`Lo Hobbit` du John R. R. Tolkien • An Unexpected Journey

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Conosciamo tutti la storia.
C’era una volta un distinto uomo inglese, insolitamente talentuoso e un po’ ossessivo, che un bel giorno decise di creare un nuovo tipo di romanzo: un fantasy epico dal sapore medievale con protagonisti una serie di bizzarri personaggi impegnati in un lungo viaggio attraverso lande sconfinate e paesaggi molto inglesi; un tour de force apparentemente interminabile ma che, alla fine, li avrebbe riportati sempre a casa.

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La strada per la Terra di Mezzo iniziò ad essere tracciata nel tardo 1890, quando un John Ronald Reuel Tolkien di sette anni venne completamente rapito dalla leggenda nordica di Sigfrido che uccide il drago Fafnir. Il piccolo Tolkien ne rimase tanto profondamente colpito da decidere di scrivere una propria storia con protagonista un avido drago a guardia di un tesoro;  purtroppo per noi, questo prezioso gioiello di creatività fanciullesca è andato disperso fra i meandri della Storia.
Un altro piccolo seme che costituirà una delle basi fondamentali della mitologia tolkieniana proverrà da ‘Macbeth’. Per il Tolkien ragazzo era un vero inganno che la profezia delle streghe sulla foresta di Birnam venisse soddisfatta da un manipolo di noiosi soldati che, marciando verso il castello di Dunsinane, trasportassero qualche ramo. “Volevo mettere a punto un realtà in cui gli alberi avrebbero davvero potuto marciare verso la guerra”, dichiarerà Tolkien; il ché, più di mezzo secolo dopo, è quello che gli Ent de ‘Il Signore degli Anelli’ effettivamente faranno.

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In una lettera del 1955, Tolkien ricorda come iniziò a lavorare a ‘Lo Hobbit’ un giorno all’inizio del 1930, mentre stava firmando alcuni diplomi scolastici. Trovò davanti a sé una pagina vuota e, improvvisamente ispirato, scrisse le parole: «In un buco nella terra viveva uno hobbit». Alla fine del 1932 la storia de ‘Lo Hobbit’ era completa e il manoscritto iniziò a essere letto e apprezzato da diversi amici di Tolkien, fra cui C.S. Lewis e una studentessa di nome Elaine Griffiths.
Nel 1936, quando Susan Dagnall, appartenente allo staff della casa editrice George Allen & Unwin, incontrò Elaine, le venne dato in regalo proprio ‘Lo Hobbit’, di cui ne rimase folgorata. Susan Dagnall, a sua volta, prestò il libro allo stesso Stanley Unwin, che chiese al figlio Rayner di 10 anni di leggerlo e di dirgli cosa ne pensasse. I commenti entusiasti del giovane Rayner, convinsero definitivamente Allen & Unwin a pubblicare il libro di Tolkien.

La prima pubblicazione avvenne nell’ottobre del 1937. ‘Lo Hobbit’ fu accolto da recensioni favorevoli quasi all’unanimità, sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, tra cui quella del ‘Times’ e del ‘New York Post’. Era l’inizio di una sfolgorante carriera letteraria che avrebbe portato Tolkien in cima all’olimpo dell’universo fantasy.

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La trama de ‘Lo Hobbit,  in realtà, è abbastanza semplice. Protagonista è Bilbo Baggins, un hobbit appunto, chiamato ad accompagnare 13 nani in una sensazionale avventura, che lo porterà dalla sua amata Contea fino alla Montagna Solitaria, attraverso le Terre Selvagge, le Montagne Nebbiose e Bosco Atro. Lì Bilbo potrà svolgere il lavoro per cui è stato assoldato, ovvero quello di scassinatore, scoprendo l’ingresso alla Montagna in modo che i suoi compagni nani possano incontrare e sconfiggere il drago Smaug, colpevole di aver rubato il loro tesoro e di aver distrutto il loro regno molti anni prima. Nel complesso la trama de ‘Lo Hobbit’ potrebbe sembrare insignificante ad alcuni lettori odierni, semplicemente perché sono decine le repliche che sono state concepite dopo la sua pubblicazione. Tuttavia, anche se si ritiene di aver già letto abbastanza storie del genere, vale assolutamente la pena di dare un’occhiata alla versione tolkieniana.

