Niccolò Paganini • Devil’s Trill

 photo TITOLO1_zps25d108d3.pngSecondo la leggenda, tutte le volte che qualcuno tenta di suonare `Il Trillo del Diavolo ` finisce sempre per succedere qualcosa di strano; niente di per forza preoccupante o malvagio, ma bizzarro o inaspettato sicuramente sì.  Dicerie popolari, forse; eppure c’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il musicista Giuseppe Tartini dichiarò di aver concepito quel brano, alla fine del 1700.

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Giuseppe Tartini lasciò scritto che l’ispirazione per il `Trillo`  gli venne da un sogno, ma non uno qualunque; sognò, infatti, di aver stipulato un patto con il diavolo in persona e che questi, in virtù dell’accordo, si dichiarava pronto ad eseguire ogni suo capriccio o desiderio. E’ così che Tartini gli diede il violino, per vedere se fosse in grado di suonarlo, ed enorme fu la sorpresa quando Messer Satana iniziò a eseguire la più sublime e singolare sonata mai sentita, con tanta superiorità e intelligenza che non vi poteva essere paragone con null’altro fosse stato concepito fino a quel momento da mano mortale.

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Partendo da un pezzo lento, un Larghetto affettuoso e puramente romantico, la composizione passava improvvisamente ad un Allegro di soprannaturale bellezza, un taglio rapido al violino, spietato, la definizione stessa di “trillo”. Le dita della mano sinistra del diavolo premevano dolorosamente sulle corde, mentre lo spirito tormentato dello strumento fuoriusciva dalla cassa armonica con un grido dell’inferno, senza pace, perché il violinista maledetto continuava a produrre suoni senza provare alcun sentimento, ma solo per dimostrare tutta la propria sovrumana abilità.

Immaginate, quindi, l’incontenibile sorpresa, l’estasi e il piacere, che provò Tartini nell’udire tutto ciò. L’ultima nota lo svegliò di soprassalto e, nella speranza di conservare almeno un frammento dell’emozione provata, tentò di riprodurre su spartito il brano appena ascoltato. Fu così che Giuseppe Tartini, musicista sopraffino e uomo del tardo barocco, avvezzo ad esprimersi per simboli e parabole, concentrò tutto il significato della sua arte nella `Sonata per violino in sol minore`, che venne alla luce ben 17 anni dopo il sogno rivelatore e data alla stampe solo dopo la morte dell’autore stesso, nel 1798.

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Quella che, ad orecchio inesperto, può sembrare una sinfonia come le altre, è probabilmente il più difficile brano solista per violino mai composto nella storia della musica. L’unico altro strumento che di solito accompagna l’esecuzione è un pianoforte o un organo, avente lo scopo di aggiungere ulteriore pathos all’atmosfera già occulta della composizione. Probabilmente è anche per questo motivo che gli studenti di Tartini la soprannominarono `Il Trillo del Diavolo`, la maggior parte di loro credendo rappresentasse anche una sorta di vendetta da parte del Maestro nei confronti di tutti gli altri violinisti, in quanto recentemente infortunatosi la mano in un incontro di scherma, incidente che gli precluse la capacità di continuare a suonare lo strumento; solo un musicista di straordinaria bravura, infatti, poteva essere in grado di eseguire quella musica di demoniaca bellezza e, se Tartini non ne era più in grado, solo pochi eletti avrebbero avuto il privilegio di eguagliarlo.

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La biografia di Giuseppe Tartini, tormentata e affascinante, si presta a un’incredibile varietà di riflessioni, in quanto capace di alternare eventi e aspirazioni nettamente contrastanti fra loro. Perfetto esempio di sensibilità pre-romantica, si può riconoscere in Tartini un profondo animo rivoluzionario, in grado di stravolgere l’arte del violino e della composizione musicale. Sospeso fra le ispirazioni illuministe e le repressioni dell’età barocca, per tutta la sua vita Giuseppe Tartini si ritrova ad oscillare fra la tentazione del peccato e il prostrante desiderio di redenzione, passando dal rifiuto dell’abito da frate all’intensa attività di spadaccino, dalla fuga a causa di un matrimonio contrastato  fino al violento e massacrante studio del violino, che sovrasterà tutta la sua vita.

