A Study in Sherlock

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Per essere un detective vecchio di 125 anni, Sherlock Holmes rimane tutt’ora un lavoratore sorprendentemente affidabile e redditizio.
Anche se i suoi fedeli lettori non sono mai stati informati, per esempio, del compenso percepito per aver risolto l’enigma della Lega dei Capelli Rossi o per aver stanato il Mastino dei Baskerville dalla sua tana, Holmes rimane una proprietà dal valore incommensurabile. Tuttavia, noi lo conosciamo per essere un tipo non particolarmente malleabile, sia dal punto di vista caratteriale che letterario, tanto che il suo stesso creatore, Sir Arthur Conan Doyle, ebbe seri problemi a gestire un personaggio talmente popolare da entrare nell’immaginario universale per tutti i secoli a venire.  E’ per questo motivo che Sherlock Holmes fu sempre percepito dalla famiglia Doyle come una sorta di maledizione, da cui non si sarebbe mai più liberata.

Ogni appassionato “sherlockian” sa benissimo che il Natale rappresenta una delle date più importanti per Sherlock Holmes: in un certo senso, il detective più famoso della letteratura è nato proprio quel giorno.
La prima storia che Arthur Conan Doyle scrisse su Sherlock Holmes, ‘Uno Studio in Rosso’, apparve per la prima volta al pubblico il 25 Dicembre del 1887 sul Beeton, un magazine annuale pubblicato proprio il giorno del lieto evento. Più tardi, quando Doyle, ormai stanco di Holmes, volle ucciderlo, facendolo precipitare dalle cascate dei Reichenbach insieme alla sua arci-nemesi, il professor Moriarty, scelse di pubblicare il racconto sul numero di dicembre dello Strand Magazine del 1893.

Ogni diligente “sherlockian”, inoltre, non manca mai di ricordare come quei piccoli e caratteristici particolari per cui Sherlock va famoso, non sono in realtà che elementi apocrifi, e come la sua eredità sia un mix di invenzione e di reinvenzione.
Prendete, ad esempio, quel cappello da cacciatore: pochi altri oggetti identificano Holmes più del celeberrimo copricapo di tweed, con la visiera posteriore e anteriore e un paio di paraorecchie sui lati. Nelle storie di Doyle, tuttavia, vi sono ben poche prove che Sherlock Holmes abbia mai indossato qualcosa del genere; infatti, il “deerstalker cap” è entrato nell’immaginario popolare solo a causa di Sidney Paget, un illustratore il cui lavoro accompagnava la narrativa di Doyle sullo Strand Magazine.

Per la serie “Non tutti sanno che…”, come non ricordare anche le vicissitudini della celeberrima frase “Elementare, Watson!”, forse una delle citazioni più famose di tutti i tempi, ormai entrata in uso nel linguaggio comune. Spero di non spezzarvi il cuore rivelandovi che, no, questa frase non è mai stata pronunciata realmente dallo Sherlock del canone; Holmes osserva spesso come le sue conclusioni logiche siano “elementari”, in quanto, ai suoi occhi, sono ragionamenti semplici ed evidenti, e altrettanto frequentemente si rivolge al suo fedele compare come “Mio caro Watson”, ma mai le due cose contemporaneamente.  Il primo uso conosciuto di questo slogan risale ben al 1915, per opera dell’incommensurabile Wodehouse e appare anche nel primo film sonoro di Sherlock Holmes.

Eppure, nonostante tutto, la cosa più sorprendente che ogni “sherlockian” non può fare a meno di ignorare, è il più o meno segreto livore che l’incontentabile Arthur Conan Doyle soffriva nei confronti della sua creatura letteraria, in grado di incatenare i lettori alle pagine di cui era protagonista e di garantire al suo demiurgo fama e devozione imperiture. Forse,  proprio per questo Doyle provava sentimenti contrastanti di amore ed odio nei confronti di Sherlock Holmes, il cui nome, già allora, aveva eclissato quello del suo autore.

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Arthur Conan Doyle nacque in Scozia nel 1859; conseguì una laurea in medicina ad Edimburgo e viaggiò a lungo per l’Africa e l’Antartico come medico di una nave, fino a stabilirsi sulla costa inglese.
Il denaro scarseggiò da sempre e fu proprio questo a portare Doyle a scrivere una serie di romanzi per incrementare il suo reddito, fin dall’epoca in cui era studente.
Le sue opere comprendevano una gamma di argomenti vasta come la sua cultura, conditi da numerosi elementi “mitologici”, partendo dalle mummie di ‘Lot No. 249’,  fino ad arrivare all’uomo mangia-piante di ‘The American’s Tale’.