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Non possiamo perdere di vista l’idea che ‘Lo Hobbit’ fu inizialmente concepito come una storia per bambini, la naturale evoluzione dei racconti che Tolkien narrava a suo figlio prima di dormire. ‘Lo Hobbit’ è un lavoro molto più semplice rispetto a ‘Il Signore degli Anelli’ e sembra essere stato scritto apposta per essere letto ad alta voce da un adulto a un bambino. Tuttavia, Tolkien riserva materiale un po’ per tutti: per gli adulti ci sono elementi che stimolano alla riflessione, mentre per il fanciullo c’è una magnifica avventura provvista di morale, con una forte qualità allegorica. Per un adulto che legge di Smaug e dell’alleanza di Nani, Elfi e Uomini nella battaglia finale, è chiaro come leggenda, tradizione e storia arrivino a mescolarsi, mentre per un lettore dagli 8 ai 12 anni ‘Lo Hobbit’ è semplicemente una narrazione magnifica, piena di suspense e condita da un umorismo pacato e irresistibile.

Il narratore è onnisciente e il protagonista è un personaggio a cui i bambini possono far facilmente riferimento, date, ad esempio, le sue piccole dimensioni, la sua ossessione per il cibo e la moralità decisamente ambigua. ‘Lo Hobbit’, inoltre, sottolinea apertamente il progresso narrativo e al suo interno vengono fatte distinzioni molto chiare fra ciò che è “sicuro” da ciò che è “pericoloso”, cosa è “vicino” e cosa è “lontano”, una struttura tipica del romanzo di formazione.

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La prosa di Tolkien è semplice e senza pretese e prende come assodata l’esistenza della Terra di Mezzo, descrivendola in tutti i suoi minimi dettegli. Il nuovo e l’elemento fantastico vengono introdotti nella narrazione in maniera quasi casuale, fatto che contribuisce ad avvolgere e integrare maggiormente il lettore nel mondo fittizio descritto, piuttosto che tentare di convincerlo in maniera sensazionalistica della sua realtà. Sebbene il linguaggio di Tolkien sia genuino e amichevole, ogni personaggio ha una propria voce unica, che evidenzia la sua psicologia e dona ogni volta un ritmo diverso alla storia; persino il narratore ha il proprio stile linguistico, completamente separato da quello dei personaggi principali.

Il tema basilare di tutta la storia è quello della ricerca, che si sviluppa in una serie di episodi che si susseguono senza sosta fino alla conclusione, che tira le file di tutta la narrazione. Per la maggior parte del libro, ogni capitolo presenta un diverso abitante delle Terre Selvagge che Bilbo e i suoi compagni si troveranno a incontrare, taluni cordiali e disponibili, altri estremamente minacciosi e pericolosi. Tuttavia, il tono generale è mantenuto sempre in una dimensione molto leggera e assolutamente piacevole, essendo intervallato sovente da trascrizioni di canti e da elementi di vero umorismo inglese.

Un esempio dell’uso della canzone per stemperare la tensione e mantenere un’atmosfera nonostante tutto sognante, è quando il capo dei nani Thorin e i suoi compagni vengono rapiti dagli orchi delle montagne che, mentre marciano verso il loro regno sotterraneo, cantano:

Afferra! Azzanna! Voragine nera!
Acciuffa, sbatti! Pizzica, agguanta!
E giù degli orchi nel tetro palazzo
tu finirai, ragazzo!

Questo canto, in inglese dal suono quasi onomatopeico, arricchisce una scena potenzialmente pericolosa e angosciante con puro senso dell’umorismo; questa è un’operazione più volte compiuta da Tolkien, nel momento in cui sceglie, ad esempio, un accento cockney per la parlata degli orchi o enfatizza l’ebrezza alcolica di un carceriere elfico.

