`The Iron Lady` di Phyllida Lloyd • She’s gonna fight ‘em off!

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Siamo a Londra, in un recente passato. Una donna anziana, dalle spalle curve e dall’andatura tremolante, si muove incerta fra gli scaffali di un piccolo supermercato di quartiere. Ha un foulard in testa, tiene fra le piccole mani avvizzite una bottiglia di latte e si sta dirigendo verso la cassa. Uno sprezzante signorotto in abito elegante – probabilmente un uomo d’affari – le passa davanti, senza neppure degnarla di uno sguardo; a quanto pare ha cose più importanti a cui badare, dato che sta tenendo una concitata discussione al telefono e sembra avere molta fretta. La vecchia signora, dal canto suo, gli riserva un’occhiata fulminante, prima di raggiungere la cassa e apprestarsi a pagare: 1 sterlina il giornale e 49 centesimi il latte. Ma non costavano di meno l’ultima volta che era andata a fare la spesa?

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`The Iron Lady` è un film che inizia sottovoce. La regista Phyllida Lloyd apre il sipario senza particolari artifici per catturare l’occhio dello spettatore, descrivendo con poche inquadrature una scena di vita quotidiana a cui chiunque sarà capitato di assistere: un’anonima vecchietta ingobbita che acquista il latte per la propria colazione. Nulla di straordinario all’apparenza. Eppure, c’è qualcosa non torna. Possibile che la signora col foulard sia proprio lei? Una “Lady di Ferro” si sarebbe mai ridotta in quello stato, tanto da non essere neppure riconosciuta da chi le sta intorno? E’ difficile credere che un tempo quell’innocua figura fosse la donna più potente e celebre d’Inghilterra dopo la Regina; ancora più complicato capacitarsi di come quelle mani artritiche e tremanti fossero in grado di trattenere le redini di una superpotenza e di dettare legge sul suo popolo. E, allora, cosa è accaduto? Cosa è successo a Margaret Thatcher?

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Oggi Margaret Thatcher non c’è più: è morta l’8 aprile 2013, alla veneranda età di 87 anni, a causa di un ictus. Da tempo non partecipava più a nessun tipo di cerimonia ufficiale, precisamente dal 7 marzo 2008, quando ebbe un crollo durante una cena e dovette essere ricoverata d’urgenza al St. Thomas Hospital. Fu in quella occasione che la figlia rivelò alla stampa come il Morbo di Alzheimer avesse colpito la madre fino a compromettere le sue un tempo così temibili capacità intellettive; pare che confondesse il conflitto della Falkland con la guerra in Jugoslavia e che credesse il suo caro marito Denis ancora in vita.

Nonostante gli ultimi anni trascorsi lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, la morte di Margaret Thatcher è stata in grado di riscuotere grande risonanza in tutto il mondo, risvegliando tanto l’affetto dei suoi fedelissimi sostenitori quanto il disprezzo di chi, ancora oggi, la considera una donna mostruosa e senza pietà. D’altronde, nel bene e nel male, è piuttosto difficile rimanere indifferenti a una personalità di tale calibro.

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Parecchi primi ministri hanno occupato il numero 10 di Downing Street di Londra tanto quanto o anche più a lungo di Margaret Thatcher; altri ancora hanno vinto anche un numero maggiore di elezioni, Tony Blair su tutti, eppure Lady Thatcher mantiene un primato: unica donna Primo Ministro della storia della Gran Bretagna, è stata anche la prima a coniare un “-ismo”, marchiando a fuoco un decennio e lasciando in eredità una serie di convinzioni e ideologie che ancora risuonano fra le file dei conservatori di tutto il mondo, da Londra a Varsavia, da Santiago a Washington.