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E’ così che comprendiamo come il “diavolo” di cui si esegue la sonata, rappresenti in realtà per Tartini il violino stesso, colpevole di averlo sedotto e allontanato dalla famiglia e dalla fede a cui era destinato; il violino come strumento di dannazione, quindi, ma anche di redenzione, in particolare nella seconda parte delle vita del musicista, quando si trasforma nel principale mezzo in grado di garantire il suo riscatto sociale. E’ così che nel celeberrimo `Trillo` si configura nient’altro che una chiamata per tutte quelle anime sublimi e dannate in grado di sopportare il possesso del “diavolo” e di volgerlo a proprio favore, sorte che toccò al suo stesso autore… Ma non solo.

Non è un caso, infatti, che ben presto l’opera di Tartini sarà destinata a diventare uno dei brani preferiti da quello che è considerato il più straordinario violinista di tutti i tempi, ma anche il più tormentato e maledetto mai esistito a memoria d’uomo: il Maestro Niccolò Paganini.

Non vi era nessuno a Nizza disposto ad avvicinarsi alla casa del conte di Cessole una volta calato il buio: cose strane, infatti, accadevano dopo il tramonto; luci lampeggianti, voci misteriose e, fatto ancor più inquietante, il suono di un violino spettrale, che sembrava fuoriuscire al chiaro di luna insieme alla nebbia dei campi, per poi strisciare sui muri della villa e terrorizzare chiunque avesse l’ardire di ascoltarlo.

Gli abitanti locali, fin da subito, non ne furono particolarmente sorpresi: la casa era indubbiamente infestata. D’altronde, non era lì che aveva riposato il corpo del grande Maestro Niccolò Paganini subito dopo la sua morte, nel 1840? E non era accertato ovunque che il più famoso violinista di tutti tempi fosse dotato di poteri satanici? Altrimenti, come si poteva spiegare il suo incredibile talento musicale, se non supponendo che avesse venduto l’anima al diavolo in cambio di quell’abilità ultraterrena?

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Ormai, non vi sono più testimoni tutt’ora in vita capaci di raccontarci se effettivamente lo spirito di Paganini tormentasse i sonni del Conte di Cessole, suo intimo amico; eppure, vi è la prova documentale che, in una notte tempestosa del 1844, un piccolo gruppo di uomini trasportò la bara di Paganini dalla villa in questione alla banchina poco lontano, dove poi venne caricata a bordo di una barca. Segretamente, la nave salpò e, pochi giorni dopo, il corpo di Paganini venne tumulato nella rocciosa isoletta di Saint Ferreol, in terra sconsacrata, nonostante le promesse degli amici fatte al musicista ancora in vita. Infatti, nessun sacerdote era ancora disposto a condurre un servizio di sepoltura cristiana per Niccolò Paganini che così, anche dopo la morte, era suo malgrado destinato a pagare il prezzo della strana reputazione che aveva raccolto in vita.

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La leggenda, giunta fino ai giorni nostri, che vede Niccolò Paganini come il violinista “demoniaco” per eccellenza, ha radici antiche, ed è stata oggetto di numerosi adattamenti e di altrettante riscritture. Quella più popolare vede Paganini, come il collega letterario Faust, stipulare un patto con Satana, acquisendo così i poteri sovrannaturali che lo resero capace di suonare il violino aldilà del talento di qualunque altro musicista venuto prima o dopo di lui. Effettivamente, alcune delle sue composizioni, come i `24 Capricci`, sono così complesse da renderlo all’epoca l’unico in grado di poterle suonare senza commettere alcun errore.

Altri contemporanei arrivarono addirittura a credere che fosse il demonio stesso ad essersi incarnato nell’oscura figura dell’artista; c’era perfino uno spettatore che, dopo aver assistito a un concerto di Paganini al Teatro di Palermo, era disposto a giurare e a spergiurare di aver visto il diavolo in persona dietro al violinista, mentre gli muoveva le mani con eccezionale destrezza, spietato e velocissimo. Effettivamente, ciò  spiegava anche il perché Paganini era solito a contorcersi come un indemoniato mentre suonava, letteralmente flagellando il violino con il suo archetto, compiendo movimenti talmente innaturali da arrivare talvolta anche a sovrapporre i gomiti fra loro.

