`David Copperfield` di Charles Dickens • Il paradosso delle marionette

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New York, Giugno 1849. Era una tiepida serata di inizio estate come tante altre, quando la cugina maggiore di Henry James cominciò a leggere ad alta voce la prima parte del `David Copperfield`, il nuovo romanzo a puntate che il già celeberrimo Dickens stava pubblicando in appendice al proprio giornale. Ad ascoltare, sotto la lampada della grande biblioteca, vi era apparentemente solo la madre di James, in quanto il prodigioso bambino, allora di appena sei anni, era già stato mandato a letto. Immaginatevi quindi quale fu lo stupore delle due donne nel sentire, al culmine della narrazione, proprio il piccolo Henry James scoppiare in lacrime, e scoprirlo rannicchiato sotto l’ombra amichevole di una tovaglia, incollato al tappeto, ad ascoltare clandestinamente la voce della cugina narrare le amare vicissitudini del proprio coetaneo letterario.

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A quanto pare, il dolore e la sofferenza del fanciullo David per le spietate torture del feroce Signor Murdstone, il malvagio patrigno dagli occhi neri e dai folti favoriti, e dell’inflessibile sorella, la Signorina Murdstone, nera e metallica, furono troppo per il piccolo Henry James, che fu rimandato a letto con un rimprovero e il cuore gonfio di commozione; ma ormai l’incantesimo era compiuto.
Il segno che quella lettura serale lasciò su Henry James fu incancellabile, tanto che, ricordandola, il celebre scrittore affermerà: «Sentii che ero stato generato, generato a una ricca consapevolezza, sotto il meridiano giusto». Tuttavia, quindici anni dopo quell’episodio, lo stesso James non sarà così magnanimo ed indulgente nei confronti di Dickens, arrivando perfino a definirlo come «il più grande dei romanzieri superficiali», ponendo il fatto di non saper andare oltre la superficie delle cose come una delle condizioni fondamentali del suo genio. Decisamente impietoso.

A noi posteri, ahimè, a duecento anni dalla sua nascita, non ci è concesso di incontrare, di stringere la mano e di chiacchierare con quello che forse è fra i più misteriosi letterati della storia: per conoscere questo mostro del romanzo ci restano solo i suoi libri e solo interrogandoli attentamente potremmo scoprire qualche tratto caratteristico della sua personalità.

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Ciò che appare evidente è quanto la profonda natura di Charles Dickens, come quella dei suoi romanzi, fosse determinata da inscindibili ossimori: fra i suoi contemporanei nessuno fu allo stesso tempo tanto candido e allucinato, nessuno seppe descrivere con tale letizia la colorata vita di ogni giorno, per poi, poche pagine dopo, inoltrarsi con indomato fervore nel regno delle tenebre. Dickens riusciva ad essere allo stesso tempo oscuro e luminosissimo, superficiale –come notò Henry James -, ma anche estremamente profondo, dotto, scaltro e ingenuo, lieto e pieno di orrori, gioioso e divorato dalle ossessioni. Dickens era un uomo, viveva, mangiava e dormiva con i suoi simili, ma parlava con gli spettri dei suoi romanzi; per questo, oggigiorno, la qualità della sua immaginazione ci appare tanto assurda e prodigiosa.

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Dickens è un qualcosa di sfaccettato e poliedrico, in grado di trasmettere una parte di se stesso in ognuno dei suoi personaggi, fatto che ci viene ampiamente dimostrato in `David Copperfield`: come, infatti, non riconoscerlo nel narcisismo euforico di Mr Micawber, nella fantasia ciarlante dei Peggoty, nell’ingegno cialtronesco di Uriah Heep e, contemporaneamente, nel candore e nel buon cuore del suo stesso protagonista. Come affermerà Orwell, i personaggi di Dickens non sono altro che pupazzi, «delle piccole scintillanti miniature, dipinte su dei coperchi di tabacchiera», eppure prodigiosamente vivi, perché animati da uno spirito appassionato e caleidoscopico, quello del loro stesso autore. Ecco quindi che dai caratteri protagonisti a quelli delle più insignificanti comparse, dai nobili di cuore agli spiriti più infimi, dagli osti, dai vagabondi e anche dai vecchi rigattieri dementi e ubriachi, possiamo intravedere il paradosso prodigioso tipico delle marionette, che ignorano qualsiasi legge psicologica, ma che finiscono per rivelarci le più inquietanti verità del cuore.

