre più lontani, quasi irraggiungibili, siamo più ponderati, più attenti, più preoccupati, più consapevoli nell’affrontare nuovi problemi, nuovi traumi e nuove perdite. Tutto questo viene perfettamente espresso dai testi di Francesco Bianconi, più autobiografici ed essenziali rispetto al passato, e capaci in questo album di raggiungere una purezza narrativa assoluta, difficilmente replicabile.

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Nonostante ogni canzone possa essere ascoltata come una piccola opera d’arte a sé stante, a dispetto delle apparenze anche `La Moda del Lento` possiede un tema portante, una sorta di filo conduttore che, silenziosamente, arriva a tracciare un impalpabile percorso di autocoscienza per l’ascoltatore, a volte doloroso, altre fintamente ottimistico, altre ancora quasi agonizzante. Se nel `Sussidiario Illustrato della Giovinezza` il male di vivere era mascherato dalla sporca felicità che solo l’adolescenza è in grado di elargire, ne `La Moda del Lento` non vi sono più scuse o scappatoie, non vi è più nessuno pronto a consolarci o a rimetterci in piedi in caso di caduta; siamo soli, unicamente abbandonati a noi stessi, incapaci di chiudere gli occhi davanti a quella maledetta sofferenza da cui abbiamo sempre cercato di fuggire: ciò che ci rimane da fare è solo rassegnarci e guardarla in faccia, senza neppure la minima consolazione di una bugia o di una candida illusione. Abbandono, dunque, ma anche rassegnazione, impotenza, fragilità. Su tutto questo finisce per dominare l’ombra dell’inconsistenza delle relazioni umane: che si parli di conoscenze occasionali o di grandi amori, infatti, tutti coloro che entreranno a far parte della nostra vita, alla fine, arriveranno al punto tale da farci del male, per poi abbandonarci. E’ a questo punto che il “lento” tanto agognato diventa la  magnifica e luminosissima metafora di un contatto umano più profondo, quello che noi tutti, ahimè, sembriamo aver irrimediabilmente perduto e dimenticato. Cosa siamo disposti a fare pur di non lasciar andare le persone che amiamo?  Abbiamo il coraggio necessario per rinunciare al nostro orgoglio, per abbassare le nostre barriere e per offrire anima e corpo a qualcosa di più rischioso e di più sublime?

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`La Moda del Lento` è un album seducente e affascinante, capace di offrici malinconia e struggimento grazie a splendide ballate e sempiterne melodie, e, al contempo, di farci risorgere a nuova vita attraverso pezzi veloci e potenti e ritmiche giocose. Su tutto domina la voce calda e serena di Francesco Bianconi, il nostro moderno chansonnier, irriducibile e sorridente cantastorie, che con la sua distaccata lievità sembra quasi volerci suggerire: ascoltate `La Moda del Lento`, ma con moderazione, e solo a patto che possediate uno spirito forte e un cuore sufficientemente in pace per sopportalo.

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Comments
One Response to “BAUaffair #2 • `La Moda del Lento`”
  1. RigelGrace ha detto:

    Credits:
    • HEADER IMAGE: `La Moda del Lento` by Florence Manlik©
    • IMAGE 1: `La Nostra Infinita Abnegazione` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 2: `L’Assenza` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 4: `Thought in Metastasis` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 5: Sophia Miroedova©
    • IMAGE 6: `Two Different Lights` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 14: `Wakeful` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 15: `Miss Universe` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 18: `Skies on Fire` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 19: `Big Bang in Watercolor` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 21: `About a New Place` by Silvia Pelissero©
    http://agnes-cecile.deviantart.com/
    • IMAGE 7 – 8 – 9 -10 – 11 – 13 – 16 – 17 – 20: Conrad Roset©
    http://www.conradroset.com/

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