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Eppure, non era solo il talento straordinario nell’arte del violino ad alimentare la fama di Paganini come musicista demoniaco, corrotto e perverso, un vero e proprio criminale licenzioso e insensibile, alla stregua di altri antieroi del tempo, come il Marchese De Sade o Lord Byron: anche l’aspetto esteriore, infatti, faceva la sua parte. Piuttosto alto per l’epoca e magrissimo, Paganini veniva descritto come scheletrico al punto tale che sulle sue guance arrivavano a formarsi due rughe della stessa forma delle “effe” del violino; e come non parlare della pelle diafana, quasi trasparente, come quella di un cadavere, e delle braccia talmente fragili e macilente che pareva impossibile potessero trovare anche solo la forza per sostenere uno strumento, figurarsi suonarlo con tale intensità disperata. Il poeta Heinrich Heine, infatti, scrisse che guardando Niccolò Paganini sul palco sembrava proprio di vedere «un cadavere risorto dalla tomba, un vampiro col violino». In più vi erano pure i vestiti che era solito a portare, tutti rigorosamente neri e di qualche misura più grande, anch’essi fondamentali nell’arricchire la strana e inquietante aurea generata dalla sua persona.

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Tuttavia, secondo le voci dell’epoca, non era soltanto Niccolò Paganini ad essere posseduto, ma bensì  anche lo strumento che suonava! Il violino preferito di Niccolò Paganini era un Guarnieri del Gesù, regalatogli nel 1742 a Livorno, e che egli aveva soprannominato  il suo “Cannone”. Tuttavia, per il pubblico, quello non era uno strumento come gli altri, ovviamente: era infatti stato costruito dal demonio in persona e le corde erano fatte con le budella di un’amante di Paganini, che egli stesso, insoddisfatto, aveva senz’altro ucciso. L’immagine veniva rafforzata dalla rappresentazioni folkloristiche medievali ancora diffuse all’epoca di Paganini, che vedevano il violino come un oggetto misterioso, incantato e prettamente femminile, tanto da giungere a un’inquietante rappresentazione del violinista come agente di morte e del suo strumento come una vittima, prima erotizzata e poi assassinata.

Faust, Stregone, Santana, Figlio delle Streghe: insomma, erano queste le etichette più popolari che venivano attribuite a Niccolò Paganini, perfino da parte dei suoi estimatori. «Rallegriamoci che questo incantatore sia un nostro contemporaneo», scriveva in proposito il critico musicale Castil-Blaze sul `Journal des Débats`, il 15 marzo 1831, «e che ne sia contento lui stesso, perché se avesse suonato il violino in quel modo duecento anni fa, sarebbe stato senza dubbio bruciato al rogo per stregoneria».

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D’altra parte, Niccolò Paganini stesso si compiaceva nell’alimentare la leggenda “satanica” attorno alla sua persona, fondendo così nell’immaginario popolare la figura del violinista con quella del “malato diabolico”, diventandone egli stesso l’incarnazione. Non stupivano, quindi, gli strani comportamenti che gli appartenevano, come la sua presenza pressoché quotidiana all’inumazione dei parigini morti di colera, oppure gli isterismi che il suo arrivo provocava in qualsiasi città egli si recasse; dal canto loro, i frequentatori dei concerti, anche i più scettici, si lasciavano piacevolmente coinvolgere dall’aurea di leggenda che il musicista portava con sé: in questo modo, pareva ancora più soprannaturale veder comparire quella figura davanti ai propri occhi, sul palcoscenico, quel genio della musica allampanato, emaciato e distrutto, che sembrava afferrare l’archetto del violino come una bacchetta magica, tentando di scacciare, con la violenza e l’altrettanta grazia dei suoi gesti, una maledizione che lo affliggeva dall’eternità.

In verità, a discapito del fascino e della mitologia che circonda la sua figura, è solo dando uno sguardo alla sua vita che, seriamente, si intuisce cosa portò Niccolò Paganini a sviluppare un tale sovrannaturale talento nell’arte del violino, abilità che lo porterà ad ascendere alla vette della musica mondiale, per poi essere destinato a mai più ridiscendervene.