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In tutti i personaggi de ‘Lo Hobbit’ possiamo vedere una caricatura delle varie sfaccettature dell’essere umano tanto da renderli, in alcuni casi, addirittura grotteschi.

Il primo personaggio che incontriamo è il piccolo Bilbo Baggins, che, come ogni hobbit che si rispetti, ama la vita agiata e tranquilla ed è avverso a qualsivoglia avventura (che ti fa arrivare in ritardo a cena, dopotutto); tuttavia, segretamente nutre una vera e propria attrazione per le mappe e le storie di draghi e principesse (specialmente se raccontate dopo un’ottima cena), che rompono la monotonia della sua calma e prevedibile esistenza quotidiana. Bilbo è un personaggio meravigliosamente genuino, che inizialmente conosciamo ancora immerso nella propria innocente dimensione in miniatura. L’amore per le cose semplici di Bilbo è in grado di evocare la parte hobbit che è custodita in ognuno di noi. Con questo non voglio intendere un paio di piedi coriacei ricoperti da una peluria castana, ma quel lato di noi che desidera un tempo più semplice in cui vivere, dove è necessario unicamente prendersi cura del nostro mondo personale, lo stesso istinto che ci aiuta a scomparire velocemente e in silenzio quando qualche difficoltà si affaccia alla nostra porta.

Naturalmente, questo non è il modo in cui stanno le cose nel mondo reale e non è neppure il modo in cui le cose funzionano nella Terra di Mezzo. ‘Lo Hobbit’, quindi, non è altro che il racconto di come Bilbo si troverà improvvisamente catapultato in una realtà selvaggia e ostile, che però gli permetterà di auto-realizzarsi e di scoprire un qualcosa in se stesso che non sapeva di avere, portando a compimento il proprio Hero Quest, il viaggio dell’eroe.

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Quanto più Bilbo e il lettore si addentreranno nella narrazione e nella Terra di Mezzo, tanto più la difficoltà e la rischiosità delle sfide che si presenteranno aumenterà esponenzialmente. Si inizia, infatti, con un fallito tentativo di furto di Bilbo nei confronti di tre stupidi troll, fino al termine, quando il nostro piccolo eroe dovrà trovare il coraggio per affrontare da solo il temibile drago Smaug, nel profondo della sua tana.
Ovviamente, Bilbo non sarà solo in questo viaggio, ma verrà aiutato da Gandalf, dai Nani, dagli Elfi di Gran Burrone, da qualche aquila gigante e da un incontro fatale presso le oscure radici delle Montagne Nebbiose. Tuttavia, la storia dimostra che nessuna di tali assistenze sarebbe stata efficace se Bilbo non avesse avuto già un qualcosa dentro di sé – una piccola predisposizione all’avventura – che gli permetterà di compiere sempre le scelte giuste nel suo percorso di ricerca.

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Per quanto riguarda l’incontro fondamentale che Bilbo avrà nel profondo delle Montagne Nebbiose, questo costituirà l’allegoria principale di tutto il romanzo. In primo luogo, il cammino nelle viscere della montagna simboleggia la discesa agli inferi, ovvero i luoghi più oscuri e inaccessibili del nostro Io; senza affrontare questo difficile percorso, nessuno sarebbe in grado di scoprire la propria vera essenza e la ricerca sarebbe quindi vana. All’interno delle oscurità della montagna, Bilbo sarà poi in grado di dimostrare coraggiosamente il proprio valore e per questo verrà ricompensato con la scoperta di un misterioso anello. Tuttavia, prima di poter rivendicare questo tesoro come suo, dovrà superare la prova più difficile: affrontare l’ombra di se stesso. Quest’ombra verrà perfettamente rappresentata dal miserabile Gollum, elemento chiave di tutta la vicenda.

