`Death Note`di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata • Miserere

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Che cos’è la morale? Dal momento in cui le scienze naturali ed empiriche emersero dalla storia e frantumarono il nostro vecchio modo metafisico di intendere il mondo, i valori morali smisero di essere frutto delle inclinazioni di un Dio assoluto, ma appannaggio della nostra stessa volontà. Fu a quel punto che la questione divenne particolarmente complessa: se non è Dio a decidere cosa sia bene e cosa sia male, come si può definire un’azione morale? La nostra coscienza soggettiva è in grado di discernere il bene dalla violenza? E con quale diritto ci arroghiamo il permesso di definire quale atto sia buono o malvagio? Abbiamo quindi inesorabilmente bisogno di un Salvatore? Abbiamo bisogno di un “Kira”?

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La morale, in verità, è quanto di più mutevole possa esserci: ciò che oggi in una nazione può essere messo totalmente al bando, qualche decennio prima poteva essere cosa tranquillamente tollerabile, se non assolutamente naturale. La cultura e l’identità etnica e religiosa giocano un ruolo fondamentale nella comprensione della morale che,  tuttavia, mantiene in quasi tutte le nazioni qualche punto fisso: infatti, rubare è male praticamente ovunque, distruggere il bene pubblico è deleterio e uccidere è assolutamente sbagliato. Eppure, anche in quest’ultimo caso, occorre fare le dovute distinzioni: in tempo di guerra, ad esempio, massacrare i nemici è la regola, ma anche in caso di estrema difesa personale uccidere è concesso. In alcuni casi, addirittura, come il sociologo Mark Cooney afferma, l’uccisione di nemici largamente riconosciuti da una maggioranza può aumentare il prestigio e la reputazione del killer in questione; ad esempio, persone che eliminino figure di spicco della criminalità internazionale possono trarre ammirazione e perfino plauso per il servizio svolto alla comunità. Quindi, in alcuni casi, anche i killer possono essere considerati come eroi.

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In proposito, come nel caso della morale, anche le nostre definizioni di “Eroe” e di “Criminale” sono in costante evoluzione. Per capirlo, basta guardare il mondo del fumetto, spesso diretto specchio di una società: vi sono universi immaginari dove i supereroi vengono guardati con ammirazione e considerati alla stregua di importanti leader, e altrettanti in cui gli unici sentimenti provati nei loro confronti sono frutto di odio e di scetticismo. “Eroi” e “Cattivi”, infatti, sono spesso affini per quanto riguarda facoltà e capacità sovrannaturali, con tuttavia la fondamentale differenza che i primi usano i propri poteri per aiutare il prossimo, mentre gli altri al solo scopo egoistico. E’ comunque solitamente difficile discernere quali fra i due agiscano nell’interesse di una morale o di una comunità, senza al contempo nuocervi.

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Nell’evoluzione dell’universo supereroistico, tuttavia, nel corso del tempo, si è venuta a creare una figura ibrida più complessa della trasparente distinzione fra “Bene” e “Male” in voga fino a quel momento, ossia quella dell’antieroe. L’origine dei primi antieroi risale all’epoca del cinema noir, il cui periodo classico viene identificato fra il 1941 e il 1958, ovvero gli anni a cavallo fra secondo conflitto mondiale e il dopoguerra, un’epoca in cui la criminalità e la violenza rappresentavano due costanti, e in cui il sentimento prevalente trovava espressione nell’oscurità e nel pessimismo. E’ in questo ambiente che viene alla luce la tradizionale figura dell’antieroe, non più il tipico “bravo ragazzo” modello di talento e di virtù, e, al contempo, neppure la quintessenza della malvagità come erano stati i soliti antagonisti visti fino ad allora. L’antieroe, spesso, possedeva un forte senso di giustizia e, come i “buoni”, si poneva come obiettivo quello di combattere la criminalità; eppure, ciò che sporcava la sua figura di giustiziere, ciò che lo rendeva profondamente diverso dai protagonisti acclamati fino a quel momento, era la natura delle sue azioni e delle sue decisioni che, per quanto ammantate di buone intenzioni, apparivano spesso ambigue e discutibili dal punto di vista morale. Nonostante questo, gli antieroi riuscirono spesso e volentieri a suscitare ancora maggior fascino e interesse rispetto ai loro più candidi alter ego, in quanto apparivano agli occhi del pubblico come creature più vere, più “umane”, per quanto frutto dell’immaginazione.