I primi due romanzi con protagonista Sherlock Holmes, ‘Uno Studio in Rosso’ e ‘Il Segno dei Quattro’, attirarono una certa attenzione, ma non abbastanza da convincere Doyle ad abbandonare la professione di medico. Infatti, i romanzi polizieschi che scriveva, ai suoi occhi non erano altro che lavoretti scadenti, per cui era molto più attirato dalla stesura di romanzi storici, come ‘The White Company’, considerato uno dei suoi lavori maggiori.

All’inizio del 1890, Doyle decise di trasferire il personaggio di Holmes da protagonista di romanzi a quello di racconti. Fu una decisione puramente commerciale. A Londra il numero di riviste acquistate stava vivendo un vero e proprio “boom”, per cui Doyle riteneva che più storie con un personaggio ricorrente avrebbero goduto di un vantaggio maggiore rispetto ai romanzi a puntate, che potevano scoraggiare eventuali lettori che si fossero persi i primi numeri della pubblicazione. Inoltre, le deduzioni lampanti e gli enigmi sottoposti a Sherlock Holmes si prestavano molto più a un testo breve e conciso; Sherlock Holmes, infatti, “è un velocista, non un maratoneta” come scrisse Daniel Stashower nella sua biografia di Arthur Conan Doyle.

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I racconti di Sherlock Holmes ebbero un successo immediato e sorprendente. I lettori si presentavano i massa nelle edicole per l’uscita di ogni nuovo episodio. Per due anni interi, Doyle si ritrovò ad avere a che fare quotidianamente con il suo eroe brillante ed insopportabile, ricevendo pagamenti sempre più elevati per i suoi sforzi. Tuttavia, le scadenze implacabili divennero ben presto un peso, soprattutto perché, anche se ogni storia poteva essere letta in una sola seduta, la fase di stesura, invece, richiedeva uno sforzo mentale pari a quello della costruzione di un romanzo, a causa delle trame intricate e dei sorprendenti metodi di deduzione di Holmes.  Doyle, inoltre, continuò a pensare che i suoi racconti gialli erano prodotti eccessivamente popolari per i suoi standard e, pertanto, scadenti ai suoi occhi.

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Fu così che, nel 1893, Arthur Conan Doyle decise che Sherlock Holmes doveva morire.
Preparò il terreno della dipartita, le cascate dei Reichenbach in Svizzera, e un nemico degno di Holmes, Moriarty, con cui il nostro amato detective finì per precipitare, inghiottito dai flutti e perduto per sempre.
Gli editori erano sull’orlo della disperazione, ma Doyle non provava rimorsi, solo sollievo: “Sono stato molto biasimato per aver portato quel gentiluomo alla morte, ma credo che non sia stato un assassinio, bensì un omicidio per legittima difesa, dal momento che, se non l’avessi ucciso io, egli avrebbe certamente ucciso me”.

Decidere di seppellire Holmes, tuttavia, ebbe un paradossale effetto sul franchising. I lettori volevano ancora ancora e ancora sentir parlare di Sherlock Holmes e nessun altro scritto di Doyle, negli anni successivi, riuscì a riacquistare il suo tocco magico, fino a quando l’autore, stremato, decise di ripescare il suo detective dal mondo dei morti.
Sherlock Holmes fece la sua ricomparsa nell’avventura de  ‘Il Mastino dei Baskerville che, Doyle tenne a precisare, si era svolta prima che Holmes andasse incontro al suo triste destino. L’anno successivo, tuttavia, l’autore cedette definitivamente e con ‘L’avventura della casa vuota’ calò una volta per tutte il sipario sulla presunta morte del detective.

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Il Canone di Sherlock Holmes arrivò alla sua completezza contando 4 romanzi e 56 racconti. Doyle scrisse l’ultimo nel 1926 e morì solo quattro anni dopo, nel 1930.
Alla fine, l’opinione di Doyle sul suo successo spettacolare rimase ambivalente: “Se non avessi mai menzionato Holmes, che ha teso ad oscurare le mie opere più elevate, la mia posizione nella letteratura sarebbe in questo momento molto più autorevole”. In realtà, Doyle sarebbe stato molto più saggio nel vedere Holmes per quello che realmente era allora e per quello che rimane ancora oggi: una delle personalità più dinamiche, carismatiche e brillanti della storia della letteratura.