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Gollum un tempo era una creatura simile a un hobbit, ma quando incontra Bilbo è ormai un essere degenerato sia moralmente che fisicamente, una piccola e viscida creatura scheletrica, con lunghi piedi palmati e grandi occhi luminosi, che trascorre la propria esistenza nell’oscurità di un lago sotterraneo, aspettando il momento giusto per nutrirsi di qualche orco sprovveduto. L’unico motivo di gioia per Gollum è un anello magico, conquistato molti anni prima, che ha la capacità di renderlo invisibile. Il sentimento provato verso l’anello è paragonabile a una vera propria ossessione, tanto che Gollum arriverà a chiamarlo “il mio tesoro”, lo stesso appellativo che userà anche per se stesso. Degenerato, schizofrenico e subdolo, Gollum viene tuttavia descritto da Tolkien anche come una creatura completamente sola e pietosa, in grado di piangere lacrime amare per la perdita del suo unico tesoro prezioso.
Il confronto fra Bilbo e Gollum sarà molto importante sia per le implicazioni che avrà nell’avventura, sia perché costituirà il fondamento della saga de ‘Il Signore degli Anelli’. Tuttavia, ancora più importante, sarà la consapevolezza che Bilbo dovrà affrontare rispetto a quello che potrebbe diventare se dovesse essere consumato dal male; infatti, subito dopo aver conquistato l’anello, perderà la propria innocenza. Bilbo dovrà combattere con il lato oscuro presente dentro di sé e, soprattutto, dovrà riuscire a sconfiggerlo, sconfitta che si materializzerà nel momento in cui avrà l’occasione di uccidere Gollum, ma la pietà nei confronti della meschina creatura avrà il sopravvento sull’ombra di un atto profondamente malvagio.

Come al termine di ogni Hero Quest che si rispetti, Bilbo dovrà poi compiere il viaggio di ritorno verso la propria casa, dove potrà finalmente beneficiare della trasformazione avvenuta. Gandalf stesso, prima di giungere alla Contea, gli dirà: «Mio caro Bilbo! C’è qualcosa che non va! Non sei più lo hobbit di un tempo!».

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La chiamata a Bilbo all’avventura avverrà, appunto, grazie a un altro archetipo classico, quello del vecchio saggio, incarnato dalla figura dello stregone Gandalf. Anche se Gandalf diverrà un personaggio centrale ne ‘Il Signore degli Anelli’, la sua presenza ne ‘Lo Hobbit’ non è neanche lontanamente in primo piano. Tuttavia, Gandalf svolge anche in questo caso un ruolo fondamentale, non tanto nel corso del viaggio geografico dove abbandonerà la compagnia a metà strada, ma come guida, colui che porterà Bilbo a raggiungere il suo pieno potenziale.

Gandalf ne ‘Lo Hobbit’ viene già accuratamente descritto da Tolkien, che evidenzierà tutte le caratteristiche che ritroveremo poi nella trilogia dell’Anello: saggezza, astuzia, coraggio, potenza, ma anche un atteggiamento talvolta infantile, come quando si dimostrerà imbronciato e scontroso durante il temporale sulle montagne o contrariato dal fatto che Elrond sarà il primo a trovare e decifrare le rune segrete sulla mappa dei nani. Così come il drago Fafnir stuzzicò la giovane immaginazione di Tolkien, anche Gandalf riuscirà nel suo intento, intrigando Bilbo nei racconti di un mondo pericoloso e remoto e scegliendolo come quattordicesimo membro della spedizione dei nani.

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Altro personaggio de ‘Lo Hobbit’ degno di nota è Thorin, il capo dei nani e il nipote di Thror, l’ultimo re della Montagna Solitaria, di cui vuole reclamare titolo e trono. Il più caratterizzato dei 13 nani, Thorin dimostra sia le debolezze che i grandi punti di forza della sua razza: è infatti in grado di essere meschino, egoista e pomposo in certi casi, tanto quanto di dimostrarsi eroico e maestoso in altri. Molti critici sono d’accordo nel ritenerlo un personaggio ambiguo, dotato, per questo, di un certo fascino; ciò che spinge inizialmente Thorin ad agire è l’avidità e il desiderio di vendetta, ma quando giungerà alla fine del suo cammino, inizierà a percepire uno scopo più alto nella missione che ha intrapreso. Di fronte al proprio tesoro, che pur gli aspetta di diritto, Thorin soccomberà alla principale debolezza della propria razza, la possessività, ma sarà anche in grado di redimere se stesso dimostrando tutto il proprio indomito valore.

