`Magnifica Presenza` di Ferzan Özpetek • Finzione, finzione!

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«Cosa c’è di più reale di una reale finzione?»

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`Magnifica Presenza` inizia con l’istantanea di un occhio: l’occhio di un attore al trucco, enigmatico, profondo, imperscrutabile. Ovviamente, questo non è un caso: quella dello sguardo è una delle antiche ossessioni di Ferzan Özpetek, una costante imprescindibile che possiamo rintracciare in tutti i suoi film; l’occhio, infatti, è il veicolo dell’anima, la sede della verità, il mezzo più efficace per misurare il rapporto con la propria identità, sia essa sociale o sessuale. Guardare dritto negli occhi un’altra persona è un’azione che porta con sé l’obbligo di svelarsi, di manifestare la propria essenza e permettere così che il nostro interlocutore possa incasellarla,  giudicarla o, più semplicemente, farsene una ragione. A pensarci bene, il mestiere dell’attore è ciò che più similmente sia in grado di porre questo dilemma: occorre fissare il proprio sguardo negli occhi del pubblico, senza remora alcuna, oppure è più opportuno rinunciare a se stessi per interpretare qualcosa di diverso da sé?

Tra i fantasmi di ieri e di oggi, irrimediabilmente frutto del caos emotivo della spietata vita contemporanea, `Magnifica Presenza` non è altro che un gigantesco gioco di specchi fra presente e passato, fra finzione e realtà. Non è quindi difficile comprendere come sia Pirandello il nume tutelare di un film abitato da persistenti ossessioni e popolato da otto personaggi – due in più dei proverbiali sei – che, in qualità di fantasmi, si aggirano fra il tinello e la camera da letto di un vecchio appartamento romano, alla ricerca non di un autore, ma di un “salvatore” che finalmente gli permetta di prendere un treno verso il Nord, verso i confini di un’Italia in guerra, quella del 1943.

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In un costante rimando di riflessi giocato fra realtà e rappresentazione della stessa, Ferzan Özpetek compone i contorni del palcoscenico della quotidianità, nel quale rappresenta una storia insieme ordinaria e incredibile, divisa come ovvio fra dramma e commedia, sorvegliata da quello che forse è uno dei peggiori fantasmi della modernità: la solitudine. Il privato e l’isolamento di una casa abbandonata diventano quindi l’accesso ad un’altra dimensione e ad un altro tempo, i cui confini sono labili come il sottile tratto che separa il sonno dalla veglia o la lucidità dallo svenimento; ed è proprio in questa dimensione che il regista decide di colpire più duro, nel punto in cui una persona si sente solitamente più tranquilla e protetta, ovvero laddove il quotidiano sembra accarezzare rassicurante.

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`Magnifica Presenza` è uno di quei classici film che non convincono mai al primo sguardo, ma ai quali accade di pensarvici con insistenza nei giorni successivi, fattore che, irrimediabilmente, porterà a rivederli più e più volte. D’altronde questa “storia di fantasmi” offre una tale quantità e una tale varietà di letture, sollecitando contemporaneamente innumerevoli zone dell’emotività umana, da costringere lo spettatore, suo malgrado, a farsi mille domande. Gli avvenimenti accaduti sono realtà o frutto di semplice immaginazione? “Ognuno riempie la solitudine come può”, è vero, ma come si fa a non credere in quei fantasmi?

Pur rimanendo saldamente ancorato al proprio immaginario di base, Özpetek è in grado di costruire un’avventura nostalgica e fortemente emotiva, che riesce a rintracciare, grazie all’eterna ambiguità dell’arte e alla fragilità di chi ancora crede alle illusioni, una chiara metafora sulla vita e, perché no, anche sulla morte.

Il protagonista di `Magnifica Presenza` è Pietro Pontechievello, un giovanotto dall’aspetto angelico, gay tendente al sentimentale, appena arrivato a Roma dalla Sicilia, forte della propria velleità di diventare un attore di Cinecittà. Appena giunto nella Capitale riesce a mettere le mani sulla casa che tutti vorremmo avere, una villetta anni ’30 un po’ decadente, ma che lui può permettersi nonostante il lavoro privo di prospettive che si ritrova: sfornare cornetti in una pasticceria, di notte.

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Pietro è un personaggio all’apparenza semplice, ma che ben presto rivelerà un mondo interiore delicatissimo, una fragilità estrema e, di conseguenza, una tenerezza e una purezza senza pari, che lo renderanno la perfetta preda per coloro che vorranno approfittarsene. Tuttavia, sarà proprio questa ferita scoperta, questa sensibilità lacerata, che farà in modo che anche le sue ultime difese crollino, rendendolo capace di vedere qualcosa che sarà totalmente precluso a tutti gli altri.