Parlando di cinema, perfino in questo ambito Margaret Thatcher è stata in grado di lasciare un segno indelebile, creando un vero e proprio filone battezzato, appunto, “tatcheriano”; molti film prodotti in quegli anni, infatti, narrano storie di caduta e di rinascita di inglesi in difficoltà, siano essi minatori, impiegati, operai o semplicemente giovani che lottano per la propria sopravvivenza. Pellicole straordinarie come `Billy Elliot`, `Grazie, signora Thatcher` e `Full Monty` sono tutte portatrici dello stesso messaggio, proprio l’incentivo che la Lady si preoccupava di trasmettere in ogni momento: è inutile piangere o disperarsi sui propri problemi, ma occorre piuttosto organizzarsi, inventare, avere coraggio e risolverli!

Margaret Thatcher fu donna e soprattutto politico dai grandi paradossi. In primo luogo, non solo era una personalità ambiziosa e determinata, ma era anche figlia di un droghiere: le sue origini erano umili e questo la casta non glielo perdonò mai. Un altro elemento paradossale  delle sue vicende fu il gradimento che riscosse nel periodo del suo potere: mai nessun altro primo ministro inglese fu contestato come la Thatcher, eppure quell’inflessibile signora fu in grado di essere sempre rieletta.

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Ancora oggi, dopo la sua dipartita, la vecchia Lady di Ferro è stata in grado di incassare critiche e polemiche a non finire. “The bitch is dead!” recitava un cartello sbandierato orgogliosamente per le strade di Londra il giorno della sua morte, attesa con gioia e addirittura festeggiata da alcuni. Molti, infatti, sono coloro che ritengono come la Thatcher possa essere ricordata con affetto solo dai sentimentalisti che non hanno sofferto sotto il suo governo, al contrario dei lavoratori inglesi e del popolo argentino che non la dimenticheranno mai; perché la Thatcher, secondo i suoi detrattori, era solamente un terrore senza un briciolo di umanità, l’insensibile portavoce di un capitalismo spietato e giustizialista

E’ così che riaffiorano alla memoria le immagini – rappresentate anche nel film con riprese di repertorio – dei violenti scontri che si susseguirono durante le sue amministrazioni:  schieramenti di operai che contrastavano la polizia formando catene  di corpi umani, valanghe di persone che si riversavano per le strade d’Inghilterra dando fuoco a negozi, macchine e edifici, urlando, picchiando e protestando contro una politica e un’economia che strangolavano le loro esistenze.

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In tutto questo, ciò che è certo, è che qualunque modo si scelga per raccontare la storia di Margaret Thatcher, questo rappresenterà  sempre una chiave di lettura profondamente estranea a quella che può offrire l’immagine di una  fragile vecchietta che compra il latte al supermercato e che esce di senno nella sua casa di Chester Square; infatti, raccontando la Thatcher, è molto difficile – se non quasi impossibile – staccarsi dall’ideologia che quella donna ancora oggi continua a rappresentare, quella fondata sul liberismo sfrenato, sull’anti-sindacalismo e sull’anti-statalismo più radicale, sul favoreggiamento delle imprese private e sull’incentivazione dell’iniziativa personale.

Anche `The Iron Lady` non può esimersi dal misurarsi con questo ostacolo e per questo decide di farsi forte di un curioso stratagemma  tecnico. Infatti, la biografia della Lady non viene ricostruita in ordine cronologico come ci si aspetterebbe da un biopic tradizionale, ma arriva a ruotare tutta attorno ad un momento presente, in un susseguirsi di ricordi e flashback. La sceneggiatura di Abi Morgan decide quindi di concentrarsi sulla figura di una Thatcher ormai anziana, rinchiusa nella propria casa, alle prese fra badanti, dottori e cameriere, una figlia distaccata e il fantasma del marito morto. I gesti di una giornata come tante, in una routine quotidiana ormai sterile e solitaria, diventano gli espedienti per fare un salto nella labile memoria della protagonista, alla ricerca di persone e avvenimenti ormai irrimediabilmente perduti.