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Pochi scrittori sono stati in grado di catturare in modo così efficace, in poche pagine introduttive, le emozioni dell’infanzia, la sorpresa, la magia e il terrore del mondo visto dagli occhi di un bambino, al pari di Dickens nella prima parte di `David Copperfield`. E’ così che, sfogliando le pagine iniziali di questo libro, ci sentiamo accolti nel tepore rassicurante di quei primi giorni della nostra vita, il tempo in cui la fanciullezza e l’innocenza ci permettono di vedere l’erba più verde che mai e il cielo più pulito e sereno di quanto non potrà mai essere dopo. Chi di noi non è in grado di provare almeno un brivido di nostalgia nella descrizione che Dickens fa della tenerezza insita nel riposo di un sicuro abbraccio materno, nel fremito di un cuore immacolato che teme un’improvvisa asprezza degli adulti o nella confusione di un universo perfetto, fatto di oche e coccodrilli, cimiteri e cattedrali? Eppure questo idillio primigenio, come in molte vite, sarà destinato ad essere distrutto con brutalità; il conforto materno lascerà, infatti, il posto alla paura, al dolore, alla sofferenza, ai più o meno illusori miti dell’adolescenza e alle sue informi aspirazioni, fino alle infinite incertezze e agli sforzi che un giovane uomo è costretto a compiere per scavarsi con sangue e sudore uno spazio in un mondo sempre più stretto.

Tutto questo e molto di più vivrà il nostro protagonista, David Copperfield, un io narrante alle prese con il suo Memoriale, che ci racconterà minuziosamente i fatti salienti della propria esistenza, fino alla solida certezza del presente narrativo, l’ancora sicura a cui ogni lettore si troverà abbrancato più volte nel corso delle travagliate vicende del racconto; David diventerà un uomo colto e rispettato, starà bene e sarà felice: questa è l’unica ed enorme certezza che ci accompagnerà fin dal principio.

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Molti critici vedono in David Copperfield l’auto-biografia romanzata della vita stessa di Dickens e nel suo protagonista un perfetto alter ego dell’autore; David, come il suo demiurgo, infatti, ci verrà descritto come dotato di una prodigiosa memoria in grado di riportagli alla mente anche i più insignificanti fatti dell’infanzia, di un’immensa avidità di vita, di una febbrile furia d’osservazione e di un istintivo senso del comico. Eppure, a voler essere onesti, David Copperfield non possiede lo stesso genio del suo creatore, il suo egotismo e la sua disperata insaziabilità; David è adattabile, malleabile, candido e ingenuo, al punto da scomparire più volte rispetto all’enorme mondo e alla molteplicità di storie personali costruite attorno a lui. David Copperfield è il protagonista che a volte viene a mancare, il centro vuoto del romanzo attorno al quale tutte le fila del racconto possono raccogliersi.

