`Léon` di Luc Besson • L’amour ou la mort

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Ci sono momenti, immagini, frammenti di vita che non vorremmo mai avere impressi nella nostra memoria. Come il flash di nostro padre che ci tira uno schiaffo, il rumore di uno sparo, le lacrime della persona a cui diciamo addio e la dissolvenza in bianco della morte. Ciò che resta è la consapevolezza di una vita intera vissuta in pochi mesi e, sulle labbra, il sapore amaro di una vendetta finalmente consumata ma che ci accompagna come una magra consolazione. ‘Léon’ è un film che è in grado di regalarci tutto questo, in 136 minuti di pura poesia.

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Léon’ non si può e non si deve catalogare, è un’opera d’arte al quale lo spettatore assiste completamente ammaliato, rapito, con gli stessi occhi con cui Léon (Jean Reno),  il protagonista, vede per la prima volta la piccola Mathilda, la dodicenne della porta accanto, con la velata impressione di avere a che fare con qualcosa di raro e preziosissimo. ‘Léon’ è in grado di introdurci nel suo mondo con delicatezza, per poi aprirsi nella sua poetica bellezza, in un percorso tortuoso e mai banale, fino a un finale che ha il retrogusto del sublime.

L’ossimoro alla base di ‘Léon’ è molto forte: è quello della dolcezza platonica di una storia d’amore fra una ragazzina di dodici anni e un “ragazzino” di quaranta, è quello della consapevolezza che la poesia finirà sempre, prima o poi, a cozzare con la concretezza del mondo reale. Tutto questo si può leggere negli occhi immensi e luminosi di Mathilda, nei quali non smette mai di brillare la speranza; ma anche in quelli ardenti e lucidi di follia di Stanfield. Oppure in quelli profondi, imperscrutabili, ma tremendamente malinconici del dolcissimo sicario Léon.

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Léon è un antieroe.
Immigrato italiano di età non precisata e di origine non identificata, è un personaggio quasi senza passato e, specularmente, senza un futuro. Ogni giorno, dopo aver “fatto le pulizie”, come lui definisce il suo lavoro di killer, Léon torna nella sua abitazione sulla 97ma strada di Manhattan, squallida e incolore, chiude tende e finestre, beve un bicchiere di latte freddo –la sua unica fonte di nutrimento- e si dedica alla cura della sua migliore amica: una piantina. La sua compagna vegetale è uno dei pochi esseri viventi con cui Léon ha quotidianamente a che fare: la innaffia, lucida le foglie e la fa riposare sul davanzale, alla luce del sole mattutino. Léon ama la sua pianta, perché è esattamente come lui: senza radici.

Per il resto Léon non possiede quasi nulla, nemmeno una cultura alfabeta. Gli unici oggetti che scarrozza sempre con sé sono il suo arsenale di armi di ogni genere, un cappellino a zuccotto grigio che lo protegge, secondo lui, dal raffreddore, e due occhiali da sole neri alla John Lennon, di cui non si priva nemmeno per “dormire”. Léon cammina di corsa, come se fosse sempre in ritardo per raggiungere qualche posto, anche se spesso del suo tempo non sa cosa farne, e da anni non riposa su un letto, ma esclusivamente su una poltrona con la pistola sempre rigorosamente in mano.

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La vita di Léon come sicario è iniziata svariati anni prima, appena arrivato in America, quando raggiunse ad appena 19 anni suo padre, anch’egli killer di professione, nella Little Italy di New York. Da quel momento Tony, ristoratore e suo datore di lavoro, è diventato la sua famiglia, il suo mentore e la sua “banca personale”.

Léon è innegabilmente un assassino, ma vi è una sorta di innata innocenza in lui. Non è aggressivo o vendicativo, esegue solo gli ordini che gli vengono comandati e, al termine, si siede davanti a Tony come un figlio un po’ colpevole, eternamente grato per averlo accolto e accudito molti anni prima.

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Tuttavia, il mondo esterno non lascia scampo a Léon e, improvvisamente, gli fornisce un motivo per interrompere la sua macabra routine fatta di cadaveri e omicidi su commissione: questo motivo, questa nuova energia avrà il viso malinconico di Mathilda, interpretata da una giovanissima Natalie Portman, già straordinariamente talentuosa.