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Lo spettatore viene così catapultato in un più o meno recente passato in inglese, fatto di uomini d’affari determinati e sicuri di sé che prestano ben poca attenzione allo stato sociale. La Thatcher di queste memorie è un’eroina femminista che conquista passo a passo la sua ascesa, rifiutandosi di finire la propria vita lavando tazzine da tè. I sindacalisti, d’altra parte, sono  dipinti come controparti invisibili e ricordati solo per aver paralizzato una città, lasciando che la spazzatura si accumulasse per le sue strade, mentre i poveri e i disoccupati sono solo bestie ringhianti e ignoranti che urlano e sbattono sui finestrini dell’automobile del Primo Ministro. Ad un certo punto, vediamo Maggie stessa prendere il potere, afferrando le redini della situazione e spiegando a tutti, con la condiscendenza di una maestra nei confronti di un alunno un po’ tardo, come solo i tagli alla spesa pubblica, i sacrifici e una guerra possano essere gli ingredienti necessari per salvare l’Impero britannico.

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In breve, in `The Iron Lady` tutto è assolutamente soggettivizzato, inquadrato dalla prospettiva di una vecchia signora che ormai debole e malata ricorda il suo passato cancellando gli episodi negativi o edulcorandoli, fornendoci il suo punto di vista degli eventi e commemorando se stessa come un eroina. Questa scelta stilistica, seppur contestabile, ha il pregio di favorire l’identificazione dello spettatore con la protagonista, tanto da rimanerne letteralmente incatenato, risucchiato nel vortice del racconto di una leadership e delle gerarchie di un mondo cristallizzato nella sua stessa spietatezza.

Gli occhi con cui guardiamo agli eventi sono quelli di due Margaret Thatcher molto diverse fra loro: il Primo Ministro e l’anziana malata. Di fronte a una vecchia donna che vede svanire intorno a sé gli affetti di una vita e guarda avvicinarsi al loro posto lo spettro di una malattia invalidante e la consapevolezza della propria mortalità, sarà facile provare sincero affetto umano; d’altra parte, quando in un flashback si vedrà la stessa Lady seduta sulla poltrona del comando, unica donna in un’assemblea di  uomini, intenta a strapazzare tutti coloro che le stanno intorno, verrà spontaneo pensare: “Tosta, la ragazza!”. Eppure, solamente un momento dopo, ci si ritroverà a chiedersi se quello che si è appena visto non sia in qualche modo eccepibile o, addirittura, profondamente sbagliato.

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Innumerevoli volte in quest’ultima settimana, Margaret Thatcher è stata descritta come la prima donna a ricoprire il ruolo di Primo Ministro in Gran Bretagna, quasi a sottintendere come da quel fatidico momento si fosse originata una scia di figure femminili capaci di occupare alte cariche dello stato; in realtà Maggie Thatcher rimane tutt’ora un unicum nella storia democratica britannica, una vera e propria pioniera che insospettabilmente ebbe talento e caparbietà tali da sfondare lo spesso soffitto di vetro che proteggeva un modo fino ad allora quasi esclusivamente prerogativa maschile. Per questo è importante raccontare la sua storia: amore od odio che si possa provare, nessuno è in grado di negare l’evidenza, ovvero come Margaret Thatcher rappresenti ancora oggi un punto di riferimento per tutte le donne che aspirino a una propria rivincita, sia essa personale o sociale.

Margaret Thatcher nacque nel 1925, tre anni prima che il voto delle donne raggiungesse la parità con quello degli uomini e solo sette anni dopo la proclamazione del suffragio universale sia maschile che femminile; studiò chimica a Oxford, quando pochissime donne potevano ambire a frequentare un’università, e lavorò come ricercatrice, una professione all’epoca quasi esclusivamente appannaggio maschile. Fu scelta come candidato conservatore nel 1951, all’età di soli 25 anni, un risultato che tutt’ora farebbe sollevare il sopracciglio di molti. Ottenne, inoltre, il titolo di avvocato nel 1953, contemporaneamente riuscendo a sposarsi e a mettere al mondo due gemelli.

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Maggie Roberts – questo il suo cognome da nubile – fu fin da piccola una ragazza vulcanica e dalla natura estremamente ambiziosa. Visse la propria infanzia sopra il negozio del padre, una realtà quasi idilliaca, come aveva spesso occasione di ripetere, fatta di clienti frettolosi, zucchero, farina, bilance e parsimonia. La figlia del droghiere apprese dal padre i principi base dell’economia domestica e dalla madre l’efficienza e le virtù della donna di casa, accentuate dalle privazioni subite durante la Seconda Guerra Mondiale. Il signor Roberts era una figura di spicco nella comunità, un predicatore laico onesto e dinamico, che prima divenne consigliere comunale e poi assessore; la finanza era la sua passione, mentre la responsabilità individuale la sua parola d’ordine.