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In fondo, a nessuno piace ricoprire la parte del cattivo ragazzo, quello che per estirpare il putridume da una società deve necessariamente sporcarsi le mani; tuttavia, è proprio a questa figura che spesso la nostra ammirazione si rivolge, è proprio nei confronti di questa personalità che arriviamo a provare una sorta di malsana ammirazione. Ad esempio, poniamo il caso che qualcuno di a noi ignoto inizi misteriosamente ad uccidere tutti i criminali del mondo, abbassando così naturalmente il tasso di criminalità, e rendono la nostra società un luogo più sicuro e  più pacifico in cui vivere; ipotizziamo che, per di più, si venisse a sapere che, al fine compiere questa “purificazione” all’interno della comunità umana, non fosse necessario versare sangue o utilizzare armi, ma unicamente tracciare pochi tratti di penna su un quaderno. Ebbene, come reagiremmo? Ad una prima analisi, per quanto gli strumenti e i risultati apparirebbero pregevoli, un’azione del genere equivarrebbe pur sempre a uccidere; non solo, sarebbe per definizione un vero e proprio genocidio di massa! Ma, in cuor nostro, cosa penseremmo realmente? Condanneremmo le azioni di quest’uomo o, al contrario, le venereremmo?

Per Light Yagami, giovane studente giapponese e “antieroe” protagonista di `Death Note`, tutto ciò diventa più di un mero gioco d’immaginazione o di un’improbabile utopia… Tutto questo diventa, infatti, nient’altro che la realtà.

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`Death Note` inizialmente ci proietta nella regione di Kanto, in Giappone, in una società contemporanea a cavallo degli anni 2000; fin dalle prime battute non vi è alcun dubbio in merito: lo stato del mondo si sta deteriorando, mentre i capi delle forze governative e della polizia stanno a guardare senza fare nulla in merito. Un giovane studente giapponese all’ultimo anno di college, Light Yagami, medita su questo pensiero che sembra tormentarlo costantemente, mentre, tornando a casa da scuola, passa davanti a un grande schermo televisivo che trasmette le notizie del giorno: furti, omicidi, terrorismo, criminalità organizzata, è questo il degno tempo illustrato dai media, in cui non sembra esservi più alcuna differenza fra il telegiornale e un film del terrore. La maggior parte delle persone intorno a Light, dal canto suo, corre verso i rispettivi impegni senza prestare attenzione a nient’altro che ai propri orologi; le persone comuni, infatti, non sembrano avere né il tempo né l’energia né la cura per preoccuparsi di ciò che sta succedendo intorno a loro e, agli occhi di Light, sono solo degli automi senza un briciolo di iniziativa personale, condannati a starsene comodamente seduti senza accorgersi di essere testimoni della propria lenta ed inesorabile morte.

Light Yagami, tuttavia, non ci sta: è un ragazzo laborioso e di talento, lo studente più brillante del Giappone, e nondimeno un osservatore provetto, dalla mente logica e rapidissima, capace di analizzare con una sola occhiata le personalità della gente intorno a lui; è in grado in pochi istanti di ipotizzare azioni, reazioni e conseguenze, riuscendo al contempo a pianificare risposte e soluzioni: possibile che una mente così intuitiva non possa fare nulla per migliorare la situazione intorno a lui? Eppure, Light Yagami, per quanto geniale, è ancora solo uno studente; il suo incrollabile senso di giustizia serve a ben poco a fronte di una vita tediosa e monotona e di un futuro già pianificato con cura.

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Da come Light si ritrova seduto in classe, la testa appoggiata stancamente a una mano e lo sguardo perso fuori dalla finestra, intuiamo quanto si senta annoiato e amareggiato. Tuttavia, ad un certo punto, accade qualcosa: dal nulla, proprio davanti ai suoi occhi, un quaderno nero cade dal cielo nel cortile della scuola. Un fatto insolito, senza dubbio. Incuriosito, dopo la lezione, Light corre a recuperarlo, per scoprire di non essere entrato in possesso di un normale taccuino scolastico – sebbene ne abbia tutto l’aspetto -, ma di un “Death Note”; all’interno, infatti, vi è una dichiarazione agghiacciante: «L’umano il cui nome sarà scritto su questo quaderno morirà».