Una Lolita con un lato oscuro piuttosto accentuato, Mathilda è costretta a vivere esperienze fuori portata alla sua età; ha visto troppo per essere solo una bambina, ma, nonostante questo, non riesce a superare la realtà infantile del suo corpo. Tuttavia, dentro a quel fisico minuto e delicato, Mathilda nasconde un anima che sta già invecchiando e una vocazione da femme fatale. C’è un senso di disperazione ineluttabile in Mathilda: è disperata nel suo tentativo di crescere in fretta a tutti i costi, è disperata quando cerca di essere accettata, quando pretende l’amore e l’affetto di cui ognuno ha diritto e, in questo carosello di passioni, la vediamo scivolare dalla vivacità innocente della sua età a una stremata apatia con facilità inquietante.

Mathilda, bistrattata e non capita da due genitori insensibili. Mathilda, che vorrebbe solo poter guardare i cartoni animati mentre fa colazione, al posto della sculettante sorella con l’ossessione di dimagrire. Mathilda, che si innamora di un killer prezzolato che le apre le porte della salvezza. Mathilda, che non è altro che una ragazzina di dodici anni.
Mathilda, nata apposta per cambiare la vita di Léon.

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La bambina triste e il sicario abitano a soli pochi metri di distanza, nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo. Léon di lei vede solo una ragazzina con i capelli a caschetto alla Louise Brooks, con troppi lividi sul corpo a causa delle botte del padre, la sigaretta fra le dita e lo sguardo smaliziato. Mathilda di lui vede solo un uomo malinconico e allampanato, che cammina in fretta, con gli occhi bassi, e che ha una strana difficoltà a dialogare con le altre persone.

Sono le 12:00 di un anonimo giorno come gli altri, quando un gruppo di uomini, guidati da un elegantissimo psicopatico, irrompono nell’appartamento di Mathilda. Léon non vede molto dallo spioncino della sua porta, ma sente solo spari, poi grida, e ancora spari e spari e, infine, il silenzio. All’improvviso Mathilda, appena tornata dal supermercato, suona alla sua porta, le lacrime agli occhi e una busta della spesa in mano, alla ricerca di un riparo sicuro che la salvi dall’inferno toccato ai suoi genitori, alla sorella e al fratellino di soli 4 anni. Quando ormai sembra troppo tardi, Léon decide di aprire la porta e la luce avvolge Mathilda, finalmente salva.

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Da questo momento le vite di Léon e Mathilda si intrecciano. I giorni passano velocemente e Mathilda acquisisce inaspettatamente le abitudini del suo nuovo salvatore, occhiali tondi e zuccotto grigio compresi, bevendo gran bicchieri di latte e facendo gli addominali ogni mattina. Mathilda è affascinata da Léon: vuole fare quello che fa lui, vuole essere come lui. Riesce a convincerlo, in maniera assolutamente adorabile, a insegnarle come “fare le pulizie”, iniziandola alle regole e agli strumenti del killer professionista.

La tristezza per la perdita della propria famiglia lascia quindi posto a un sentimento del tutto diverso: l’Amore. Un Amore che potrebbe a primo impatto scandalizzare, quello di una bambina per un uomo adulto, l’Amore per un sicario che uccide a sangue freddo per soldi. Ma quello di Mathilda e Léon è un Amore purissimo, platonico, fatto dall’ingenuità di una bambina che fuma di nascosto sulle scale e quella di un altro “bambino”, un uomo che dismessa la maschera del killer diventa una creatura buona, sola e ghiotta di latte.

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Il rapporto fra Léon e Mathilda è l’incontro fra due destini simbiotici che pulsano in risonanza, che condividono complicità e convenzioni, senza la prigione di nessuna regola. Sono due entità energetiche, che si intrecciano in una relazione fatta di Amore assoluto, in continuo scambio reciproco: dove c’è fragilità si materializzano forza e determinazione, dove c’è un assassino c’è anche l’uomo pronto a sacrificarsi per ciò che ha di più prezioso.  Mathilda e Léon sono legati fra loro in profondità dal dolore accumulato, dall’indifferenza di un mondo che fin dall’infanzia li ha costretti ai margini.