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La famiglia Roberts era notevolmente impegnata in ambito politico, tanto che la piccola Margaret, all’età di soli 10 anni, poteva già essere vista piegare e distribuire volantini elettorali per sponsorizzare la candidatura di un politico conservatore locale. A scuola era una ragazza diligente, ma non sottoposta passivamente ai suoi insegnanti; spiccava per logica e determinazione, tanto da brillare nei dibattiti scolastici prima e in quelli della comunità dopo. Quando lasciò Oxford con una laurea in chimica di seconda classe, si unì alla BX Plastics presso Colchester, come addetta al campo della ricerca e dello sviluppo; tuttavia, come molti ben sapevano, la sua reale ambizione non era quella di dedicarsi alla scienza, ma di essere un membro del Parlamento londinese.

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Margaret Thatcher vide il proprio desiderio realizzarsi nel 1959, quando, dopo una durissima lotta, fu eletta deputato conservatore per Finchley, uno dei distretti nord di Londra.  Il London Evening News annunciava l’entrata in Parlamento di Mrs Thatcher come “La mamma di Mark è un deputato, ora!”, sottolineando non tanto le sue prerogative politiche quanto il merito di essere madre di due gemelli; d’altronde, le donne erano vera rarità a questo livello politico, tanto da ricoprire solo 25 su 630 seggi parlamentari, numeri che rendono pressoché veritiera l’immagine che Phyllida Lloyd vuole trasmettere della prima entrata in aula di Maggie, unica macchia colorata in un’affluenza di uomini in opache tenute scure.

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Il successivo balzo di carriera per la Thatcher fu la nomina a Segretario di Stato per l’Educazione e la Scienza nel governo conservatore di Edward Heath del 1970; purtroppo, né il padre né la madre vissero abbastanza a lungo per veder concretizzarsi questo successo. Il percorso di ascesa di Margaret, a questo punto, era finalmente in atto. Tuttavia, nella Camera dei Comuni, la giovane deputata continuava a sentirsi isolata: lo stridulo tono di voce, frutto probabilmente di un eccesso di compensazione, con il quale cercava disperatamente di dimostrare se stessa e il suo valore, contribuiva unicamente ad alienarla dai colleghi maschili. Eppure, vi erano anche diversi lati positivi nell’essere un’outsider: bionda, discretamente attraente, sempre impeccabilmente vestita e truccata, la giovane Thatcher era una lavoratrice zelante, tanto da distinguersi per qualche tempo come beniamina dei media. Tuttavia, il corso degli avvenimenti cambiò radicalmente quando da Segretario dell’Istruzione, costretta a tagli nel budget, promulgò la decisione di dismettere la fornitura di latte gratis per gli scolari di età superiore ai 7 anni. I titoli dei tabloid, un tempo così magnanimi, da quel momento  iniziarono  ad appellare Mrs Thatcher come “Milk Snatcher”, ovvero “Ladra di Latte”, e da curioso fenomeno mediatico, la resero improvvisamente la donna più odiata della Gran Bretagna.

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Il governo Heath, però, era destinato a cadere già nel 1974, sommerso da uno spaventoso aumento dell’inflazione e da dure agitazioni sindacali. Keith Joseph, l’intellettuale di destra conosciuto per aver istituito il Centro di Studi Politici volto ad analizzare i problemi economici della Gran Bretagna, apparve come lo sfidante ufficiale di Heath per il controllo del partito conservatore. Tuttavia, il buon Joseph si ritrovò a commettere un pasticcio dietro l’altro, tanto da portare la signora Thatcher, una delle sue più ardenti sostenitrici, ad emergere come nuovo possibile candidato. Fu così che l’11 febbraio del 1975, Margaret Thatcher vinse il concorso per dirigere il partito conservatore.