Uno scherzo, senza dubbio. Eppure, l’autore della burla sembra averci dedicato particolare impegno, in quanto ha aggiunto ulteriori regole, ad esempio: «Questo quaderno non avrà effetto a meno che chi scrive non abbia in mente il viso della persona»; o, ancora, «Se la causa della morte verrà scritta entro 40 secondi dopo il nome della persona, questa si verificherà»; per chi è manchevole di fantasia, invece, «se la causa della morte non verrà specificata, la persona morirà semplicemente di arresto cardiaco».

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Tutto molto divertente: la mente razionale di Light Yagami, ovviamente, rifiuta di pensare anche solo per un attimo che realmente un nome scritto su un quaderno possa provocare la morte di qualcuno. Eppure, quel taccuino, quel “Quaderno della Morte”, inizia a sortire uno strano fascino su di lui. E se, per assurdo, fosse tutto vero? Più tardi, nella sicura penombra della sua camera chiusa a chiave, Light inizierà a sperimentare, mettendo alla prova la sua prima vittima: un folle chiuso in un asilo con dei bambini in ostaggio. Tentar non nuoce: in fondo, cosa può accadere di male? E’ facile immaginare lo stupore del giovane Light quando, di punto in bianco, al telegiornale, assiste alla notizia che il criminale di cui ha scritto il nome 40 secondi prima è appena morto per arresto cardiaco e che tutti gli ostaggi sono stati tratti in salvo indenni. Light Yagami non riesce a credere ai propri occhi: il Death Note è autentico, funziona davvero! Insieme all’orrore per l’atto appena commesso, ovvero l’assassinio di un uomo grazie solo a pochi tratti di penna, la mente del nostro protagonista inizia tuttavia a scatenarsi al pensiero di cosa un ragazzo come lui può essere in grado di fare con quello straordinario potere fra le proprie mani.

Light realizza improvvisamente di essere entrato in possesso della facoltà che ha sempre desiderato: salvare il mondo dai criminali, dalla gente cattiva e dalle persone inutili. Finalmente, si ritrova capace di cambiare realmente le cose, perciò, dopo un breve momento di esitazione morale, decide di utilizzare attivamente il Death Note per realizzare un’utopia: uccidere tutti i malvagi e liberare il mondo dal crimine e dalla paura.

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Leggendo questi pensieri, naturale viene formulare un parallelismo con gli studi psicologici e sociologici di Roy Baumeister e Kathleen Vohs, in particolare rispetto al loro modello delle radici del male. Secondo questa ricerca, infatti, una delle più frequenti origini di azioni malvage e immorali va ricercata in un’utopia idealistica che utilizza la violenza come agente attivo per la sua realizzazione. Il progetto di Light Yagami, che prevede l’utilizzo del Death Note per la costruzione di una società migliore, infatti, ricalca palesemente le ideologie di molti e più illustri personaggi prima di lui, da Mao a Stalin, da Mussolini a Hitler, protagonisti di azioni profondamente malvage nella convinzione di star facendo “la cosa giusta” per il loro amato paese e per la creazione di un nuovo mondo; tutte personalità, inoltre, profondamente narcisistiche, portate a credere che le loro capacità e il loro talento li rendessero gli unici in grado di emettere giudizi, anche di vita o di morte, sulle altre persone.

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Light, allo stesso modo, manterrà un’attitudine profondamente misantropa nel corso di tutta la narrazione, mai stringendo uno stretto rapporto affettivo con nessuno e conservando, al contrario, un generale disprezzo per l’umanità intera. Fin dal primo momento in cui si rende conto dei poteri del Death Note, infatti, lo vediamo guardarsi intorno per strada e vedere, per esempio, un ragazzo insultare la madre per il ritardo, un paio di ragazze ridacchiare per un appuntamento e una giovane donna venir molestata da un branco di motociclisti. Risulta abbastanza chiaro come Light guardi a tutte queste persone come parte di una società marcescente e profondamente decaduta dal punto di vista morale, fino ad arrivare a pensare fra sé e sé come il fatto di sbarazzarsi di tutti quei rifiuti umani equivarrebbe a nient’altro che compiere un servizio per la società.

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Light Yagami è estremamente determinato nel proposito di realizzare le proprie ambizioni, senza tentennamento alcuno nella correttezza delle sue convinzioni. Nonostante inizi, infatti, progressivamente a macchiarsi del sangue delle persone da lui stesso uccise grazie al Death Note, questo gesto estremo non fa altro che alimentare la sua risolutezza immobile; è ormai fermamente persuaso che, sradicando la criminalità dalla società umana, eleverà se stesso allo status di divinità, l’unico in grado di distruggere la violenza e l’immoralità del mondo contemporaneo per trasformarlo poi in un luogo ideale, meraviglioso e pacifico in cui vivere.

