StreetParade #3 • ‘White Rabbit’ dei Jefferson Airplane

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Se fosse stato tutto sole, lucentezza, pulizia e ordine, con un bel profitto la mattina dopo, nessuno avrebbe detto un’altra parola. Invece, il Woodstock Music & Art Fair, che si tenne dal 15 al 17 agosto del 1969, vicino a Bethel, New York – in un campo dichiarato ufficialmente zona disastrata già il secondo giorno di concerto – è diventato un anniversario che ancora oggi viene onorato e celebrato.

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La storia dell’umanità è piena di punti di svolta e fatti di rilievo: rivoluzioni, guerre, vittorie e sconfitte, trattati firmati o stracciati, governi eletti e poi smaltiti, città, paesi, continenti e perfino pianeti conquistati. Altrettanto importanti sono  i cosiddetti groundswelles, ovvero i grandi movimenti popolari in grado di influenzare le menti e i valori di una generazione, o anche più, restando indissolubilmente legati ad un tempo o ad un luogo ben determinati. Ripercorrendo, ad esempio, l’America degli anni ’60, gli storici del futuro sicuramente ricercherebbero quale impatto e quale eredità possa aver prodotto un evento pari al Festival di Woodstock.

Il mito di Woodstock nasce in un periodo di conflitto militare all’estero e di lotte razziali in casa statunitense: è un’epoca di profonda divisione sociale, in cui il “gap generazionale” vede i genitori separati dai propri figli. Tale contesto, tuttavia, non impedisce a mezzo milione di giovani di emanciparsi dal peso che questi conflitti riversano sulle loro spalle e di cercare di ritornare a uno stato d’animo diverso, ricreando un Eden primordiale e liberando i propri spiriti. Attratti dalla più maestosa scaletta di talenti musicali e popolari mai presentatisi in una sola città, questi giovani si ritrovarono ammassati in un campo incolto per far fronte a un weekend all’insegna di un clima inclemente e della mancanza di impianti alimentari, acqua, riparo, vestiti asciutti e servizi igienici, insomma, della maggior parte delle necessità basilari per la vita quotidiana.

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Nonostante tutte queste difficoltà, per tre giorni questi ragazzi furono in grado di convivere in uno stato di totale amore e armonia, nelle condivisione reciproca delle limitate risorse che avevano a disposizione. Tutto ciò ha contribuito a rendere Woodstock uno degli eventi e dei luoghi simbolo di una parte di storia umana e i tutt’ora frequenti pellegrinaggi al sito del Festival da parte di nostalgici e appassionati, costituiscono un chiaro segnale di come sia ancora possibile avvertire le ripercussioni provocate da quella che, a tutti gli effetti, viene elevata a esperienza cerimoniale di massa.

Per incominciare la nostra storia, occorre, quindi, fare un passo indietro nel tempo.
Erano quasi le 6 del mattino di domenica 17 agosto e gli Who stavano concludendo la maratona notturna: dopo aver fatto sorgere il sole sulle note di “See me, Feel me”, la band chiude la propria esibizione con “Naked Eye” e con Pete Townshend che sbatte più volte la chitarra sul palco e poi la getta al pubblico. Sembra che nulla possa superare una performance di tale portata e nessuno vorrebbe trovarsi al posto degli artisti che avrebbero dovuto esibirsi dopo quei 65 minuti di puro rock’n’roll. Secondo la scaletta i predestinati a quel difficile compito dovevano essere i Jefferson Airplane.

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Sono ormai le 8 del mattino e sul palco sale una ragazza. E’ alta, bellissima, con due occhi verdi come il mare: si chiama Grace, Grace Slick, ed è la frontwoman dei Jefferson Airplane. Grace Slick sa cosa la aspetta e perciò decide di introdurre la band con queste parole: “D’accordo amici, voi avete visto dei grandi gruppi, ma ora voi ascolterete un po’ di maniac music mattutina, credetemi, yeah… E’ la nuova alba!”. E fu così che l’aeroplano Jefferson iniziò a volare con “The other side of life”, realizzando quella che è definita la miglior performance vocale di tutto Woodstock.

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Formazione dai mutevoli nomi e dalla musica camaleontica, i Jefferson Airplane furono fra i più grandi rappresentanti della quintessenza dell’acid-blues dell’America degli anni ’60 e divennero un indiscusso punto di riferimento per il movimento hippie nato a Haight Ashbury.

La loro musica è surrelista come un cuscino” ebbe da dire Jerry Garcia, suggerendo così il titolo di quello che probabilmente è l’album più rappresentativo dei Jefferson Airplane. ‘Surrealistic Pillow’, infatti, segna una importante maturazione nel suono e nella composizione delle canzoni: la chitarra di Kaukonen è più acida, il basso di Casady è possente e regge alla perfezione il ritmo combinandosi con la batteria di Dryden, mentre gli intrecci vocali sono impreziositi dall’apporto dell’inconfondibile e suadente voce della giovane Grace Slick.

Grace, tuttavia, non è solo una cantante, ma è un’artista a tutto tondo: forte e carismatica, è anche compositrice e regala alla band un contributo cantautorale notevole, creando fra i pezzi più conosciuti e apprezzati dei Jefferson Airplane. Fra questi il suo capolavoro indiscusso è la celeberrima “White Rabbit”.

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Il “Coniglio Bianco” inizia con un accattivante e ipnotico giro di basso, accompagnato da una batteria quasi da marcia militare, e si conclude in un vortice allucinogeno, che porta la mente ad avvitarsi all’interno del cranio e il sangue a bruciare nelle vene. L’arco psichedelico che descrive questa canzone è innegabile, degno del genere definitivo che apparterà ai Pink Floyd, ai Beatles del ’67, al rock satanico e maestoso degli Stones e ad altre pietre miliari della musica.