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Ma cosa rende Sherlock Holmes un personaggio così straordinario?
La sua particolarità, senza dubbio, le sue caratteristiche uniche e irripetibili, la sua personalità prorompente e inafferrabile, al di sopra di ogni nostra capacità di comprensione.
Il magnetismo esercitato da Sherlock Holmes inizia a sortire il suo effetto fin dalla sua prima apparizione ne ‘Uno Studio in Rosso’, quando, attraverso gli occhi del dottor John Watson, riviviamo il suo primo e spiazzante  incontro con l’uomo straordinario che diverrà presto il suo coinquilino e il suo compagno d’avventure.

Una delle prime informazioni che impariamo su Holmes è che ama passare il suo tempo nei laboratori dell’Università di Medicina, la stessa frequentata da Watson prima di partire per l’Afghanistan, ma non per studiare. Ciò che occupa Sherlock Holmes sono esperimenti quando mai singolari, come il percuotere violentemente con un bastone cadaveri freschi in reparto autopsie, per verificare in quale modo un corpo, subito dopo la morte, reagisca a un trauma violento.
Dal dialogo fra Holmes e Watson acquisiamo un’altra serie di informazioni vitali sul personaggio, che qualsiasi coinquilino assennato dovrebbe sapere: il nostro eroe è un raffinatissimo violinista, ma fra le sue passioni vi è anche il fumo – pipa e tabacco forte, preferenzialmente – e gli esperimenti chimici, quindi il dottor Watson non dovrà scandalizzarsi se troverà qualche ampolla maleodorante in giro per casa. Tuttavia, Holmes non è un compagno troppo petulante, anzi, a volte, se è depresso, non apre bocca per giorni; niente di cui preoccuparsi, basta lasciarlo stare che passerà tutto.

Nonostante tutte queste stranezze, Watson non ci penserà due volte a trasferirsi insieme al suo nuovo amico nell’appartamento di proprietà della signora Hudson al 221B di Baker Street. Un indirizzo che molti conoscono e ricordano quasi come se fosse il proprio!

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Vivendo insieme a Sherlock Holmes 24 ore su 24, Watson sarà portato a definire le sue abitudini e il suo stile di vita, molto eufemisticamente, come “bohemien”. Holmes è eccentrico e, sebbene sia pulito come un gatto, non ha alcun riguardo verso i comuni standard di convivenza e di buon ordine: non è difficile trovare i suoi sigari preferiti nel secchio del carbone o del tabacco nella punta di una pantofola persiana, per non parlare della corrispondenza inevasa trafitta da un pugnale proprio al centro della mensola di legno del caminetto. Holmes, in particolare, ha orrore di distruggere documenti essenziali, per cui, mese dopo mese, le sue carte si accumulano in ogni angolo della stanza, ma solo poche volte all’anno riesce a trovare l’energia e la voglia per catalogarle e riporle. Ciò che agli altri appare come caos, tuttavia per Holmes è una fonte inesauribile di informazioni utili; non sarà raro , durante le sue avventure, vederlo scartabellare in qualche mucchio di carte per riesumare con precisione l’esatto documento che stava cercando.
Watson farà spesso notare anche altre incredibili abitudini di Holmes, come il fatto di non preoccuparsi assolutamente del proprio sonno e del proprio nutrimento durante un periodo di intensa attività intellettuale, come accade nel racconto de ‘L’Avventura del Costruttore di Norwood’, trascurando, inoltre, le proprie condizioni fisiche, a volte fino a raggiungere l’esaurimento.

La vita di Sherlock Holmes, infatti, per quanto straordinaria, è costellata da numerosi punti discutibili, che Doyle non fa a meno di sottolineare, caratteristiche che rendono il personaggio ancor più denso di chiaro-scuri, fautore di una personalità ricca, enigmatica e profonda.