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La sua abilità affabulatoria, la dote più preziosa che si ritrova a possedere, nasce in maniera molto particolare, nel dormitorio del collegio di Salem, dove vediamo un Copperfield ancora bambino disteso sul proprio lettuccio e impossibilitato a prendere sonno; attorno a lui tutti i compagni di scuola, dall’affascinante Steerforth al magnanimo Traddles, incantati dalla favella di quel marmocchio dagli occhi gentili, che, come una piccola Shahrazad, inganna la notte e l’ombra raccontando, confondendoli e mescolandoli fra loro, tutti i libri che aveva letto, da Don Chisciotte a Robinson Crusoe, da Il vicario di Wakefield a Roderick Random. Da questa consuetudine onirica il lettore può intravedere un ulteriore scintillante archetipo dell’anima di Dickens. Egli scoprì in se stesso questa figura affascinante, un bambino di luce avvolto nelle tenebre, in grado di cullare i propri compagni di sventure con il solo suono di una voce e la potenza del proprio immaginario. Dickens estrasse da sé quella figura e la mise in alto, sopra tutti, sfruttandone tutte le ombre, gli incantesimi e i sogni che ne scaturivano, trasformando il terrore dell’esclusione e il bisogno di amore e di devozione nell’insaziabile piacere del raccontare.

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Un amore, quello per il romanzo e per la parola, nato, come spesso accade, da un tragico dolore; il sogno del piccolo David, infatti, era sempre e solo stato quello di vivere per l’eternità insieme alla sua madre-bambina, senza crescere mai, nelle sere d’inverno in salotto, nell’effimero crepuscolo della cattedrale o presso la tomba del padre. La piccola e graziosa Clara, la giovane madre, l’«adorabile creatura» che canta con la sua morbida voce e avvolge i riccioli scintillanti intorno alle dita, è la madre che ciascuno di noi ha conosciuto nella primissima infanzia, ma è anche la madre che ogni bambino perde quando capisce di non essere l’unico centro del mondo. L’affettuosa e devota Peggoty, la serva dei giorni felici, invece, con i suoi esplosivi abbracci e il ditale, è un’altra madre-simbolo, quella che lavora duro, che presiede la cucina e la casa, che cuoce il pane e che rammenda i vestiti, che alterna malumore e affetto, ancorata fermamente alla realtà e destinata a non essere dimenticata con gli anni.

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Infatti, se vogliamo conoscere l’universo «rosso», puro e caloroso di `David Copperfield`, dobbiamo aprire il romanzo presso le incantevoli pagine dedicate proprio ai Peggoty e alla loro fiabesca casa-veliero sulla spiaggia di Yarmouth. La casa-barca è tutta colorata: la coperta multicolore del lettuccio di David «fa male agli occhi tant’è fiammante», le aragoste, i granchi e i gamberi pescati si apprestano a diventare rossi nella cottura come il viso del signor Peggoty, che diventa rubicondo dopo il bagno nell’acqua bollente; il bianco delle pareti è denso e corposo come il latte e persino le oleografie di Abramo e Isacco, appese al muro, sono un tripudio di colori. La famiglia Peggoty è la vera e propria famiglia dickensiana, quella senza né padre né madre naturali, senza le costrizioni dei legami di sangue, ma che accoglie gli orfani, i derelitti e gli abbandonati sotto la protezione di una mano amorosa, e dove le creature errabonde e smarrite si riscaldano al calore del reciproco affetto, una stravagante Arca di Noè che non teme il vento del mare o la nebbia strisciante della notte.

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Di fronte a questa immagine meravigliosa, Dickens, come suo solito, contrappone spietatamente il suo rovescio speculare, ovvero i tetri e sadici personaggi che fecero scoppiare in lacrime il piccolo Henry James. Ecco, dunque, che nella vita del piccolo David si insinuano subdolamente il Signore e la Signorina Murdstone, con i loro spietati occhi di tenebra, i capelli e i favoriti color del carbone e le sopracciglia folte e nerissime; il borsellino della Signorina Murdstone è come una trappola infame appesa a una catenella, pronto a inghiottire qualsiasi cosa fra le sue fauci d’acciaio, tanto quanto la fosca e metallica anima del Signor Murdstone assorbirà fino all’ultima goccia l’energia vitale della sua nuova giovane e tenera moglie.