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Il superamento dell’avidità e dell’egoismo, infatti, sarà la morale centrale della storia, un tema che ricorrerà più volte nella narrazione, dal semplice desiderio di buon cibo da parte dei personaggi (sia i troll che vogliono mangiare i nani, ma anche Bilbo stesso che desidera una buona cena più di ogni altra cosa) fino allo sfrenato desiderio per l’oro e per i gioielli. La brama per l’Arkengemma, il cimelio più prezioso del tesoro dei nani, metterà a dura prova la solidità morale di Thorin, così come il possesso dell’anello aveva reso maschino e degenerato Gollum. La redenzione per ogni personaggio avverrà nel momento in cui l’ostacolo rappresentato dalla propria brama e dal proprio egoismo verrà superato con un gesto di deliberata generosità e altruismo.

La crescita personale e le varie forme di eroismo saranno i temi centrali della narrazione, a cui va riconosciuto un ulteriore valore aggiunto nell’allegoria che alcuni critici hanno individuato con le vicende vissute da Tolkien nella Prima Guerra Mondiale; un giovane e inesperto protagonista, Bilbo, viene infatti strappato dalla sua casa di campagna e gettato nel bel mezzo di una lontana guerra che raggiungerà proporzioni enormi e coinvolgerà più popoli di stirpi diverse.

Tolkien smentì questa ipotesi, affermando che i suoi romanzi non sono scritti né per uso topico né per uno parabolico, ma risulta difficile accettare appieno la sua dichiarazione dati gli infiniti parallelismi con la storia che Tolkien stesso si era ritrovato a vivere.
Lo Hobbit’ fu pubblicato per la prima volta nel 1937, epoca in cui Hitler aveva già preso il potere in Germania e progettava di invadere l’Austria e la Cecoslovacchia, mentre l’occupazione della Renania si era già verificata. La rivoluzione spagnola era in pieno svolgimento e Mussolini aveva invaso l’Etiopia. La futura guerra a molti sembrava inevitabile in quell’estate del 1937.

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E’ difficile immaginare che Tolkien restasse totalmente ignaro di ciò che stava succedendo nell’Europa sua epoca e che non trasponesse nulla nei suoi scritti. Molti ipotizzano come questo sia stato intempestivo a livello conscio, ma inevitabile a livello del subconscio, infatti numerosissimi sono gli elementi che ne ‘Lo Hobbit’ possono essere identificati con la situazione europea a metà degli anni ’30.

Gli orchi, rappresentanti il male per eccellenza, vivono in un regno di ingranaggi e ruote, e sono facilmente confrontabili con lo stereotipo dei nazisti tecnologici, maghi amorali della meccanica e dell’industria pesante. I pacifisti, nel libro incarnati dagli hobbit della Contea, preferiscono ignorare totalmente la minaccia crescente, piuttosto che prepararsi ad affrontarla e prendersi una parte della responsabilità di quanto accade. Razza e patrimonio sono uno dei principali fattori che introducono i vari personaggi nella storia e, come il popolo del Lago, i Nani e gli Elfi dovranno mettere da parte la propria avidità e differenza razziale per affrontare il nemico comune, così anche le nazioni dell’Europa saranno costrette a mettere da parte gli interessi individuali per far fronte alla crescente minaccia delle dittature fasciste.