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Tuttavia, Light non sarà completamente solo nella realizzazione del suo progetto; infatti, il Death Note non è semplicemente precipitato dal cielo, lasciato cadere per caso, ma è stato gettato sul mondo terrestre per la noia del suo proprietario, che desiderava qualcosa di nuovo da fare: il nome di questi è Ryuk.
Ryuk è il primo personaggio che incontriamo in `Death Note`: altissimo, scheletrico, occhi vitrei e labbra scure congelate in un ghigno demoniaco che mette in mostra i denti affilati come rasoi, Ryuk trova un ottimo diversivo in Light e nelle sue ambizioni, assistendo e osservando con cinico divertimento le ripercussioni che il suo gesto è in grado di provocare nel mondo degli umani.

Ryuk, come avrete capito, non è una creatura mortale, ma uno Shinigami (letteralmente, un “Dio della Morte”), una creatura extra-sensoriale capace di strappare la vita restante ad un essere umano per garantire la propria sopravvivenza. Gli Shinigami non sono responsabili per qualunque morte si verifichi sulla Terra, in quanto ogni persona, prima o poi, è suo malgrado destinata a perire; tuttavia, uno Shinigami può scegliere arbitrariamente di quale essere umano scrivere il nome sul proprio Death Note, facendolo così morire prima del tempo e contemporaneamente allungando la propria esistenza.

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Accade, tuttavia, che gli Shinigami, tediati dalla loro vita immortale priva di prospettive, si dimentichino talvolta di svolgere il proprio compito, e conseguentemente muoiano senza neppure accorgersene. Uno Shinigami avrebbe certo molto da fare osservando dall’alto del suo regno la vita umana, o intervenendovi attivamente a proprio piacimento, eppure, anche in ciò, si cela un pericolo mortale; a un Dio della Morte, infatti, è severamente vietato affezionarsi, innamorarsi o salvare la vita di un essere umano, prolungando così gli anni di esistenza stabiliti per lui dal Fato: in tal caso, a pagarne il prezzo sarà lo Shinigami stesso, che morirà, trasformandosi in polvere.

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Ryuk, come ci viene illustrato fin dal principio, viene visto con sospetto e derisione dai suoi compagni, in quanto eccessivamente interessato alle sorti della Terra e dei suoi abitanti. Nonostante questo, la sua natura maliziosa e irrequieta lo porterà a lasciare cadere un Death Note dal proprio regno, permettendo a un essere umano di trovarlo e conseguentemente di iniziare ad usarlo. Sarà appunto Light la “vittima” predestinata, che ben presto scoprirà di costituire uno svago senza precedenti per Ryuk, che solo egli può vedere, in quanto avente toccato a mani nude il Death Note.

Sarà in questo modo che la Morte, affascinata dalla Vita, ne rimarrà irrimediabilmente avvinghiata, non per necessità biologica, ma per  puro divertimento e, altrettanto, per invidia. Infatti, la Vita è così bella che anche la Morte finisce suo malgrado per innamorarsene, un amore possessivo e geloso, che la porterà a non poterne più fare a meno e ad esservi per sempre legata.

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Attraverso l’utilizzo del Death Note, Light inizierà rapidamente a sviluppare una natura profondamente crudele e malvagia, che in precedenza non sospettava neppure di possedere: il potere, infatti, finirà progressivamente per ingoiare la sua razionalità e deturpare la sua anima, rendendolo così completamente privo di qualsivoglia amore, compassione o  misericordia. Light Yagami, guardandosi allo specchio, inizierà a vedere se stesso nient’altro che come un Messia, indossante i panni del legittimo Salvatore del genere umano, al quale ogni azione può essere giustificata e perdonata, per quanto disumana risulti essere. Sarà addirittura pronto a sacrificare la propria famiglia e i propri amici pur di ascendere ai propri obiettivi, dimostrando come la possibilità ipotizzata inizialmente di salvare il mondo, sarà via via destinata a trasformarsi nella spaventosa apologia di un tiranno, alimentata da un ego smisurato e dal voluttuoso piacere del dominio. In tutto questo, Light verrà costantemente accompagnato da Ryuk, che assurgerà  così agli occhi del lettore al ruolo di memento mori: un teschio sogghignante sempre presente sullo sfondo, a ricordare in ogni momento la terrificante follia delle azioni umane.