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Anche la Londra descritta da Dickens non ha colori: è gelida, nera, tetra, ma è in quel lugubre labirinto che i sogni possono alimentarsi e la fantasia ritrovare i propri tesori. La Londra di Dickens, a volte, appare come un miserabile fantasma fuligginoso. Tutto è spettrale:  i muri neri, le case rattrappite e ubriache, certi lugubri cortili dove non si vede mai nessuno a passeggiare, l’acqua fangosa del Tamigi e i ponti che non conducono a nulla, forme incomplete e intellegibili. Altre volte, invece, la Londra di Dickens è circondata da un alone soprannaturale di sogno, lieta della luce che la avvolge: le carrozze portano i clienti verso i mercati delle città, le vetrine si infiammano di mille sfavillanti mercanzie e i vagabondi guardano affascinati il turbine del movimento e del rumore, un fiume di vita illuminato dai raggi del sole.

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E’ in questo contesto che David, infatti, incontrerà il signor Micawber, venendo in contatto per la prima volta con la sua patetica e prodigiosa eloquenza, l’euforia linguistica, l’amore per i giochi e per il nonsense, la verbosità e il genio alcolico. La retorica del signor Micawber è trionfale e ispirata dagli immortali piaceri del corpo, la forza del cibo e gli effluvi dell’alcol, dei quali Dickens conosceva molto bene le suggestioni esilaranti. Il vero signor Micawber è quello che il lettore incontra nell’appartamentino di David, a cena con il buon vecchio Traddles, chinato sopra il pentolone del punch, intento a rimestare, mescolare e rimescolare, assaggiare e godere a fondo della fragranza delle scorze di limone, dell’odore del rum e del vapore dell’acqua bollente. A Dickens poco importava che il suo personaggio fosse un mitomane, un megalomane, uno spaccone, un incosciente, purché fosse un cuore puro, un genio dalla fantasia vastissima e indomabile, a stento imprigionata dai vincoli della realtà.

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Tuttavia, Londra, nel perfetto sistema di ossimori dickensiano, è anche teatro di malignità e malefatte, cornice di grandi malvagi, primi fra tutti James SteerforthRosa Dartle e Uriah Heep.
Anche essere perfidi e disumani è un dovere romanzesco, che tutti questi tre personaggi svolgono in maniera impeccabile. Rosa Dartle, dagli occhi neri e fiammeggianti, le labbra sottili e contratte, la cicatrice livida sul labbro, che tutto rivela del suo cuore tenebroso e divorato dall’eros insoddisfatto, è la prima tangibile prova di cosa l’anima contorta e perversa di James Steerforth è in grado di lasciare dietro di sé.

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Steerforth è il fascino aristocratico, la grazia e l’eleganza di una condizione privilegiata, l’arte di concedersi senza darsi, il dono di far tutto senza fatica; ma la sua anima è vuota e gelida. Dominato dal tedio, non riesce a provare alcun autentico sentimento disinteressato: al costante inseguimento di passioni sempre più frenetiche e indomabili, lascia dietro di sé unicamente eredità di distruzione e morte. Il fascino di quell’angelo nero e colpevole, con le ali ancora spruzzate di luce, travolgerà David, che lo amerà con vera e propria passione femminea, felice di essere un oggetto infantile nelle mani di lui. Il suo fascino non è altro che un raffinamento dell’egoismo, di cui lo stesso Steerforth è amaramente consapevole. «Sarebbe stato meglio essere il povero Peggoty» rivela cupamente Steerforth, «oppure quello zoticone di suo nipote, che essere me stesso, venti volte più ricco e venti volte più saggio ed essere il tormento di me stesso in questo modo…»

Dickens dei suoi personaggi racconta tutto, dalle espressioni del volto ai gesti inconsulti, dall’eloquio ponderato o farneticante al loro serpeggiare nell’aria. Dickens è in grado di rendere mirabilmente l’aura che circonda ogni suo personaggio, quel campo di forze magnetiche che ognuno di noi effettivamente emana. Dickens si serviva spesso di quelle superfici, tanto denigrate da Henry James, per rappresentare la scorza grottesca della realtà, immagini di personaggi ridotti a puro automatismo, vite sclerotizzate su cui lui stesso infieriva con affascinante crudeltà.