Tuttavia, questo idillio non è destinato a durare per sempre, perché c’è ancora un’ombra che oscura le loro esistenze; il desiderio di vendetta di Mathilda verso quell’uomo che ha permesso che il suo fratellino, l’unica persona ad averle voluto bene prima di Léon, morisse, è incrollabile e indistruttibile e porterà alla degenerazione di tutti gli eventi.

E’ così che nella vita di Léon e Mathilda torna a inserirsi la sinuosa e psichedelica figura di Stanfield (Gary Oldman), colui che ha ordinato e guidato lo sterminio della famiglia di Mathilda, un intrigante e folle villain apparentemente sempre sull’orlo di una crisi di nervi.

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Stan è un paradosso ambulante. Detective della DEA, il reparto antidroga della polizia, è tuttavia lui stesso drogato e corrotto, in perenne contatto con le peggiori cosche malavitose di New York per governare il traffico di eroina nella periferia, grazie anche all’ausilio dei suoi fedeli scagnozzi. Un sempre strepitoso Gary Oldman dà corpo, voce e essenza a un personaggio delirante e alienato, che prova una morbosa attrazione per il sangue e per uccidere solo chi è fortemente aggrappato alla vita, che spara e celebra i suoi assassinii al ritmo delle sonate di Beethoven, in quanto, secondo lui, Mozart è troppo “leggero” per quel genere di situazioni.

C’è qualcosa di estremamente inquietante in Stanfield, che risiede non solo nella sua dipendenza dai farmaci o nei suoi violenti sbalzi d’umore, ma anche e soprattutto nella consapevolezza che è l’incarnazione stessa di un sistema di governo corrotto che si rifiuta di rendere conto delle proprie azioni. Stan è imprevedibile, senza mezzi termini, totalmente allo sbaraglio ed è proprio la sua spietata imprevedibilità che impedisce al film di stabilirsi in una routine.

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Le vicende di Léon, Mathilda e Stan avranno una città come sfondo, New York per la precisione, dipinta da Luc Besson in maniera strepitosa, ricca di colore e di vivacità, nonostante tristemente consapevole della corruzione violenta e feroce che popola le sue strade. L’approccio di Besson alla capitale americana è molto europeo, ricco di fantasia romantica, fino a ritrovare una Parigi a Manhattan. Il film stesso arriva a concludersi con un ultimo sguardo a quella città grondante luce e sangue, ferita ma stupenda, il perfetto sfondo per questa nera favola moderna.

Null’altro si può dire su ‘Léon’ se non che è un film che colpisce. Colpisce per la sua storia crudele e contemporaneamente dolcissima, raccontata senza nessun filtro, tanto da risultare al limite del surreale. Colpisce per il ritmo, ora lento e moderato, che accompagna il lettore in una quotidianità così assurda ma così incredibilmente vicina, e ora frenetico, feroce, in scene d’azione che preghiamo finiscano il più presto possibile per tornare alla delicata dolcezza della vita con Léon e Mathilda.
Ciò che più colpisce, però, sono i personaggi, tutti caratterizzati alla perfezione, tutti volti a rappresentare qualcosa.

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Guardando oggi ‘Léon’ è facile dimenticare che 18 anni fa, al suo debutto, questo era un film piuttosto controverso, tanto che la versione europea, ritenuta troppo audace per il pubblico americano, fu accorciata tagliando diverse scene ritenute troppo scabrose, come quella in cui Mathilda minaccia di spararsi giocando alla Russian Roulette se Léon non avesse consentito ad insegnarle come essere un killer, oppure quella in cui sempre Mathilda chiede a Léon di diventare il suo amante.

Di certo l’impresa in cui Luc Besson si imbarcò nel 1994 non era semplice: lanciare una ragazzina dodicenne in un bagno di sangue non era certo una mossa che potesse andare molto d’accordo con una certa parte di pubblico. Tuttavia, tutto ciò viene sublimato da quello che in realtà rappresenta il ruolo di Mathilda, simbolo sia di innocenza che di vulnerabilità, le stesse caratteristiche che costituiranno il catalizzatore fondamentale per la redenzione di Léon.