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Ovviamente, la repentina e sconcertante morte di tutti i più spietati criminali del mondo non è cosa che passa inosservata. La polizia locale giapponese e l’Interpol, infatti, iniziano a prendere atto del crescente numero di vittime, arrivando ben presto a persuadersi che non si possa trattare di una coincidenza, ma di un vero e proprio assassinio di massa. L’Interpol non ha la minima idea da dove iniziare le indagini per trovare il serial killer denominato “Kira” dall’opinione pubblica, perciò decide di sfoderare il proprio asso nella manica: il super detective senza volto e senza nome conosciuto unicamente come  “L”.

Tsugumi Ōba, autore altrettanto misterioso del manga `Death Note`, affermò come la figura di L fosse stata creata come emblema della forza di giustizia in grado di interporsi fra Light Yagami e i suoi obiettivi. Tuttavia, la storia non avrebbe retto se L fosse stato rappresentato come significativamente più anziano del protagonista, perciò Ōba decise di dipingerlo come un giovane adulto, eccentrico e geniale al pari del suo avversario.

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L appare subito come un personaggio piuttosto reticente, tantoché inizialmente neppure il lettore di `Death Note` ha il privilegio di vederlo in volto; egli comunica con il mondo esterno solamente attraverso il proprio assistente, Watari, palesando se stesso tramite un computer, una lettera “L” in Old English MT e una voce digitalmente distorta.  Grande è lo stupore, quindi, nel realizzare come l’ingegnoso detective sul quale l’Interpol pone tutte le proprie speranze, sia in realtà niente più che un ragazzo dall’aspetto scompigliato e dall’atteggiamento languido, fattori che inizialmente suscitano numerosi dubbi sulle sue realità capacità intellettive. Le sue numerose stranezze certo non aiutano a dissipare questo pregiudizio: L, infatti, è solito ad accucciarsi, invece che sedersi normalmente, in quanto sostiene che le sue capacità deduttive in altro modo potrebbero diminuire del 40%; inoltre, la sua unica alimentazione è costituita da cibi dolci, con cui spesso giocherella durante le sue meditazioni, stando ben attento, tuttavia, ad afferrarli soltanto con il pollice e l’indice della mano destra. Le sue azioni in presenza di altre persone, infine, sono piuttosto eccentriche, per non dire maleducate, e comprendono l’abitudine di parlare a bocca piena, mettere i piedi sui mobili o fare osservazioni offensive con candida innocenza.

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A dispetto di tutte le sue stranezze, tuttavia, L è assolutamente geniale: le sue capacità di deduzione partendo anche dai più piccoli particolari sono senza rivali, e il suo metodo estremamente meticoloso e analitico di analizzare il mondo gli permette di cogliere indizi ad altri assolutamente invisibili.  E’ anche solito a usare sistemi non propriamente ortodossi per le sue indagini, ingannando senza scrupoli i propri avversari e prendendo misure decisamente drastiche pur di risolvere un caso.

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Con L accucciato sui talloni e Light perso nei propri deliri di onnipotenza, `Death Note` presto si trasforma in una colossale battaglia di ingegni. I combattimenti mentali fra i due protagonisti, infatti, diventano il fulcro principale della storia, richiamando ben presto alla memoria altre illustri rivalità intellettuali, combattute idealmente fra crimine e giustizia, fra follia e assennatezza, come quelle fra Sherlock Holmes e James Moriarty o fra Batman e Joker.

L’agilità mentale di Light e della sua nemesi L è fonte di grande intrattenimento, ma non solo; è infatti fondamentale la riflessione morale che ciò porta con sé, ovvero la speculazione su cosa realmente possa essere considerato come “Giustizia.

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Light prende dalla sua parte il concetto biblico di “occhio per occhio, dente per dente” e gli dà forma mortale: è stato dotato dal Fato di un potere soprannaturale senza averlo richiesto, perciò egli stesso ora può essere considerato un dio capace di trascendere l’umano, fautore di un tipo di giustizia assoluta; eppure, a guardarci bene, anche l’attitudine che L manifesta nello svolgersi della sua missione non è molto diversa. L, il grande detective, crede che la retta via risieda nella deduzione, nelle prove e nella legge comune, non nella soggettività di un solo uomo. Tuttavia, ha una visione di se stesso al pari di quella di Kira, ovvero come il supremo garante della giustizia terrena, arrivando a sfiorare una determinazione quasi maniacale nell’intento di intrappolare e catturare il suo nemico; nulla può distoglierlo da questa posizione, ed è pronto a tutto pur di salvare l’umanità da questa terribile minaccia. Fra i due rivali, quindi, vi sono ben poche differenze: tanto quanto Light si crede il dio di un nuovo mondo, allo stesso modo L si ritiene l’unico arbitro capace di garantire il rispetto della legge umana.