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E’ in questa consapevolezza che i contorcimenti rivoltanti di uno straordinario personaggio come Uriah Heep, diverranno gli indizi tangibili di colui che è personificazione di un male strisciante, insidioso e ignobile, che viene dal sottosuolo, strega e pietrifica. Uriah Heep è allo stesso tempo rivoltante e comico, attraente e spaventoso. Le sue ipocrite e continue dichiarazioni di «umiltà», le sue umide mani ossute, l’asservimento di coloro che ha ingannato e la sua calcolata speculazione degli affetti, lo rendono molto più disprezzabile e pericoloso dei fratelli Murdstone, capaci di tiranneggiare unicamente un bambino indifeso e una donna disillusa. Uriah Heep, invece, è capace di insinuarsi nelle confidenze di un esperto uomo d’affari, approfittando delle sue iniziali e moderate debolezze, per poi asservirlo completamente a sé.

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La caratterizzazione di Uriah Heep è quella tipica di molti personaggi di Dickens, presentati inizialmente con un ingresso in sordina, ma la cui personalità viene tratteggiata in modo sempre più accurato grazie all’evolversi delle vicende, fino a raggiungere una propria credibilità e uno straordinario spessore psicologico. Questo processo sembra non arrestarsi mai, fino all’ultima pagina, in cui vengono esacerbate le peculiarità del personaggio, fino a farne una maschera grottesca ed esasperata. Uriah Heep, in questo caso, costituisce un terrificante e reale pericolo per il benessere e per la felicità di David e dei suoi cari, e il suo disvelamento, il culmine dell’eterna battaglia fra abilità e innocenza, decreterà la sua sconfitta e lo ridurrà a una macchietta da melodramma, ma, nonostante questo, ancora temibile e in grado di esercitare il proprio ipnotico fascino.

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Tanto altro ci sarebbe da dire su questo romanzo e sui suoi mirabolanti personaggi, una moltitudine di figure intrecciate indissolubilmente fra di loro; ogni personalità “ritorna”, infatti, a intervalli regolari e, prima che il sipario cali, tesse una tela mostruosa, una commedia dagli infiniti atti, entrando in rapporti di odio e di amore, di parentela, d’interesse o d’amicizia, con tutti gli altri compagni di scena. Ed è così che la Signorina Murdstone si insinua nella casa della futura moglie di David, Steerforth frequenta i Peggoty, Micawber entra al servizio di Uriah Heep, per poi, sul finale, ritrovare il nostro stesso protagonista al cospetto di tutti i mirabolanti cattivi del `David Copperfield`, concentrati, in un modo o nell’altro, nella stessa prigione. Si forma così un mondo chiuso, compatto, perfetto, come una sfera: tutto torna e il tutto è un’infinita trama di mille rapporti interni, coincidenze e fatalità.

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Dal “superficiale” Dickens si può imparare qualsiasi cosa, che sia la tecnica per ordire un romanzo criminale oppure gli artifici per presentare i personaggi, il gioco delle voci narrative o, ancora, il dialogo fluente, brillante e pungente. Eppure viene spontaneo chiedersi se per capire la vera magia che impregna le pagine di questi romanzi occorre sentirli narrare così come fece il piccolo Henry James, sotto un tavolo, nascosti dall’ombra protettiva di una tovaglia, fra i nascondigli e le lacrime dell’infanzia. E’ Dickens un prodigio mai più destinato a ripetersi una volta raggiunta la maturità? E’ un miracolo che non sopravvive al tempo?
Io credo di no.

«Non amare Dickens è un peccato mortale», scriveva Pietro Citati; «chi non lo ama, non ama nemmeno il romanzo; e non capisce che l’arte dell’Ottocento ha forse raggiunto il suo culmine quando ha mescolato il folle riso con la più imperterrita discesa nelle tenebre».

E chi siamo noi per dargli torto?

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