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Nato a Genova, ad un tiro di schioppo dalla prima casa di Cristoforo Colombo, Niccolò Paganini era figlio di un suonatore di mandolino, e già dall’età di sei anni dimostrò come la musica sarebbe diventata l’elemento più importante di tutta la sua vita.
Raramente un genio assomiglia agli altri uomini e Paganini non faceva eccezione, dato che fin da piccolissimo dimostrava strani e inquietanti qualità. Fisicamente era fragile e spesso malato, eppure al suono dell’organo della chiesa si poteva vederlo tremare scosso da una gioia irrefrenabile, quasi commosso fino alle lacrime dalle ancestrali note che deliziavano tutto il suo essere.

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Anche la madre del piccolo Niccolò credeva fermamente che il suo primogenito possedesse qualità speciali e fosse destinato alla fama eterna, fatto che, lei stessa sosteneva, le sarebbe stato rivelato da un angelo in sogno. Il padre di Paganini, dal canto suo, aveva una visione più pratica delle cose; musicista lui stesso, intuì subito la portata dei preziosi talenti del figlio, in particolare dal punto di vista remunerativo, e non esitò a sfruttarli. Quindi, a partire dai 7 anni, Niccolò Paganini fu costretto dai genitori a prendere lezioni di violino regolari, per poi impratichirsi suonando ore e ore in una cantina per tutto il resto della giornata; se tutti gli esercizi assegnati non venivano eseguiti con scrupolosa attenzione e concentrazione, il ragazzino era destinato ad essere punito, picchiato e affamato.

Nel giro di pochi mesi, il piccolo Niccolò aveva già imparato tutto quello che il padre poteva insegnargli, per cui fu assegnato ad altri istruttori. A 8 anni e mezzo, mentre giocava nella cattedrale locale, compose il primo pezzo completamente per proprio conto; poco tempo dopo, a 12 anni, già si poteva ascoltarlo nei suoi primi concerti da solista, mentre a 17 anni, questo piccolo e fragile prodotto dei vicoli genovesi, era talmente brillante nell’arte del suo strumento  che gli venne offerto in regalo un superbo Guarnieri del Gesù, nel caso avesse svolto impeccabilmente e a prima vista un pezzo difficilissimo. Paganini, ovviamente, suonò perfettamente e così si guadagnò il prezioso violino, che rimase sempre il preferito nel corso di tutta la sua carriera.

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Niccolò Paganini trascorse i successivi tre anni in giro per l’Italia a suonare, a comporre e a imparare; al suo ritorno a Genova, nel 1799, la ferrea disciplina impostagli dal padre non era ormai più necessaria, in quanto il violino era diventato una parte così importante nella sua vita, che sembrava quasi impossibile per lui riporlo nella custodia e smetterlo di suonare. Niccolò Paganini stesso, senza alcuna coercizione, si rinchiudeva nella sua stanza a provare e a riprovare i passaggi più difficili delle sue composizioni anche per undici ore al giorno; a volte, si diceva, era solito a suonare instancabilmente per tutta la notte, fino allo stremo, riemergendo alla luce solo la mattina dopo, più debole e più pallido che mai.
Era forse quella l’epoca del patto col demonio?

In realtà, l’unico segreto di Niccolò Paganini era la crudele disciplina che infliggeva a se stesso, raffinando senza pietà il suo talento con lo scopo di diventare un violinista come mai se n’erano visti prima. Per fare questo dovette sforzare spietatamente il proprio corpo, contro la Natura e la fatica, allungando le proprie dita e assumendo una postura angolosa, innaturale, in modo da rendere il violino un prolungamento del suo stesso essere. Esercitandosi per giornate intere, lo strumento non divenne più, quindi, un pezzo di legno, ma parte della sua stessa carne e, non di meno, oggetto di tortura; alla fine dell’esercitazione quotidiana, infatti, le dita erano dolenti e sanguinanti, martoriate come se fossero state schiacciate da un macigno, eppure perfettamente in grado di svolgere i passaggi arditi, i salti spericolati, gli intrecci impossibili,  insomma tutte le armonie roventi e intricate che costituiranno i suoi `Capricci`.