A quel punto, le reazioni furono fra le più differenti. Nessuno dei pesi massimi del partito aveva votato per eleggere la Thatcher e la sua vittoria, dipinta da alcuni come la “rivolta dei contadini”, sembrava l’ufficiale presa del potere da parte degli ordini inferiori, il passo decisivo per riformare la soffocante immagine dei conservatori. Dopo tutto, Maggie era la figlia di un droghiere e, soprattutto, amava rivendicare questa sua discendenza con orgoglio.

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La prima azione compiuta della Thatcher per concretizzare la sua ascesa fu un cambio di look: le consigliarono, infatti, di modificare il taglio dei capelli, di prendere lezioni di vocal coaching, per modificare gli striduli accenti del suo tono in un imponente timbro da contralto, di dismettere i suoi adorati cappellini e di modificare la postura. Tuttavia, il maggior contributo che diede una spinta decisiva alla sua reputazione avvenne in seguito a un discorso di critica verso l’Unione Sovietica che la Thatcher pronunciò nel 1976, a cui Stella Rossa, il giornale ufficiale dell’Armata, rispose appellandola sarcasticamente come “Lady di Ferro”. Purtroppo per loro, avevano fatto male i conti: Maggie adorò il suo nuovo soprannome e decise di adottarlo lei stessa. Fu in questo modo che la sua icona iniziò a prendere vita.

La strada era segnata: nel 1979 Margaret Thatcher prese parte alle elezioni e in un tripudio venne eletta Primo Ministro. A questo punto è lecito chiedersi cosa rendesse quella figura tanto attraente e, soprattutto, quali fossero le convinzioni in grado di portare una donna, per la prima volta nella storia, a scalare le gerarchie politiche inglesi in tempi record.

Paradossalmente, la summa del suo pensiero politico era contenuta nella sua borsetta e venne rivelata proprio nel 1975. Preparandosi per il suo primo discorso come capo del Partito Tory alla Conferenza ufficiale dei conservatori, Margaret improvvisamente iniziò a declamare una frase di Abraham Lincoln:

«Non si può rafforzare il debole indebolendo il forte.
Non si può generare prosperità scoraggiando la parsimonia e l’impresa.
Non si possono aumentare le paghe rovinando il datore di lavoro.
Non si possono aiutare gli uomini in maniera permanente, facendo per loro ciò che essi dovrebbero o potrebbero fare da soli»

Quando ebbe finito, la signora Thatcher estrasse dalla sua borsetta un vecchio ritaglio di giornale recante la medesima citazione e, mostrandolo agli astanti, esclamò orgogliosa: “Questo mi accompagna ovunque io vada!”.

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Questo divertente aneddoto è molto istruttivo e perfetto come pretesto per sintetizzare il pensiero della Lady. La signora Thatcher era infatti profondamente convinta di come la società avesse il compito di incoraggiare e di premiare coloro che fossero disposti a intraprendere dei rischi, imprenditori in primis, capaci da soli di generare ricchezza senza alcun intervento da parte del governo. Un paese è in grado di prosperare solo incoraggiando il suo popolo a risparmiare e a spendere non più di quanto si è guadagnato, mentre le dissolutezza o, peggio ancora, il prestito, rappresentano la diretta strada verso la perdizione. Insomma, l’essenza del thatcherismo era: Stato Forte ed Economia Libera.

Per Margaret Thatcher, la sua missione era tanto economica quanto morale. Il compito del suo governo non era quindi “solo” quello di risollevare l’economia del proprio paese, ma addirittura di affrontare gli “imperi del male” rappresentati dal comunismo e dal socialismo. D’altra parte, molti fattori causarono il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, ma la battaglia e la chiarezza delle convinzioni intraprese dalla Thatcher furono elementi vitali.

