`Cent’anni di Solitudine` di Gabriel García Márquez • Tienes Que Esperar

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Tutta la storia e tutta la poetica di Gabriel García Márquez si concentrano esattamente in un decennio, fra il 1927 e il 1937, gli anni della sua infanzia.

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Márquez nasce ad Aracataca, un piccolo paesino nella Colombia Atlantica di inizio Novecento; proveniente da una famiglia di modeste disponibilità economiche, viene lasciato dai genitori in custodia ai nonni fin dai primi anni di vita. Il nonno materno, Nicolás Márquez, vecchio colonnello di fede liberale e grande ammiratore di Simon Bolivar, porterà il piccolo “Gabo” a conoscere il ghiaccio nella sede di una famosa multinazionale, mentre la nonna, Tranquilina Iguarán, confidente di morti e sensibile narratrice di storie magiche, sarà sempre un punto di riferimento molto importante per la vita del nipote.

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E’ proprio in questo fertile humus familiare che Márquez inizierà a scrivere, dapprima con il solo utilizzo di vignette, in quanto ancora incapace di leggere, per poi comporre i primi racconti fantastici, consacrandosi infine alla carriera di giornalista e scrittore. E’ nello stesso periodo che il villaggio della sua infanzia è destinato a trasformarsi in un paese di piantagioni, per poi rimanere schiacciato dalla depressione causata dall’improvviso boom bananiero.

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Leggendo `Cent’anni di solitudine` e conoscendo la biografia dell’autore, sovviene pensare che Márquez altro non abbia fatto che riscrivere in prosa la propria vita ad Aracataca, componendo uno dei più straordinari romanzi del Novecento e meritandosi, grazie a questo, un Nobel per la letteratura. Il paesaggio, la figura della nonna, i racconti delle donne della sua infanzia, sono tutti elementi che aiutano lo scrittore a interrogare il suo passato e a speculare sulle origini di quello stile di scrittura oggi ormai consacrato come “realismo magico”.

Come non paragonare, infatti, la scoperta del ghiaccio che Márquez fece da piccolo con quella di Aureliano, futuro alter ego del nonno materno? Oppure, come non vedere un nesso fra la figura della nonna e la celebre Ursula, la matriarca del libro, dalla forza d’animo talmente inarrestabile da doversi obbligare a morire alla venerabile età di 120 anni? Lo stesso villaggio di Aracataca, in cui l’autore trascorre gli anni più felici della sua vita, è in realtà la trasposizione concreta di Macondo, il leggendario paesino dei Buendía, vero protagonista del romanzo, paradigma della solitudine, e la devastazione che esso subisce dal boom bananiero è la stessa che cambierà per sempre l’irrequieto e circolare destino della miriade di personaggi popolanti `Cent’anni di Solitudine`.

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Su questo sfondo eterno, dal sapore di sogno e dall’odore d’infanzia, sono naturalmente inseriti gli altri motivi che, a poco a poco, l’esistenza avrebbe fornito o imposto a Márquez: la miseria incontrollata e incrollabile, le ribellioni dei popoli sfruttati, gli scioperi, le insurrezioni e le sanguinose rivoluzioni in nome della libertà, a cominciare da quella di Cuba, dove Castro gli è amico e lettore fedele.

In una recente intervista, spesso citata, Márquez ha dichiarato che il principale sentimento che prova verso i protagonisti di `Cent’anni di Solitudine` è quello della compassione; una pietà forse causata da un’istintiva partecipazione dell’autore, come del lettore, alle miserie della dinastia dei Buendía, condannata a un avvenire di solitudine e, per questo, non meritevole di una seconda opportunità sulla terra. Il tutto viene probabilmente acuito dalla coscienza della realtà dolorosa e luttuosa dei paesi latino-americani, una realtà fatta di malinconie, amarezze, dittature e guerre civili, in un continente condannato al perenne sottosviluppo economico e dimenticato dalla coscienza del mondo.

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In `Cent’anni di Solitudine` queste due dimensioni vengono fuse creando, in una prosa onirica e variegata, un racconto bidimensionale diviso fra il microcosmo di ogni singolo personaggio e il macrocosmo di Macondo e dalla Colombia.

Márquez si rivela un letterato dai gusti ricercati, consapevole delle proprie ambizioni e dei propri limiti, maestro nell’uso dello spagnolo e per questo “invidiato” da molti colleghi. Nella sua scrittura si percepisce il bisogno di andare al di là delle apparenze, delle formule rigide e della convenzionalità; Márquez gode della libertà spirituale del Sudamerica e dei paesi in via di sviluppo, che lottano per l’emancipazione, unico mezzo tramite il quale possono sottrarsi alla maligna presenza della violenza e dello strapotere: fissa personalità eterne, lubrifica il meccanismo delle passioni, mettendo a nudo le colpe e le virtù degli uomini, senza alcuna barriera moralistica o giudizio onnisciente, aggiungendo solo quel pizzico di grazia poetica che trasforma tutto all’insegna del magico.

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Ed è proprio la magia a dominare le pagine di Márquez, in cui i contorni non sono mai netti, ma arricchiti da insinuazioni eccessivamente “gonfiate” per la nostra realtà. Infatti, ciò che a noi suona esagerato e discutibile, è invece naturale per i lettori del suo mondo originario, in cui sono diverse le dimensioni, i colori, gli orizzonti, l’infinito, ma anche la pietà e la lettura nei confronti della gente.