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Pietro è gay ma non è capace di esserlo, come lui stesso rivela, e di sicuro non “pratica”, al massimo “sogna”. Probabilmente è riuscito a praticare una volta sola, molti anni prima, e il risultato di quella notte è stato un amore illusorio, il cui oggetto –  nonostante i milioni di sms inviati, i fiori, gli appostamenti, i libri di poesie lasciati sulla macchina e una sontuosa cena preparata per lui dal ricettario della nonna – si rivelerà presto un villano che gli intimerà senza mezzi termini di non rompere più le scatole. Perché Pietro è gay, ed è anche sentimentale, ma soprattutto è un bambino mai cresciuto, sommerso da manie ossessivo-compulsive e dal proprio perfezionismo, elementi che lo rendono completamente staccato dalla realtà, tanto da trasformare il flirt di una notte in un amore da favola ma, purtroppo per lui, unilaterale.

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Pietro fondamentalmente è smarrito a Roma, si perde nelle disordinate vie della Città Eterna, ma crede fortissimamente nei propri sogni e nelle proprie illusioni e, paradossalmente, saranno proprio queste a salvarlo. Tuttavia, non dovrà farcela unicamente da solo e neppure grazie all’aiuto della cugina Maria (interpretata da un’esilarante Paola Minaccioni), che in realtà è ancora più sola di lui; ad aiutarlo per davvero saranno dei fantasmi con le facce di Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Andrea Bosca, Cem Yilmaz, Ambrogio Maestri e il piccolo Matteo Savino.

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Pietro, infatti, grazie alla propria iper-sensibilità è uno scopritore di verità nascoste e non sarà un caso che le otto “magnifiche presenze” in cerca di salvatore decideranno di rivelarsi proprio a lui; queste sono le ombre di celebri attori teatrali degli anni Quaranta, tutti facenti parte della Compagnia Apollonio, e sono intrappolati da tempi immemori in quella piccola villetta abbandonata di via Monteverde Vecchio; è lì che, rinchiusi in cattività, continuano a vivere le loro vite inconsapevoli del tempo che passa, proseguendo le prove di uno spettacolo mai portato in scena, in un’assurda mescolanza fra Realtà e Finzione.

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I fantasmi della Compagnia Apollonio indossano abiti eleganti, portano pettinature retrò e un trucco marcato e curato, con l’eccezione di un elegante giovanotto in grigio, un poeta, che se ne sta sempre in disparte e che più che un fantasma sembra essere l’evocazione di un recondito desiderio; capiterà più volte, infatti, di vederlo osservare silenzioso Pietro mentre dorme, dedicargli versi carichi d’amore o avvicinare la bella bocca alla sua, tuttavia senza mai sfiorarla.

Ciò che avviene nel piccolo appartamento di Pietro è un continuo cortocircuito fra presente e passato, fra la Roma di ieri e la Roma di oggi; il giovane non sa, infatti, di aver dato avvio a un’avventura umana al limite dell’incredibile, di essere diventato il primo abitante di una terra di mezzo fra il passato e il presente, lo spettatore privilegiato e il testimone oculare di un dramma antico, che lo porta ora a intrecciare i propri passi con chi prima di lui ha abitato quelle mura e che ancora vive grazie alla straordinaria “menzogna” del teatro. In fondo, tutti gli abitanti di quella casa, vivi o morti che siano, hanno in comune un elemento, quello dell’incompiutezza: Pietro non ha ancora imparato a vivere, mentre i fantasmi non hanno ancora imparato a morire.

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In `Magnifica Presenza` ricompaiono prorompenti tutti i temi cari a Ferzan Özpetek, dall’omosessualità alla famiglia allargata che supera i confini del tempo, dall’amicizia alla cucina, il tutto mescolato in un’affascinante alchimia colta e irriverente. Intenzione dopo intenzione, in un continuo gioco di compresenze all’insegna della coralità, Özpetek costruisce un film in grado di spaziare fra i generi più disparati, dalla commedia gay all’horror soft, dal fantasy alla polemica di costume. Tutta questa miscela di trame e sottotrame, tuttavia, non appesantisce la narrazione principale, grazie al talento del regista che non lascia nulla al caso. Maniacale e perfezionista quasi quanto il suo protagonista, Özpetek dosa alla perfezione dettagli e disordini, passato e presente e la dimensione intangibile fatta di fantasmi e magie con la realtà più semplice e quotidiana.

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Özpetek gioca con i colori, le musiche e le atmosfere, ricostruendo un piccolo mondo privato all’insegna del fantastico, un teatro di maschere immateriale e grottesco, attraversato tuttavia da un’insondabile vena di malinconia. E’ così che la narrazione si srotola fra fantasmagorici tram notturni e piccoli bar di borgata, fra scorribande clandestine e congreghe di travestiti che confezionano cappelli sotto il glaciale sguardo di un uomo gigantesco (Mauro Coruzzi) che si fa appellare unicamente come “Badessa”.