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Una volta al potere, tuttavia, la politica thatcheriana iniziò ad assumere le sue vere e concrete sembianze, non così tangibili precedentemente. La spesa pubblica venne bruscamente frenata con lo scopo di controllare l’offerta monetaria, i controlli della valuta vennero aboliti e alla sterlina fu concesso di continuare a stare a galla, piuttosto che cedere il passo al nuovo sistema monetario europeo. I sussidi industriali vennero brutalmente tagliati, manovra che portò al lastrico numerose imprese e, sull’onda di una recessione mondiale, ad un enorme aumento della disoccupazione. Nel 1981, in pieno governo Thatcher, i disoccupati inglesi salirono al terrificante numero di 2,7 milioni; privi di lavoro, tuttavia, di certo non furono i poliziotti, che si trovarono da un momento all’altro alle prese con violente manifestazioni e molotov lanciate dalle migliaia di persone disperate scese in piazza in tutte le città della Gran Bretagna.

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Archetipo della spietatezza thatcheriana nella risoluzione del problema monetario fu in particolare la sconfitta dell’Unione nazionale dei Minatori, che nel marzo 1984 proclamò uno sciopero su scala nazionale contro la decisione del governo di chiudere gli stabilimenti poco produttivi. La minaccia della mancata fornitura di combustibile per tutta la Gran Bretagna sollevò così lo spettro di un paese ingovernabile. Tuttavia, la Thatcher ,con grande previdenza, aveva accumulato notevoli riserve di carbone, pronta a tutto pur di difendere la democrazia contro la bestia nera dei sindacati militanti e del socialismo. Lo sciopero durò un anno intero e vide polizia e minatori fronteggiarsi in brutali battaglie campali, ma nonostante questo, alla fine, fu la Thatcher a tener stretta la bandiera della vittoria nel suo pugno d’acciaio.

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Il Primo Ministro fu altrettanto feroce nell’ottobre dello stesso anno, quando una bomba rivendicata dall’IRA esplose nel Grand Hotel di Brighton, dove i membri del Partito Tory soggiornavano nella notte in occasione della loro conferenza annuale. Anche Margaret Thatcher era all’interno dell’edificio insieme al marito Denis e sopravvisse per miracolo, nonostante fosse proprio lei la diretta destinataria dell’attentato. Nonostante il plausibile shock e la notte insonne, la Lady di Ferro non rinunciò a salire sulla piattaforma delle conferenze il giorno dopo, perfettamente vestita e truccata, simbolo diretto di come le imprese democratiche avevano il dovere di continuare a funzionare, qualsiasi fosse il prezzo da pagare o gli ostacoli da abbattere lungo il  proprio cammino. Quelle immagini colpirono a tal punto l’opinione pubblica da fare il giro del mondo.

Nonostante la sua indissolubile caparbietà, Margaret Thatcher giunse tuttavia in quel periodo a toccare il più basso punto di gradimento della sua carriera, arrivando a detenere il record di più impopolare ministro della storia democratica britannica. La maggior parte dei suoi colleghi si aspettavano – e auspicavano – le sue dimissioni; ma arrendersi non era una parola contemplata nel vocabolario della signora Thatcher.

Se la sconfitta dell’opposizione sindacale rappresentò il culmine della spietata risolutezza thatcheriana sul fronte interno, su quello estero l’occasione si presentò spontaneamente nell’aprile del 1982. Con l’economia ancora in ginocchio, infatti, le fortune politiche della Lady di Ferro stavano per essere paradossalmente rinvigorite dall’invasione argentina delle Isole Falkland.

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Cresciuta nella convinzione di Churchill che la Gran Bretagna fosse capace di imprese epiche sulla scena mondiale, Margaret Thatcher non esitò un minuto ad inviare navi britanniche per la riconquista delle Isole, nonostante questa risoluzione fosse scoraggiata da molti consiglieri che le imploravano di desistere a favore di un patteggiamento mediato dagli Stati Uniti. Niente fu capace di distoglierla dalla sua decisione e il risultato fu che a metà giugno la guerra contro l’Argentina fu vinta, per un costo di 255 vite britanniche. Il principio di Churchill era stato confermato e un nuovo senso di fiducia nazionale emerse. Segnando indici di popolarità mai raggiunti in precedenza, la figura della Thatcher beneficiò enormemente di questa impresa, tanto da vincere le successive elezioni.