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Ad esempio, a non tutti è noto che, all’inizio dell’avventura de ‘Il Segno dei Quattro’, Holmes, in maniera molto noncurante, prende una siringa di cocaina liquida, per iniettarsela nelle vene davanti allo stesso Watson. Dalle parole del suo amico, capiamo come questa sia un’abitudine solita per Sherlock, tanto che per la medicina attuale sarebbe considerato un tossicodipendente a tutti gli effetti. La spiegazione che Holmes dà di questo insano vizio è tanto singolare quanto spiazzante: la sua mente geniale si ribella a qualsivoglia inerzia; se ha un crittogramma o un enigma da risolvere a disposizione, non ha alcun bisogno di stimolazioni artificiali, ma la monotona routine dell’esistenza lo annienta. In seguito Holmes affermerà che, grazie all’aiuto del fedele Watson, riuscirà ad abbandonare questa mania, ma non sarà raro vederlo fumare frequentemente pipe, sigarette o sigari e spesso il povero dottore si troverà a lamentarsi dell’atmosfera mefitica e velenosa presente nella stanza a causa dei numerosi esperimenti dell’amico.

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Watson sarà un compagno di avventure molto paziente, in quanto non condannerà mai il comportamento di Sherlock Holmes, neppure quando lo vedrà infrangere deliberatamente la legge, mentendo alla polizia o nascondendo prove, nei casi in cui si sentirà moralmente giustificato nel lasciare in libertà il presunto criminale di turno. Holmes, a volte, arriverà addirittura  a manipolare persone innocenti, come ne ‘L’avventura di Charles Augustus Milverton’, quando, sfruttando il suo naturale charme, giocherà con il cuore di una giovane donna, fino a promettersi suo sposo, seppur con le nobili intenzioni di salvare molte altre giovani fanciulle dalle grinfie del loro adescatore.

Holmes viene ritratto come un patriota che spesso agisce a favore del governo in materia di sicurezza nazionale. Egli arriverà addirittura a svolgere un lavoro di controspionaggio durante l’inizio della prima guerra mondiale, per non parlare della pratica ripetuta di ornare, in momenti di particolare noia, la parete del suo alloggio di Baker Street con le iniziali “VR” (Victoria Regina) realizzate con i buchi dei proiettili partiti direttamente dalla sua pistola.

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L’ego di Holmes è inesauribile e, spesso e volentieri, sfocia nell’arroganza, in particolare nei momenti in cui, seppur con giustificazione, egli trae piacere a sconcertare e a deridere i mediocri ispettori di polizia con le sue deduzioni superiori. Tuttavia, ciò che cerca Holmes non è la fama e, di solito, è portato a far sì che sia la polizia a prendere il merito del suo lavoro. Sherlock Holmes non tiene mai conto dalle ricchezze o dal prestigio che potrebbero derivare dal suo lavoro di consulente investigativo, ma si appassiona unicamente nel svelare i meccanismi delle cose per raggiungere un obiettivo, senza poi dare importanza al risultato materiale. Il suo comportamento è assimilabile a quello di un bambino che, dopo aver dedicato anima e corpo nella risoluzione di un rompicapo, una volta finito, lo mette da parte per giocare con qualcos’altro.
Sarà solo dopo il lavoro di cronaca redatto da Watson che il ruolo di Holmes diventerà evidente, fino a quando saranno gli stessi clienti a chiedere il suo aiuto in sostituzione della polizia ufficiale.

Il comportamento di Holmes, solitamente, si manifesta come cinico, spassionato e freddo. Eppure, nel bel mezzo di un’avventura, lo vedremo brillare di una passione straordinaria. Sherlock Holmes possiede un notevole gusto per la spettacolarità e adora preparare trappole elaborate per catturare ed esporre un colpevole, spesso e volentieri per impressionare Watson o uno degli ispettori di Scotland Yard. Tuttavia, Holmes è anche capace di provare profondi sentimenti umani, come dimostrano i rari, ma significativi, slanci di affetto o di inquietudine e lo sfoggio una morale quanto mai personale, ma assolutamente integerrima.

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Lo stato emotivo e la salute mentale di Sherlock Holmes sono stati argomento di analisi per decenni. Molti lettori ed esperti letterari, hanno sottolineato come certi comportamenti di Holmes possono essere considerati sintomi di una depressione maniacale, che alterna momenti di intenso entusiasmo ad altri di indolenza paralizzante. Altri ancora hanno ipotizzato come Holmes potrebbe soffrire di una sindrome come quella di Asperger, opinione derivata dall’attenzione quasi maniacale ai dettegli, dalla quasi totale mancanza di interesse per le relazioni interpersonali e dalla tendenza a parlare in lunghi monologhi. Numerose sono le ipotesi sull’origine della presunta sociopatia di Sherlock Holmes, perfino quella di un grave trauma infantile (ad esempio, l’omicidio della madre) come causa principale.