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Definire completamente il mondo de ‘Lo Hobbit’ è, ovviamente, impossibile. Non si può prevedere cosa si potrà trovare addentrandosi nella Terra di Mezzo, così come non si potrà dimenticarla una volta che la si lascerà. Nessuna ricetta per una storia di bambini potrà descrivere altre creature così radicate alla loro terra come quelle del professor Tolkien e cosa sono disposte a fare per preservarla.  Anche se appare tutto meraviglioso, non vi nulla di arbitrario: tutti gli abitanti delle Terre Selvagge sembrano avere lo stesso insindacabile diritto di difendere la propria esistenza, così come quelle del nostro mondo, anche se il lettore che le incontrerà non avrà alcuna nozione delle fonti profonde del loro sangue e della tradizione da cui derivano.

Lo Hobbit’, alla fine, può essere considerato un libro per bambini nel senso che la prima di molte letture potrà essere intrapresa nella propria cameretta, sotto le coperte e con la torcia, ma tenendo conto del fatto che il suo valore letterario non si esaurirà certo così. Come ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’ viene letto gravemente dai bambini e con il sorriso sulle labbra dagli adulti, ‘Lo Hobbit’, al contrario, sarà più divertente per i giovani lettori, che solo quando saranno un po’ più grandi potranno apprezzare l’abilità e il bagaglio di studi che hanno contribuito a realizzare un’opera matura e cordiale allo stesso tempo e, a suo modo, così incredibilmente vera.

L’affermazione è pericolosa, ma io non ho paura a farla: ‘Lo Hobbit’ è un vero e proprio classico, che non può e non deve mancare nella libreria e nella memoria letteraria di ogni lettore che si rispetti.

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Comments
9 Responses to “`Lo Hobbit` du John R. R. Tolkien • An Unexpected Journey”
  1. RigelGrace ha detto:

    Credits:
    • IMAGE 1: ‘The Last Stage’ by Alan Lee©
    • IMAGE 3: ‘An Unexpected Party’ by Alan Lee©
    • IMAGE 4: ‘Roast Mutton’ by Alan Lee©
    • IMAGE 5: ‘A Short Rest’ by Alan Lee©
    • IMAGE 9: ‘Riddles in the Dark’ by Alan Lee©
    • IMAGE 13: ‘The Clouds Burst’ by Alan Lee©
    • IMAGE 14: ‘Inside Information’ by Alan Lee©

  2. Tale's Teller ha detto:

    Anche se ormai sono passati più di vent’anni, ricordo la prima volta in cui l’ho letto. Arrivato all’ultima pagina non ho resistito alla tentazione ed ho ricominciato dalla prima…

    • RigelGrace ha detto:

      Capisco bene la sensazione (: Poche volte ho provato una tale nostalgia per un libro e per un luogo come nei confronti del Signore degli Anelli/Lo Hobbit e la Terra di Mezzo. Tolkien è assolutamente prodigioso sotto questo aspetto!

      • Tale's Teller ha detto:

        Effettivamente anche il Signore degli Anelli mi ha fatto lo stesso effetto. Credo sia dipeso molto anche dall’età… avevo dodici o tredici anni se non ricordo male.

        • RigelGrace ha detto:

          Io lessi (o, meglio, DIVORAI) ‘Il Signore degli Anelli’ a 15 anni, nei 10 giorni di una vacanza in montagna. Ero così autolesionista che mi portavo il tomo in giro nello zaino per tutte le mie scarpinate, ma non riuscivo letteralmente a staccarmene. A 19 anni ho letto ‘Lo Hobbit’ e, più o meno, mi ha fatto lo stesso effetto. Sarà che sono un’eterna bambina, ma Tolkien riesce sempre a incantarmi. Per il mio 20esimo compleanno, gli amici mi hanno regalato ‘Il Silmarillion’… prevedo nuove notti insonni e una discreta dose di sogni ad occhi chiusi e aperti! :D

  3. andrebaggins ha detto:

    FINALMENTE! Un articolo che rende giustizia a questa straordinaria opera!! Complimenti!!! Non vedo l’ora di leggere altri articoli “tolkieniani” da pare tua :P

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