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Meno spettacolare, sebbene di molto più vasta portata, fu il ruolo che Margaret Thatcher ricoprì nel determinare la fine della Guerra Fredda e nella distruzione del regime comunista nell’Europa centrale e orientale. Come sostenitrice senza riserve del libero mercato e dell’individualismo, Maggie era portatrice di una diffidenza innata e spesso ostentatamente espressa nei confronti della politica sovietica. Tuttavia, nella figura del leader Mikhail Gorbaciov ella trovò un uomo con cui poter discutere e fare affari, tanto da contribuire considerevolmente all’avvicinamento fra gli Stati Uniti dell’amico Ronald Regan e l’ “Evil Empire”. La perfetta chimica instauratasi fra la Thatcher e Regan, infatti, fu fondamentale per determinare le sorti dell’assetto europeo del XX secolo.

Dietro le quinte della sua esplosiva carriera politica, Margaret Thatcher aveva un’etica del lavoro davvero impressionante, il fattore essenziale che contribuì al suo successo. Pareva che dormisse solo quattro ore per notte e che si dichiarasse perfettamente a suo agio nel condurre, da figlia di un droghiere, una “nazione di bottegai”.

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Dietro le sprezzanti caricature dei media – fra le quali vale la pena di ricordare quella di “Gallina Attila” o di “TBW” (“That Bloody Woman”) – Maggie era una donna di gran lunga più affascinante di quanto venisse dipinta, tanto da non voler a nessun costo rinunciare al suo lato più femminile. Godeva maggiormente della compagnia maschile rispetto a quella di personalità del suo stesso sesso, tanto che rumors ancora oggi affermano di come la Regina non gradisse per nulla le loro riunioni settimanali. Il personale del numero 10 di Downing Street la adorava per le mille piccole gentilezze che, inaspettatamente, riusciva a dimostrare, ad esempio trovando sempre un minuto di tempo per chiedere lo stato di salute di un familiare malato.

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La vita domestica e la carriera di Margaret Thatcher, tuttavia, ebbero la fondamentale fortuna di trovare un solido punto d’appoggio nella figura del marito Denis. I media spesso lo includevano nella satira sulla moglie, arrivando frequentemente a dipingerlo come uno squallido bevitore di gin o un golfista buffone, ma nessuno poteva però negare il fatto di come Denis Thatcher fosse in grado di compiere il suo ruolo di marito alla perfezione, sempre pronto a rincuorare e a sostenere la sua compagna con ironia o, semplicemente, con un silenzioso sorriso sul volto. Inizialmente, fu determinante nel contribuire a plasmare la fiducia della giovane ragazza di Grantham e il suo denaro, non di meno, fu lo strumento necessario per permetterle di inseguire le sue ambizioni. Denis Thatcher la incoraggiò, la consigliò, offrì sempre il proprio abbraccio consolatore e, inoltre, sembrava essere l’unico interlocutore privilegiato a cui l’egocentrica Maggie paresse dare ascolto; solo lui poteva porre fine alle interminabili riunioni a tarda notte della moglie, semplicemente toccando il suo orologio e ricordandole: “Margaret, è tempo di raggiungere il “Bedfordshire!”.

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Nonostante tutto, l’opinione pubblica raramente ebbe occasione di intravedere queste fessure di tenerezza e di umanità nella corazza della Lady di Ferro, che alla fine commise il tragico errore di voler rimanere troppo a lungo al potere. Durante il suo ultimo mandato, Margaret Thatcher iniziò ad essere percepita come arrogante, sprezzante e addirittura dittatoriale nel suo costante tentativo di umiliare e squalificare i propri colleghi. Ormai il suo ego era talmente sproporzionato da non renderla in grado neppure di accettare consigli dai più fedeli collaboratori; questo fattore fu determinante per il suo epilogo e finì per farle commettere tre fatali passi falsi: l’introduzione della famigerata poll tax uguale per ogni cittadino, lo scontro con il Cancelliere sulla politica monetaria e quello con il Ministro degli Esteri riguardo la politica europea.  Il risultato fu che entrambi rassegnarono le proprie dimissioni dal governo, facendo precipitare il partito in una spietata battaglia per la leadership, che finì per concludersi con le dimissioni della Thatcher il 18 novembre del 1990. Dopo 10 anni, Maggie era di nuovo un’outsider. Per una volta le sue lacrime furono pubbliche, nel momento in cui fu costretta a lasciare il numero 10 di Downing Street.

