`Il Giovane Holden` di J.D. Salinger • A private world of Love&Death (and all their friends!)

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E’ abbastanza bizzarro ritrovarsi, per una fortuita coincidenza, a leggere Il giovane Holden negli stessi giorni in cui il mondo intero si scopre a faccia a faccia con la morte del suo padrino, lo straordinario J.D. Salinger*.
Una figura, quella di Salinger, che si trova ora più che mai a fare i conti con la propria fama, con la propria storia, che ricalca indelebili i contorni di un eroe anticonformista e misantropo. Tratti decisi che delineano una personalità al limite dell’icona, protagonista di una vita che assume grottescamente le sembianze di un ossimoro: un ebreo, ma anche uno dei primi soldati americani a varcare le soglie di un campo di concentramento nazista, uno scrittore invisibile che con un solo libro si assicura fama eterna.

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Salinger è diventato leggendario, prima di tutto perché pochi come lui hanno avuto il divino dono della sua stessa capacità di scrittura. Ma anche perché, come sostiene il giornalista Wlodek Goldkorn, non ha mai creduto nel mito del Grande Romanzo Americano e soprattutto non ha mai provato a scriverlo.
Attraverso Salinger muore e vive una personalità ai limiti degli eccessi, che ha colpito indelebilmente la sensibilità dei media occidentali. Una natura che sopravvive nella continua negazione di sé stessa, con una caparbietà propria solo di alcuni santi cattolici dei secoli passati. Nell’era del capitalismo, del consumo, del culto della persona, Salinger, forse per una disgraziata paranoia, ha mandato tutto a quel paese, ha sputato su ciò che chiunque brama di avere: fama, ricchezza.

Ora, all’alba della sua morte, il mondo s’interroga su cosa potrà contenere la misteriosa cassaforte di manoscritti salingeriani, catalogati dallo stesso autore per una futura pubblicazione postuma. Chissà se fra quelle pagine, scritte solo per un umano e egoistico piacere, si nasconde l’autentico Grande Romanzo Americano.

Nei ruggenti anni ’50 né lo scrittore americano né il suo eroe sono ignari alla società, dipinta come un mondo avido e ostile, un mostro che oppone serie minacce all’individualità, cosicché ogni forma di autocontrollo è vissuta come maligna e sbagliata, una società che si nutre e strangola la libertà di ogni individuo.

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Quella di Holden è una percezione infantile del mondo, violenta, disordinata, ingrata. Il giovane antieroe non può far altro che subire questa realtà, patendo la propria impotenza. Gli adulti, da sempre simbolo dell’assennatezza e del giusto vivere, sono smascherati impietosamente da Salinger e da Holden, a sostegno dell’idea che in quell’America, a metà di un grande secolo, la condizione adulta non è sinonimo di maturità. E’per questo che per molti anni, non solo Holden, ma migliaia di studenti americani rifiutarono di andare in quelle fantastiche e hollywoodiane università, costose, costosissime, dove gli avrebbero insegnato a diventare uomini e donne, riflessi e automi della società, dello Stato. Uno Stato che poco tempo dopo li avrebbe scaraventati nel Vietnam.

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Crescere è difficile, per cui è meglio rimanere adolescenti per sempre, affetti da una sindrome di Peter Pan che assume le sembianze di una condizione mentale e spirituale che urla il rifiuto volontario nell’eseguire il ponderato esercizio di vita, a cui sono legati i doveri della maggiore età.
Holden quindi non è l’unico che preferirà l’esaurimento nervoso nel freddo comfort della sua casa, rispetto al cambiamento scolastico. Non è l’unico che sfregerà il bigotto e intramontabile slogan “proud to be american”.

E questa condizione di “impostori” colpisce anche molti giovanotti come lui, tranne la sorellina Pheobe, che Holden ama e protegge teneramente e che lo convince a tornare a casa.
Ward Stradlater è un “impostore”, nella sua tracotante arroganza di bellimbusto, come anche Sally Hayes, la ragazza newyorkese verso la quale Holden sembra provare qualche istintuale interesse. Tutta faccine, mossette e risatine. Ma quante ragazze sono come “la vecchia Sally”…

Anche quelli apparentemente migliori, rivelano presto la loro natura di “fasulli”. Prendete quel Mister Antolini per esempio, un ex professore di Holden che lo accoglie in casa, insieme alle sue confidenze. Holden rimane anche a dormire da lui, per poi svegliarsi nel cuore della notte, sobbalzando sotto una mano che gli accarezza la testa. Che diavolo vorrà quell’Antolini?

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Holden è un principe naufrago in questo mondo di personaggi colorfumodilondra, non appartiene a questo Grande Creato di ombre, di controfigure, di maschere accigliate e altezzose. Questo povero Holden costretto a vivere la propria gioventù bruciata al cospetto del radioso ricordo del suo adorato fratellino Allie.
Il nostro Holden si mette in giro per una New York cupa e mortificante e in giro vede cose, incontra persone e persino degli animali, che più di tutti hanno il potere di stupirlo. Così si chiede, lui che è curioso e si interroga davanti a tutto, che non possiede quell’irritante e diffidente indifferenza “fasulla” degli adulti: “ma dove vanno d’inverno le anitre di Central Park?”. Domanda, espressione simbolo di tutto l’universo Holdeniano, che ritornerà spesso nella mente del lettore come una filastrocca.

Così come tornerà alla mente quel titolo, The Catcher in the Rye, titolo tanto sublime nella sua genesi, quanto deturpato da una traduzione italiana che predilige la comunicazione di massa alla poesia. The Catcher in the rye, il prenditore nella segale, racchiude la quintessenza del romanzo, rende palpabile la violenza disperata, la carica sessuale, la solitudine esistenziale del nostro caro e intramontabile Holden.

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E come un Grande Gatsby di mezzo secolo è un adolescente che osserva e giudica con severità la società che lo circonda, distante e reticente verso il mondo che voleva educarlo, che gli voleva far celebrare quel dannato “rito di passaggio”.

Holden non ci sta. Questo “catcher” di periferia, sta fermo in mezzo al campo (di “rye”, di segale, naturalmente) pronto ad afferrare provvidenzialmente ogni cosa, ogni palla, ogni bambino, ogni emozione, ogni lettore che cada accidentalmente da quelle parti.

*Articolo scritto il 28 Gennaio 2010

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