Procedendo nella lettura, tuttavia, la narrazione – e, conseguentemente, gli spunti etici che questa porterà con sé- si farà ben più articolata e complessa di quanto illustrato fino ad ora. Nuovi personaggi, infatti, inizieranno a comparire nella storia, ognuno portatore del proprio messaggio morale e di una nuova concezione di “Giustizia”.

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Dalla parte di Light, difatti, ben presto vedremo schierarsi un secondo Kira, ovvero Misa Amane, anche lei per caso venuta in possesso di un Death Note e determinata a raggiungere i propri obiettivi. Misa, infatti, a dispetto del suo temperamento frivolo e del suo aspetto delizioso, ha alle spalle una terribile storia, che solo nella figura di Kira potrà trovare riscatto; Light, di conseguenza, diventerà per lei fonte di autentico amore e di illimitata venerazione.

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A seguito di alcuni eventi, inoltre, anche la figura di L sarà costretta a farsi da parte, per cui vedremo il suo posto essere preso da altri due super-ingegni, determinati a proseguire la sua opera. Verremo così a conoscenza di Near, ragazzino albino dalla mente geniale e legittimo successore di L, velatamente subdolo e  infantile, pronto tuttavia a catturare Kira nel più assoluto rispetto della legge; e poi, ancora, Mello, costantemente tormentato da un complesso di inferiorità nei confronti di Near, rasentante quasi l’ossessione nel raggiungere il suo egoistico obiettivo, ovvero essere “il nuovo numero uno”.

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Tramite queste nuove figure, `Death Note` arriverà ad arricchire uno scenario sempre più dettagliato sulle più differenti definizioni di etica e di integrità, senza tuttavia mai esprimere un vero giudizio, ma lasciando al lettore l’arduo compito di discernere ciò che in realtà sia bene o sia male. Misa, ad esempio, sarà portatrice di un concetto di giustizia ancora più soggettivo di quello di L o di Light, in quanto riguarderà solo le persone che lei sente di aver il diritto di punire o premiare, ovvero quelle direttamente coinvolte nella sua stessa vita. Per Near, invece, la vera giustizia  imporrà che neppure il più piccolo dei costumi possa essere compromesso, anche nel nobile intendo di raggiungere un bene più grande. Infine, assisteremo all’autodistruzione di Mello, il quale crederà fermamente come la giustizia sia in grado di identificarsi solo nella libertà personale che ogni uomo ha nell’inseguire le proprie ambizioni, non importa quali crimini o quali malvagità è suo malgrado costretto a commettere.

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`Death Note` è una narrazione appassionante, un’avventura modellata intorno ai concetti di logica, spirito, fiducia e tradimento; ricco di personaggi profondi e intessuti con sapiente intensità, è un racconto capace di avvinghiare il lettore dall’inizio alla fine con sorprendente vizio. Allo stesso tempo, però, `Death Note` rappresenta sostanzialmente un grandioso viaggio nella storia della filosofia e dell’etica, un manga incredibile traboccante di polemica morale e di speculazione esistenziale. Cosa farebbe un uomo di intelligenza superiore alla media con la chiave di un potere distruttivo senza limiti? A chi veramente dovrebbe essere affidato un potere del genere? E chi potrebbe mai avere  il diritto di arrogarsi la decisione su chi può vivere e chi invece deve morire?

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A discapito di tutte queste domande, una cosa, tuttavia, è certa: quando le persone iniziano ad accorgersi che una forza superiore sta operando per uccidere tutti i malvagi del mondo, i tassi di criminalità giungono a calare drasticamente. In questo senso, Light Yagami raggiunge il suo obiettivo… Ma a quale prezzo? Light, infatti, garantisce il rispetto della legge unicamente attraverso il terrore della morte, concentrando in sé contemporaneamente il potere giudiziario, legislativo ed esecutivo, e trasformando la società mondiale nel più classico modello di dittatura. Light, dal canto suo, non esprime mai un parere favorevole a questa particolare forma di governo, ma dal momento che egli arriva a considerare nessun altro in grado di compiere le scelte giuste per la realizzazione di un nuovo mondo, si dichiara “costretto” a caricare se stesso di questo gravoso carico.