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Sulla scia di una biografia complessa e contestata, Phyllida Lloyd costruisce un biopic originale e di estrema fedeltà storica, sebbene un po’ troppo deferente nei confronti del thatcherismo e della sua protagonista. Il punto, tuttavia, non arriva a consistere nella mera elencazione di una serie di fatti, ma nella costruzione di una profonda riflessione sulla fenomenologia di un potere, sulle vittorie e sui terribili scotti da pagare che, ovviamente, anche questo comporta. Fin dalle prima inquadratura vediamo una Margaret Thatcher completamente sola, costantemente impegnata a combattere una guerra solitaria, dalla gioventù fino agli ultimi anni, che la vede contrapposta su un campo totalmente antistante e inconciliabile a quello in cui sosta irremovibile uno sconfinato esercito formato da “tutti gli altri”. L’ascesa della Lady di Ferro è repentina e inarrestabile, così come il suo epilogo, quasi frettoloso, l’estremo tentativo di salvare 10 anni di lavoro da una conclusione profondamente umiliante.

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Non è un caso che Phyllida Lloyd decida di concentrare la propria attenzione soprattutto sulla vecchiaia della sua protagonista, una condizione esistenziale che arriva ad essere assurta a simbolo dell’inarrestabile processo di creazione e distruzione di una realtà: è infatti per una terribile legge del contrappasso che Margaret Thatcher si trova a scontare la propria vecchiaia in solitudine, vittima della stessa spietatezza che essa stessa decise di dimostrare nell’esercizio del suo potere.

E’ quasi scontato e superfluo aggiungere lo straordinario impatto emotivo fornito dall’eccellente interpretazione di Meryl Streep nel ruolo di Maggie; come sempre, impressionante è il mimetismo dell’attrice, che riesce completamente a trasfigurare la propria figura nelle sembianze di un personaggio così complesso e inaccessibile, non solo arrivandole ad assomigliare fisicamente, ma ricreandone alla perfezione anche la mimica vocale e gestuale, tracciando sotto la maschera di trucco e cerone un profilo psicologico e caratteriale di imponenza magistrale. Meryl Streep è in grado di incarnare perfettamente ogni singolo aspetto della Lady, dalla “matrona” di casa alla grande diva, dall’amorevole madre della Nazione alla donna guerriera, fino agli eccessi da bisbetica urlante e capricciosa, impresa che le varrà un terzo meritatissimo Oscar.

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L’eredità lasciata dalla Thatcher rimane uno dei suoi tanti insoluti paradossi. La Lady era il modello vivente della sua stessa filosofia, la celebrazione in gonnella dell’individualismo e della capacità di successo del singolo che lavora sodo, tuttavia un primato non esattamente facile da mantenere in una nazione dove, tradizionalmente, è il gioco di squadra che conta e non il vincitore.  Venuta alla luce come una dirompente forza per il cambiamento, fu in grado di trascinare il paese fuori dal fango, a costo di immani sacrifici, per poi lasciare tutto in mano ai posteri, compreso un partito conservatore in subbuglio; fu capace di consolidare l’Alleanza Atlantica e di determinare le dinamiche europee post-Guerra Fredda, eppure, al contempo, non ebbe la capacità necessaria per tenere unito il proprio paese con l’Europa, favorendo un’integrazione per la sua unione. Tutti questi lasciti possono essere da chiunque opinabili e certamente oggetto di discussione per ancora molto tempo, ma ciò che è certo è come Margaret Thatcher avrà ancora a lungo il privilegio di essere vista come un’icona del XX secolo e come una dei più eccezionali, nel bene e nel male, Primi Ministri della Gran Bretagna.

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