Con `Cent’anni di solitudine` rinasce e si festeggia l’eroe collettivo, rappresentato da un piccolo villaggio, Macondo, e da un continente, l’America del Sud. Aureliano Buendía, protagonista assoluto del romanzo, appare ai nostri occhi come il Che, un fratello maggiore che ci guida nella denuncia operata da Márquez.

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Venire a Macondo, fare l’amore con quelle donne, madri, sorelle, mogli e tutti insieme fare la rivoluzione, è stato il sogno di più di una generazione di lettori, rimasti incantanti dal microcosmo galattico generato da Márquez e condito da squisita salsa sudamericana. Cento anni per i Buendía sono molto più di un semplice secolo, perché la solitudine, sorella traditrice, dilata e restringe a proprio piacimento qualsiasi tempo e qualsiasi spazio. Il lettore viene risucchiato in un vortice polveroso di amori vertiginosi, odi profondi e duraturi più dell’eternità, passioni avvolgenti come la natura che avviluppa crudele Macondo e i suoi abitanti nelle proprie spire. Sconfitte e vittorie si avvicendano nella storia, come la vita e il Fato, subdolo, inarrestabile e silenzioso, spietato nella sua ciclicità.

Cent’anni di solitudine è un censimento penetrante e profondo delle emozioni e dei sentimenti che attraversano le geografie sterminate dell’animo umano. In questa epopea della fantasia cento anni non fanno un secolo, un singolo attimo può sembrare un’eternità e l’intera storia dell’uomo può essere racchiusa in poche pagine. La storia della Colombia viene issata sopra le teste dei protagonisti, come una bandiera scolorita e stracciata, un vessillo che mantiene inalterato la propria dignità nonostante le continue ferite.

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Riti pagani, malinconica spiritualità, cuori immondi e spiriti affettuosi affollano la vita di una famiglia segnata dal Fato, antica come la Natura, eppure non eterna. Una famiglia, quella dei Buendía, segnata dall’oppressione, dalla sconfitta e dalla voglia di vivere, dalla superstizione legata a una maledizione senza tempo, ma con l’impareggiabile voglia di amare, qualità che solo l’essere umano, sull’intero creato, può vantare di avere. A partire dai due capostipiti José Arcadio e Ursula Iguarán, cugini e per questo impauriti di concepire un erede dalla coda di maiale, il lettore si imbatte in figli del disonore e dell’ardore, rivoluzionari leggendari, capi di grandi battaglie e di altrettante incommensurabili sconfitte, donne crudeli, tenaci, piegate e spezzate, che si riflettono nel volto delle proprie discendenti; una ciclicità circolare, che trascina il lettore in una danza vorticosa, senza tregua, passionale, intrigante, fino all’ultimo giro di tango, dove lo abbandona sgomento e in preda alle vertigini. Un tango ballato nella polvere, nel sangue e nella pioggia, con il Fato come cavaliere e la Vita come dama.

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C’è il profilo della solitudine, bastarda e consolatrice, il senso dell’inesorabile e continuo scorrere del tempo, la parabola dell’amore, incestuoso, puro, malsano, inoppugnabile, amore subìto o voluto, amore impossibile e amore perduto. C’è l’imponderabilità di una città onirica, Macondo, dove si può vivere una vita senza Patria, una vita senza Dio, una vita senza Morte. Ci sono i colonnelli Buendía, le Ursule e le Remedios, gli Aureliani e gli Arcadi, Pilar, Petra e Rebeca, che affacciano le loro vite, i loro amori e le loro solitudini in un’atmosfera umida, ancestrale e violenta, anche quando arriveranno i nordamericani, i treni, le banane e la sterile avidità dell’uomo moderno.

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L’epopea dei Buendía altro non è che un’allegoria della storia dell’umanità, arricchita da suggestioni bibliche. La Macondo dell’incipit dove “molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”, richiama l’immagine dell’Eden, e José Arcadio Buendía, con la sua brama di conoscenza che lo dannerà per l’eternità, fa pensare a un novello Adamo, fino poi a giungere alla distruzione definitiva di Macondo, dal sapore apocalittico. Ed è proprio Ursula, nella sua cecità e nella sua vecchiaia, la sola ad accorgersi che il tempo non passa mai, ma gira in tondo, “un ingranaggio di ripetizioni irreparabili”.

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EQualsiasi lettore potrà rintracciare una scheggia scintillante della propria anima, un frammento del proprio DNA in uno dei tantissimi e indimenticabili personaggi di `Cent’anni di Solitudine`; qualsiasi lettore potrà ritrovare sé stesso nelle colorate e rotanti vesti zingare, nel cappello da corvo di Melquíades il gitano, negli animaletti di caramello di Ursula, nei pesciolini d’oro di Aureliano o negli occhi di brace e nei capelli di argento di Remedios la Bella.

Il lettore sa per certo che quei folli personaggi dei Buendía non se ne andranno tanto facilmente. Capiterà sovente di vederli sotto l’ombra di un castagno, nell’incessante marcia delle formiche rosse, in un raggio di sole o nel volo di farfalle dorate; potrà capitare di salutarli con un cenno, mentre se ne stanno seduti nei salotti con lo sguardo assorto e le braccia incrociate, intenti ad ascoltare la melodia del tempo che scorre, oppure con gli occhi alzati e i volti bagnati a contemplare il cielo nuvoloso, aspettando la pioggia.

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Comments
5 Responses to “`Cent’anni di Solitudine` di Gabriel García Márquez • Tienes Que Esperar”
  1. Curi ha detto:

    meraviglioso libro e meraviglioso post ;)

  2. germogliare ha detto:

    complimenti per il pezzo. e il libro, patrimonio dell’umanità! Un saluto

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