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In un primo momento, tuttavia, la popolarità di Niccolò Paganini era ancora alquanto variabile. Musicisti e compagni d’orchestra erano inclini a criticare i suoi concerti come privi di alcun valore musicale, classificandoli solo come miseri spettacoli di pura destrezza, volti unicamente a stupire il pubblico con trucchi sonori vistosi e affettati. Eppure, solitamente, la gran parte dei critici di Paganini non lo aveva mai sentito suonare dal vivo; infatti, anche i più acerrimi rivali del violinista non potevano far altro che tacere una volta vistolo in azione, nella consapevolezza che quel giovane uomo straordinario era in grado di creare maggiori e più sublimi armonie suonando una corda sola, che molti professionisti avvalendosi di tutte e quattro. L’effetto sui membri delle orchestre, che avevano il privilegio di ammirare la sua diteggiatura da vicino, era ugualmente drammatico: si narra che, durante un concerto, lo spartito di uno dei musicisti prese accidentalmente fuoco, ma il suo proprietario, impassibile, continuò a sedere  in mezzo alle fiamme, completamente ipnotizzato dalla strana figura dannata che suonava e si contorceva davanti a lui.

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Fu così che la fama di Paganini si diffuse in tutto il mondo, portandolo, anno dopo anno, a viaggiare da un paese all’altro, suonando davanti a un pubblico sempre più stupefatto, che iniziò a pagare prezzi enormi solo per avere il privilegio di vedere il leggendario musicista in carne ed ossa. A Varsavia, ad esempio, tra gli ascoltatori presenti vi era un giorno anche un giovinetto di soli diciannove anni, Fryederyk Chopin, che dopo quell’occasione scriverà il `Souvenir de Paganini`. In Germania, gli estimatori coniarono per il violinista un nuovo epiteto, quello di “infernaldivino”, mentre fu Francoforte la città di maggiore ispirazione per Paganini, tanto che sulle rive del Meno scriverà tutto il I e il IV Concerto per violino, e anche parte del V.

Quando viaggiava per presenziare ai suoi concerti, Niccolò Paganini era solito ad alloggiare in alberghetti di second’ordine, stipando tutti i pochi averi che portava con sé nella stessa custodia del violino. Sempre solo, era tuttavia immancabilmente avvolto in una spessa pelliccia, anche durante l’estate, quasi a voler nascondere il suo strano essere.

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Non c’è da stupirsi, però, se Paganini, in virtù della sua natura di business vivente, ben presto si arricchì. Tuttavia, il musicista non fu mai ricco come avrebbe voluto essere, in quanto era spesso e volentieri un giocatore d’azzardo spericolato, piuttosto pronto a scommettere una fortuna sulla sua abilità a carte e, una volta, anche il suo stesso preziosissimo violino.

Paganini, inoltre, pur non essendo un campione di bellezza, era continuamente  circondato da donne. A cosa serviva, in fondo, un bel viso o un fisico prestante, se vi era quella sovrannaturale abilità nel suonare uno strumento capace di stregare animi e cuori? Le amanti di Paganini furono molte, anche bellissime e importanti, come Paolina Borghese, sorella di Napoleone, che, dopo aver presenziato al suo concerto nel castello di Stupingi, se lo portò via in tutta fretta in un villaggio sulle Alpi, dove consumò il suo ardente quanto fugace amore; come non ricordare, inoltre, anche la principessa Elisa Baciocchi, e tutte le cantanti, le coriste, le semplici spettatrici, le ammiratrici e le prostitute, conosciute ai concerti, nelle taverne e nei postriboli che il musicista era solito a frequentare; una di queste gli lascerà in regalo anche la sifilide, che Paganini si porterà appresso per tutta la vita, oltre ad altre malattie che non lo lasceranno fino alla morte, la quale lo prenderà, ormai completamente sfibrato e distrutto, all’età di 56 anni.