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In tutto il film vi è una corrente sotterranea volta a far sentire lo spettatore a disagio: la famiglia della protagonista, compreso il bambino di 4 anni, vengono massacrati apparentemente senza ragione, un sicario la adotta e la educa ad uccidere, mentre lei gli insegna a leggere a scrivere. Léon è la stessa persona che le concede di guardare i cartoni dopo averle mostrato come pulire una pistola, quella che uccide senza pietà ma che gioca con lei, usando un guanto da forno a forma di maiale per farla divertire subito dopo che lei ha visto la sua famiglia sterminata. Le cose, procedendo con la narrazione, si faranno sempre più spigolose, in quanto vedremo la piccola Mathilda ubriacarsi a cena, dire a Léon di amarlo e vedere lui risponderle che non sarebbe il migliore amante del mondo. Detta così, questo film sembra davvero pericoloso e non solo a causa delle pallottole.

Besson accompagna lo spettatore sulle montagne russe, buttando all’aria ogni retorica e perbenismo: il poliziotto, in realtà, è il cattivo, il sicario salva la bambina e il finale… Beh, il finale lascia di stucco.
Non è assolutamente un’esagerazione affermare che questo film è profondamente iconico, in particolare nel fondere un look da film d’azione tradizionale con la profondità dell’opera d’essai.

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Léon’ non è altro che un gioiello scintillante della cinematografia mondiale, di inestimabile valore, in grado di toccare vette quasi irraggiungibili, riuscendo a stare in perfetto equilibrio fra il baratro di convenzionalità di un film di gangster e di corruzione e quello ancora più pericoloso della storia d’amore, seppur platonica, fra una bambina e un quarantenne.  Crudeltà e tenerezza si fondono alla perfezione e, seppure è con un certo turbamento che osserviamo l’evolversi delle vicende, non proviamo scandalo nel vedere una pistola nelle mani di una ragazzina. Brutalità e violenza vengono sublimante nella poesia, nella quale, straordinariamente, i personaggi riescono a conservare la propria dimensione umana.

Léon’ è un film che, a 18 anni dalla sua uscita, non si limita a sopravvivere o ad essere ricordato, ma continua a crescere e germogliare rigoglioso, affondando le proprie radici nell’anima di chiunque lo guardi.

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Comments
11 Responses to “`Léon` di Luc Besson • L’amour ou la mort”
  1. Curi ha detto:

    “Ciò che più colpisce, però, sono i personaggi, tutti caratterizzati alla perfezione, tutti volti a rappresentare qualcosa.”
    cavolo quanto è vero! è un grandissimo film

    • RigelGrace ha detto:

      Un film meraviglioso, di una potenza emotiva veramente rara (:

      • Curi ha detto:

        ho in programma di rivederlo una di queste sere. merita la quarta ri-visione (: in generale penso guarderò anche qualcos’altro con jean reno (tipo il meno serio “wasabi” per compensare ((: )

        • RigelGrace ha detto:

          Ahah! Se vuoi vedere qualcosa di decisamente poco serio con Jean Reno, puoi provare con ‘I Fiumi di Porpora’! Il primo più che altro, perché il secondo è ancora più scarso, anche se dal punto di vista dell’intrattenimento funziona bene! (: O, se no, c’è sempre l’ottimo ‘Nikita’!

          • Curi ha detto:

            l’ho visto… ma appunto non è che sia poco serio: non è bello e basta hehe il secondo concordo che sia ancora peggio.. il primo almeno qualcosa di inquietante ce l’aveva. Se non hai visto “wasabi” è abbastanza leggero, ma la faccia di Jean Reno è sempre impagabile! (:
            comunque qualsiasi consiglio cinematografico-musical-letterario da te lo accetto sicuramente!!

            • RigelGrace ha detto:

              We, troppo gentile! (:
              “Wasabi” non l’ho mai visto, ma mi ispira molto! Lo aggiungo alla mia lista di film da vedere che sta raggiungendo una lunghezza veramente indecente!

  2. selena ha detto:

    e molto inteligense mathilda

  3. sherazade ha detto:

    Hai fatto una recensione perfetta che ho trovato googlando. Volevo dire qlc perchè Leon in questi giorni di tristezza è un film che mi è venuto alla mente. Lascio il tuo link come riferimento.

    sherazade

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  1. […] Qui trovate una recensione completa e a mio avviso ‘perfetta’. https://leanimesalve.wordpress.com/2012/11/27/lamour-ou-la-mort/ […]



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