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White Rabbit” si presenta come un tributo all’Alice e al mondo onirico di Lewis Carroll, utilizzato come espediente letterario per identificare la dipendenza da un farmaco, da una droga allucinogena o da una qualsiasi altra sostanza in grado di dare assuefazione e trip psichedelici. Interpretata da alcuni come la descrizione della dipendenza da LSD di Grace Slick, è per altri una canzone denuncia volta ad avvertire i pericoli dell’uso di droghe, una schiavitù che toglie qualsiasi possibilità di consapevolezza e libero arbitrio.

Negli anni in cui “White Rabbit” venne alla luce, la maggior parte dei testi delle canzoni venivano censurati durante il loro passaggio in radio a causa delle severe linee guida che i cantautori dovevano seguire, fra cui quella di non fare nessuna menzione all’abuso o agli effetti di alcol e droghe. Affinché i propri testi non venissero deturpati, i compositori decisero quindi di utilizzare l’espediente di metafore e allegorie, volte a far trapelare un messaggio ben preciso senza il rischio di essere inquisite e, successivamente, eliminate. Nel caso di “White Rabbit” l’opera di Lewis Carroll era l’ideale per rappresentare le intenzioni di Grace Slick.

Alice, che può essere intesa sia come sostanza allucinogena che come fruitrice di essa, si trova in una situazione difficile, quella di una dipendenza; l’ascoltatore, a cui la canzone si rivolge direttamente, viene assimilato come un individuo che potenzialmente rischia di seguire un percorso analogo e di conseguenza perdersi lungo il cammino.

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Molte sono le disquisizioni sulla natura della “pillola che ti fa diventare più grande” e quella che, invece, “rimpicciolisce”: taluni identificano la prima con l’ecstasy o con qualche altra anfetamina, che gonfia l’ego e fornisce un senso di invincibilità, mentre la seconda per molti è senza dubbio LSD, droga da cui Grace Slick era dipendente e che, secondo alcuni, era proprio la sostanza assunta dalla cantante al momento della composizione della canzone, mentre contemporaneamente sul giradischi passava la musica di Miles Davis e il ‘Bolero’ di Ravel.

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Il verso che inneggia alla caccia al Bianconiglio viene interpretato come la ricerca da parte dell’ascoltatore di un rivenditore di sostanze stupefacenti, azione che tuttavia lo porta a cadere nella sua tana, ovvero nell’oblio della dipendenza; ma niente paura: si potrà sempre dire che il vostro mandante è stato un Brucaliffo con il narghilè!

E poi arriva il finale, l’apoteosi della psichedelia, la parte più enigmatica; quando si raggiunge l’overdose, le proporzioni decadono ed è troppo tardi per la logica, troppo tardi per fermare il trip; allora il Bianco Cavaliere principierà a parlare al contrario e la Regina di Cuori impazzirà e inizierà a tagliare teste. In quel momento, all’apice dell’esperienza allucinogena, per salvarti dovrai ricordare le parole del ghiro, ovvero “Feed your head”: nutri la tua testa, alimenta la tua mente.
L’ultimo celeberrimo verso della canzone è stato, comprensibilmente, oggetto delle più disparate interpretazioni: c’è chi lo vede come il monito definitivo, l’imperativo a non perdere la lucidità e a ritrovare la retta via; altri l’hanno inteso come l’esplicazione del convincimento dell’epoca per cui la mente poteva alimentare la propria creatività attraverso gli acidi e che, in particolare, l’LSD avesse la capacità di aprire nuove prospettive e di rendere veramente liberi.

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Per descrivere un corretto panorama interpretativo della canzone, è d’obbligo, inoltre, citare una differente chiave di lettura che va controcorrente rispetto alla precedente; i sostenitori di questa seconda parafrasi affermano che, in realtà, le vere intenzioni di Grace Slick nello scrivere “White Rabbit” non erano riferite alla droga, ma a comporre una descrizione allegorica della realtà che la sua generazione stava vivendo, dominata dai conflitti sociali e dalla guerra in Vietnam. Da questo punto di vista completamente alternativo la pillola che fa diventare più grandi sarebbe volta a simboleggiare l’avidità delle grandi aziende, mentre quella che rimpicciolisce il coraggio delle piccole imprese e della vita semplice, fra le quali non vi è via di mezzo o una soluzione semplice.

Alice, dal canto suo, sarebbe l’archetipo del bambino intrappolato nel mondo degli adulti, nel quale si sente fuori posto e dal quale vorrebbe fuggire, elevandosi al grado di individuo libero e indipendente rispetto ai meccanismi intimidatori che governano la società. La quartina finale, anche in questo caso, rappresenta il punto di non ritorno: il Cavaliere Bianco e la Regina che perde la testa raffigurano la rottura della macchina militare e politica, da cui deriva il caos; è compito quindi di ognuno di noi di “nutrire la nostra testa”, ovvero di pensare e agire in base alla propria coscienza, di imparare, vedere e sperimentare il più possibile, di puntare il dito contro chi ci incatena e ci mortifica e di aprire, finalmente, la nostra mente per ammirare le meraviglie senza confronti che popolano il nostro piccolo “giardino” personale.

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Comments
One Response to “StreetParade #3 • ‘White Rabbit’ dei Jefferson Airplane”
  1. doraforino ha detto:

    Grace, Slick , non è solo una cantante, ma è un’artista a tutto tondo: forte e carismatica, è anche compositrice ….
    Dora

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