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Da una parte, Light combatte per il bene del suo popolo, mentre dall’altra egli arriva a ritenersi sopra la stessa legge che sta cercando di far rispettare, arrogandosi per questo il diritto di infrangerla. Come può giustificare questo fatto? In proposito, interessante è l’episodio che vede Light rivelare a Ryuk come il suo obiettivo finale sia quello di creare una società ideale libera dall’ingiustizia e popolata solo da persone buone ed incorruttibili. Lo Shinigami, dal canto suo, commenta come ciò renderebbe Kira, infine, l’unica persona cattiva rimasta sulla terra; emblematica è la risposta di Light: «Eh? Non ho idea di cosa tu stia parlando. Sono un ottimo studente, onesto e laborioso, considerato una delle menti migliori e più brillanti del Giappone. E io… Io diventerò il Dio del Nuovo Mondo!». E’ da questo momento, infatti, che Light arriverà a considerare se stesso letteralmente superiore al resto della razza umana, giungendo a far coincidere la propria filosofia con il celebre concetto di Übermensch di nietzschiana memoria, ovvero con il mito del Superuomo.

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Dal canto loro, le persone comuni che guardano a Kira, posseggono due opinioni piuttosto divergenti in proposito: da una parte vi sono alcuni che lo venerano come il proprio Salvatore, dall’altra una piccola ma determinata minoranza che lo identifica con la malvagità più assoluta.
Una cosa importante da ricordare, tuttavia, è che Light, in somiglianza con i veri malfattori, non vede se stesso nella parte del cattivo; egli sa perfettamente che le sue azioni sono moralmente sbagliate, ma dal momento che ambiscono ad uno scopo più grande e più nobile, si ritrovano ad essere completamente giustificate. Una delle citazioni più famose di `Death Note`, non a caso, vede un confronto fra L e Light proprio su questa tematica:

L: «Kira, io credo di sapere perché tu stia facendo questo. Ma devi capire che le tue azioni… sono il Male»
Light: «Io… Il Male? IO SONO LA GIUSTIZIA! Io sono l’eroe capace di liberare il popolo dalla paura! Io sono il salvatore che sta per diventare il Dio di questo Mondo Nuovo! E coloro che disobbediscono a Dio… Loro sono i veri cattivi!

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Da ciò si intuisce come Light possegga appieno le caratteristiche dell’antieroe più classico dei film noir, che, fra le altre, comprendono una totale mancanza di fede nell’umanità e una malsana tendenza a elaborare una forma di giustizia personale dettata unicamente dalla propria legge interiore. Questo lo rende fondamentalmente un alienato, una vittima strangolata da un ego smisurato, condannata fin dall’inizio a causa della sua stessa depravazione.

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Oltre alla figura dell’antieroe, tuttavia, `Death Note` compone un più complesso e organico omaggio al cinema noir. Come nelle migliori pellicole di questo genere cinematografico, infatti, la narrazione procede in un’escalation continua di disorientamento, pessimismo e rifiuto del tradizionale binomio fra Bene e Male. A rincarare la dose, i frequenti riferimenti all’arte gotica e decadente creano un senso di claustrofobia e intrappolamento, un’atmosfera di suspense e di mistero, una metonimia di malinconia e di orrore giocata fra continui presagi, visioni ed eventi soprannaturali.

Tutta l’impostazione, nel complesso, riprende esteticamente  le effimere e delicate ombreggiature bianche e nere tipiche di un’atmosfera noir. La maggior parte degli eventi salienti, non a caso, si realizza in ambienti bui e angusti, perfetti per incutere profonde sensazioni di tristezza e di soffocamento; ad esempio, Light frequentemente scrive sul Death Note immerso nella penombra inquietante e mefitica della sua stanza, mentre possiamo più volte vedere L seduto al centro di una stanza buia, illuminato solo dalla luce dei suoi computer, a meditare profondamente sul caso Kira.