D’altronde, la forza del cinema di Ferzan Özpetek è proprio questa, ossia quella di calare temi e personaggi complessi in una struttura accogliente e bonaria, costruendo trame d’autore con i metodi del cinema popolare. L’operazione è piuttosto complessa e azzardata, tuttavia, quasi sempre, come per magia è in grado di trovare la via diretta per colpire il cuore dello spettatore.

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`Magnifica Presenza` riesce alla perfezione nel suo intento, anche se è solo dopo più di una visione che lo spettatore riuscirà finalmente a individuare un fil rouge, un centro, una ragione per tutto quello che accade, che inevitabilmente ruoterà intorno alla figura del protagonista, quel Pietro interpretato da uno  straordinario Elio Germano, che si conferma una delle perle più preziose del nuovo cinema italiano e il naturale erede di Marcello Mastroianni. Prima della magia e della sceneggiatura, infatti, colpisce il suo volto angelico, costantemente pervaso da una purezza e da un’ingenuità aperta al mondo e ai suoi misteri, il più limpido specchio in cui vediamo riflettersi la cattiveria e la follia degli uomini. E’ così che il nostro protagonista assume il doppio ruolo di narratore e spettatore, l’unico mezzo tramite il quale possiamo assistere alla “vita” dei morti e credere ancora alla dolcezza delle illusioni; diventa così improvvisamente chiaro come la “Magnifica Presenza” del titolo sia in realtà proprio la sua.

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Non è la prima volta che nel cinema di Özpetek è l’occhio, lo sguardo, il vero strumento che permette all’Io di ricomporsi. I fantasmi, infatti, si specchiano negli occhi di Pietro e gli donano la loro immagine, per riuscire a loro volta finalmente a ricostruirsi come soggetti e ad essere così in grado di “inscenare” la propria recita.

Vi è, tuttavia, un duplice effetto, perché anche Pietro, indagando su quelle presenze gentili e sugli anni della loro vita, è in grado di riappropriarsi gradualmente di se stesso, imparando a vedersi in un modo migliore e trovando il coraggio di vivere appieno la propria vita, non solo di sognarla.

E’ Pietro lo sceneggiatore della commedia, è lui il pubblico senza il quale l’arte degli attori cadrebbe nell’oblio, è lui che permette ai fantasmi di ricostruire la propria storia e di governarla, invece che esserne unicamente dominati. In cambio, a Pietro viene donata una famiglia, che va oltre i limiti biologici o anagrafici, ma che è comunque in grado di regalare il calore di una tavola imbandita e di una serata di risate passata ad attaccare figurine.

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I fantasmi furono eroi e nessuno lo saprà mai, ma questo in fondo non importa un granché; ciò che loro anelano, infatti, sono solo notizie dei figli e degli amori perduti, la libertà che in vita gli fu negata e la dignità rimasta incompiuta. E’ così che la verità pacifica il passato e lo libera dalle catene fra le quali si era arenato.

`Magnifica Presenza`, inoltre, contiene in sé una grande metafora, che viene eloquentemente rappresentata da un album di figurine del Risorgimento completato proprio grazie all’aiuto dei fantasmi; questi, infatti, decidono di suggellare la propria libertà ritrovata donando a Pietro la rarissima figurina numero uno, quella raffigurante Giuseppe Garibaldi.

E’ così che, coinvolti dal mistero delle “magnifiche presenze”, siamo in grado anche di riflettere sulla società e sulla memoria collettiva del nostro Paese, soprattutto sulla sua incapacità di fare i conti con il proprio passato e di affrontare e sciogliere i nodi ancora sepolti. “Solo l’Arte sopravvive”, proclama una straordinaria e cattivissima Anna Proclemer; tuttavia, nonostante il terrificante monito di queste parole, si può distintamente scorgere il miraggio di un giorno, quello in cui si potrà forse riuscire a ripartire tutti insieme, i vivi con i morti, sorridenti, a bordo di un tram luminoso diretto verso un futuro carico di speranza.

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Comments
5 Responses to “`Magnifica Presenza` di Ferzan Özpetek • Finzione, finzione!”
  1. Curi ha detto:

    quando ho letto la prima riga pensavo fosse il film “Vero come la finzione”. Questo non lo conosco, l’ho appuntato alla lista del -devi vedere!-

    un saluto!
    curi – dodicirighe

    • RigelGrace ha detto:

      “Vero come la finzione” non l’ho mai visto! Tu che dici… Me lo consigli? (:
      Comunque non parliamo della lunghezza della mia lista “Devi vedere”; il numero di film “appuntati” è veramente spaventoso! :’D

      • Curi ha detto:

        si è carino come film, non lo definirei di genere impegnato ma più una commedia (: c’è dustin hoffman, maggie gyllenhall (spero si scriva così), will ferrell ed emma thompson. puoi aggiungerlo a quella lista spaventosamente grande :D

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