In realtà, Paganini era già “morto” una volta, all’età di 8 anni. All’epoca fu infatti colpito da una gravissima forma di morbillo, che lo condusse a un passo dalla tomba, tanto che, dopo un attacco di febbre, cadde in catalessi; i genitori, vedendolo esanime, lo diedero per morto e lo avvolsero in un sudario, fino a quando, sotto i loro occhi attoniti, il bambino rincominciò a piangere a muoversi. Niccolò Paganini morirà invece per la seconda volta, e questa volta definitivamente, a Nizza, nel 1840.

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«Scriverò i miei peccati su di una lavagna, così il prete potrà cancellarli direttamente»,  scrisse Niccolò Paganini, ormai prossimo alla fine, su un bigliettino che consegnò al figlio Achille, pregandolo di recapitarlo di corsa al prete della chiesa più vicina. Tuttavia questi, tale Don Cafferelli, per tutta risposta ricacciò indietro il ragazzino, raccomandandogli di dire al padre che non sarebbe assolutamente andato al suo capezzale: non era certo quello il modo giusto di confessarsi. Un atto veramente crudele, contando che Paganini non aveva formulato quella richiesta per capriccio o per mancanza di rispetto, ma semplicemente perché, ormai prostrato da una laringite tubercolare, era completamente afono; la malattia, inoltre, gli aveva provocato anche  la necrosi dell’osso mascellare, tanto da costringerlo a portare una fascia stretta intorno al volto, impossibilitandolo così in ogni movimento.

Fino a qualche tempo prima, Paganini era riuscito ancora a bisbigliare qualche frase nell’orecchio del fedele figlioletto appena quindicenne, che imparò  ben presto a interpretare i desideri del padre osservano solo i movimenti delle sue labbra. Solamente quando anche questo non fu più possibile, Niccolò Paganini si vide  costretto a ricorrere alla scrittura. All’epoca, secondo diverse testimonianze, il musicista era talmente magro che pareva impossibile esserlo di più; la pelle, sempre stata diafana, si era tinta di un inequivocabile pallore mortale e, ogni qualvolta l’uomo cercava di inchinarsi, il suo corpo si muoveva in modo così strano che chi gli stava di fronte temeva che i piedi si staccassero dal tronco e che tutto il resto precipitasse in un mucchio d’ossa.

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Alla fine, quasi come un sollievo, il momento arrivò. Nizza, ore 5:00 del mattino di mercoledì 27 maggio 1840: un’abbondante emottisi, probabilmente generata da uno scompenso cardiocircolatorio, troncò la vita del più grande violinista di tutti i tempi, il “musicista del diavolo”, Niccolò Paganini.
Fu proprio quando la famiglia cercò di organizzare il funerale che tutte le storie soprannaturali sul conto di Paganini riemersero e travolsero la memoria del defunto come un’ondata anomala di superstizione e pregiudizio. Era ormai un luogo comune in tutta Europa che l’abilità ultraterrena di Paganini fosse dovuta nient’altro che ad un patto col demonio; molti vi scherzavano sopra, ma altri, in particolare in Italia, vi credettero fermamente. Questo fatto, e i ricordi della vita privata spesso dissoluta e scandalosa del musicista, furono sufficienti ad indurre le autorità ecclesiastiche a rifiutarsi di celebrare per Paganini un funerale cristiano e di seppellire il suo corpo in terra consacrata.

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Superstizioni, falsità, ignoranza: guardando indietro a più di 170 anni dalla morte di Niccolò Paganini, si intuisce come il suo talento fosse frutto non di maledizioni o di stregonerie, ma di una serie di fattori tutti concatenati fra loro. Prima di tutto, vi era la sua formazione, incredibilmente ardua fin dalla fanciullezza, che lo dotò di una destrezza eccezionale e che gli permise di sviluppare trucchi e tecniche necessarie a produrre nuovi ed inediti effetti con il suo strumento. Tuttavia, una delle teorie più interessanti proviene da una testimonianza del dottor Pirondi, che visitò Paganini ancora in vita, e che notò come le dita della mano sinistra, quelle destinate a premere le corde sul manico del violino, fossero incredibilmente lunghe, almeno più di un centimetro pieno rispetto a quelle della mano destra; senza poi contare le articolazioni, morbide ed elastiche al punto da permettergli di toccare il polso con il pollice senza compiere alcuno sforzo apparente. L’esercizio continuo, inoltre, sembrava avergli deformato la struttura ossea, dotandolo di una spalla più alta dell’altra e di una clavicola dalla forma insolita, rendendolo così abile ad appoggiare il violino sotto il mento con fermezza, senza bisogno di alcun supporto esterno.