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L’arte dell’illustratore Takeshi Obata, come sempre, appare superba. La sequenza e la maestria nell’illustrazione delle scene rende la lettura piacevole e fluida, assolutamente perfetta per immergere il lettore nello svolgersi dell’azione e negli stati d’animo dei protagonisti. Le emozioni attraversano e deturpano i volti dei personaggi con sorprendente naturalezza, rendendoli autentici, palpitanti, e alimentando il dramma delle vicende con incredibile intensità.

Takeshi Obata, inoltre, dà particolare importanza agli sguardi dei suoi personaggi, riflettenti i loro più tenebrosi moti interiori. Gli occhi, a partire da quelli di L fino alle deliranti espressioni di Light, sono di grandi dimensioni, spesso fissi nella contemplazione di qualcosa di terrificante ed invisibile. Questa caratteristica potrebbe essere superficialmente presa come una licenza artistica, utile per esprimere gli sconvolgimenti di un anima tormentata immersa nei propri imperscrutabili pensieri; eppure, secondo me, dietro vi è qualcosa di più.

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Lo stesso sguardo, infatti, Takeshi Obata lo disegna sui cadaveri delle persone morte, che frequentemente vedremo nel corso delle vicende; ciò significa che il messaggio che l’autore vuole imprimerci nella mente sia come la maggior parte dei personaggi che noi vediamo parlare, muoversi e camminare, in realtà sia estremamente prossima alla morte, se non già completamente asservita ad essa.
In più, chiunque ricorderà il famoso detto che cita: «La Giustizia è cieca»; in `Death Note` ogni personaggio è alla disperata ricerca della verità: Light annaspa verso la propria affermazione, mentre L mette in gioco anche la sua stessa vita pur di scoprire l’identità di Kira. Sovviene da pensare, quindi, che in `Death Note` la giustizia non sia cieca, ma veda con gli occhi lattiginosi e sbarrati di un popolo che è già morto. Forse, è la Giustizia stessa a essere morta; oppure, è la Morte a divenire inesorabilmente l’unica vera fonte di Giustizia.

Quindi, chi è infine Light Yagami? Un salvatore o un dittatore spietato? Un Messia mandato da Dio o il peggiore dei malvagi? Ciò che unicamente conosciamo è come egli desideri una società pacifica e paritaria, eppure, allo stesso tempo, come pretenda di governare questo Nuovo Mondo in qualità di Dio. Kira uccide i peggiori e più spietati criminali per proteggere innocenti, ma, ugualmente, è disposto a sacrificare questi ultimi pur di proteggere se stesso.

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Kira sembra voler prendere il mondo per la gola: una parte del suo popolo lo maledice, mentre i criminali e i cattivi lo temono, e a ragione; d’altro lato, invece, il resto della società lo venera, al punto tale che, progressivamente, il mondo intero sembra accettare come vi sia una potenza maggiore e incontrollabile al lavoro per ripulirlo. Eppure tutto questo non è altro che una tragica commedia, una falsità, una pura menzogna. Infatti, quando Kira smetterà di mietere le sue vittime, il mondo pian piano ritornerà al punto di partenza, come se nulla fosse accaduto. Ciò sta a significare come le persone, quindi, non avessero realmente capito come evitare di compiere il male, ma agissero solo in conseguenza della paura per una punizione più definitiva e totalizzante. Tentare quindi di cambiare il mondo attraverso la tirannia o la morsa di un diritto senza scampo non può modificare, in realtà, quella che è la natura più profonda dell’uomo, che arriva a stabilire in ognuno di noi una subdola e velata fiammella di oscurità.

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D’altro canto, l’unica cosa che arriva veramente a cambiare è l’animo di Light, irrimediabilmente corrotto dal potere assoluto che si ritrova a stringere fra le mani. Per quanto gli intenti possano essere nobili e l’obiettivo finale pregevole, infatti, il risultato non cambia: Light è un pazzo, uno psicopatico, un assassino, nulla di più.

Coniugando elementi soprannaturali all’irriverenza della commedia nera e alla suspense di un romanzo thriller, `Death Note` conduce i suoi lettori in un mondo oscuro dove le battaglie intellettuali sono in grado di essere più epiche e spietate di qualsiasi combattimento fisico e dove giocare a fare il dio arriva a risultare piuttosto controproducente. In tutto questo, pone una morale importante, estremamente attuale, che ci fa capire come l’ingiustizia, prima o poi, troverà sempre la propria condanna, e come anche il più onnipotente dei poteri possieda un terrificante prezzo che dovrà, infine, essere irrimedibilmente pagato.

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One Response to “`Death Note`di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata • Miserere”

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