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Tuttavia, la genialità di Paganini non era frutto soltanto dei virtuosismi trascendentali, quasi ai limiti dell’umano, con cui il musicista deliziava gli spettatori dei teatri di tutta Europa. Il lato più profondo e poetico di Paganini, in realtà, era quello di saper trasformare il suono del violino in voce umana: ogni corda possedeva la propria sfumatura di colori e tonalità, ogni diteggiatura era, di volta in volta, in grado di trasformare i suoni acuti in trilli da soprano e quelli bassi in vellutate voci baritonali. Niccolò Paganini, inoltre, era capace di stupire non solo nelle sue opere, ma anche nell’esecuzione di composizioni altrui, come `Il Trillo del Diavolo`, ad esempio, che amava suonare al termine di ogni suo spettacolo; Paganini, reinventava, stracciava e ricuciva ogni brano, improvvisava e riscriveva tutto sul momento, di getto, seguendo solo la voce della sua ispirazione. E’ da qui che deriva il celeberrimo detto «Paganini non ripete»: come si fa a replicare qualcosa di così perfetto? Come si può fare il bis di un capolavoro che viene dall’interno del proprio essere, concepito in maniera mistica, quasi sotto ispirazione ultraterrena?

Nessun altro, dopo la morte di Niccolò Paganini, ardì anche solo sognare di replicare quello straordinario talento: l’unica cosa che oggi si è in grado di fare nei confronti della sua musica è quella di ascoltarla, di viverla, di piangervi e di ridervi sopra, pensando solamente a qualcosa di sovrumano.

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In comune con gli altri violinisti, Paganini possedeva solo il violino e il suo arco, nulla di più, due strumenti tangibili, terreni, con i quali però riusciva ad imitare il canto degli uccelli del cielo e le miserie delle creature sotterranee, per poi arrivare a replicare tutto il suono di un’orchestra, i fiati, gli organi, le percussioni… Con il movimento incessante del polso e di quelle dita fluttuanti, spietate e allo stesso tempo così delicate, Paganini perfezionava di giorno in giorno il proprio talento, spingendolo sempre più in alto, alla ricerca del virtuosismo continuo; nell’instancabile esercizio di scale, armonie e variazioni compiute anche solo su una singola corda, quello straordinario musicista diventava improvvisamente capace di evocare le voci degli uomini del presente e del passato, i trilli e le urla degli animali, e poi il sublime canto degli angeli e le grida strazianti dell’inferno, al punto che, chiudendo gli occhi, chiunque era certo che non fosse un solo musicista ad esibirsi, ma un’intera compagine strumentale. Niccolò Paganini metteva talmente tanta energia e tanta passione nel suonare che, al termine di ogni concerto, le sue dita erano completamente scorticate, coperte di sangue e di abrasioni; in proposito, era solito ad affermare: «l’elettricismo che provo nel trattare la magica armonia mi nuoce orribilmente; ma dal mio suono scaturisce una vera magia che non so e non posso descrivere».

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Nessuno di coloro che udirono Paganini dal vivo è oggi in grado di dirci cosa si poteva provare ad assistere alle performance di un artista così affascinante; nessuno può rivelarci se vi era veramente il diavolo a guidare i suoi movimenti, oppure se il delirio in cui il musicista precipitava ogni sera, sopra al palco, non fosse più simile all’estasi di un santo. Ciò che ci rimane, è solo un apparentemente insignificante violino, quel celeberrimo Guarnieri del Gesù che lo accompagnò per tutta la vita e che oggi si trova conservato in una teca  nel Palazzo Doria-Tursi di Genova. Qualunque siano i segreti che quell’inestimabile strumento nasconde, tuttavia, fino ad ora, ha pensato saggiamente di tenerli per sé.

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