Tuttavia, queste sono solo teorie postume, ciò che è certa è l’assoluta genialità della mente sherlockiana, capace di ricostruire un mondo intero partendo da un particolare apparentemente insignificante, grazie a un metodo di deduzione totalmente infallibile.

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Per Holmes il cervello umano è come un attico vuoto che occorre riempire con i mobili che ognuno preferisce. Solo uno sciocco ha la pretesa di riempire la propria mente con ogni sorta di ciarpame, facendo in modo che le nozioni veramente utili vengano spinte fuori o accatastate alla rinfusa insieme a un’infinità di altre cose. Un abile intellettuale, invece, è in grado di selezionare e immagazzinare solo gli strumenti veramente indispensabili al suo lavoro, tutti in perfetto ordine. Sherlock Holmes porterà questa pratica ai suoi estremi, arrivando a conoscere a menadito tutta la storia del crimine europeo dell’ultimo secolo, per poi ignorare, come verificherà sgomento Watson, informazioni basilari, a opinione di chiunque, come la Teoria di Copernico o la rotondità della Terra!

Sherlock Holmes è la dimostrazione di come un uomo, dotato di spirito d’osservazione, sia in grado di  dedurre una quantità infinita di informazioni da tutto ciò che gli capita di vedere, o i pensieri più reconditi di una persona da una sola occhiata o dalla contrazione di un muscolo. Dalle unghie di una persona, dal polsino della giacca o della camicia, dagli stivali, dal ginocchio dei pantaloni o dalle callosità sul pollice e sull’indice, agli occhi di Holmes, traspare perfettamente l’attività che quella determinata persona svolge. Al “non addetto ai lavori” i suoi risultati appaiono spesso e volentieri sorprendenti al punto tale da prenderlo per uno stregone, fin quando, Holmes stesso, con un sorrisino ironico, non rende i suoi interlocutori partecipi del ragionamento da lui compiuto, che si rivela di una semplicità e di una logicità veramente spiazzanti.

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In tutto questo, tuttavia, Holmes, come ogni essere umano, necessita di un confidente e di un interlocutore, un uomo con cui condividere le proprie avventure e la propria professione, una presenza umana necessaria anche alla più fredda macchina calcolatrice di Londra. Questo ruolo viene perfettamente incarnato dal dottor John Watson, l’amico che ognuno di noi vorrebbe avere: fedele, spassionato, in grado di ascoltare ma anche di tirarsi da parte al momento migliore, onesto, sincero e leale. Per quanto Doyle tenda in tutti modi a minimizzare le sue capacità, il compito di Watson è fondamentale nello svolgersi delle vicende e il rapporto che lo legherà ad Holmes sarà quello di una profonda, intensa e invidiabile amicizia, che li renderanno uno dei sodalizi letterari più celebri e amati di tutti i tempi.
Holmes è un individuo estremamente abitudinario e Watson stesso diviene, ad un certo punto, una sua abitudine, un’istituzione, come il violino, la vecchia pipa o i volumi degli indici di riferimento. Quando si tratta di impegnarsi attivamente in un lavoro, Holmes ha bisogno di una spalla, un compagno sul cui coraggio poter contare o una pietra su cui affilare la propria mente e le proprie deduzioni. In presenza di Watson, Holmes ama ragionare ad alta voce, per poi ascoltare gli occasionali interventi dell’amico. Perfino una certa lentezza di ragionamento di Watson tornerà utile al suo compagno, in quanto farà spesso divampare ancora più vivida la fiamma delle sue intuizioni.

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Per quanto la coppia Holmes/Watson sia il centro nevralgico di tutta la narrazione di Conan Doyle, non sono certo da trascurare anche gli altri protagonisti che arricchiranno le avventure del nostro amato detective. Primo fra tutti Moriarty, l’unica mente esistente in grado di rivaleggiare con quella di Holmes, il più spietato e abile criminale di Londra, subdolo, mefistofelico, inafferrabile. Poche volte la figura di Moriarty apparirà nel Canone, ma, in numerosi casi, la sua presenza aleggerà come un’ombra incombente, come le mani di un burattinaio in grado di muovere le marionette di un’intera città a suo piacimento. Come poi dimenticare il povero Lestrade, l’ottuso ispettore di Scotland Yard che, suo malgrado, è costretto a riconoscere l’indispensabilità di un aiutante come Holmes, o Mycroft, il fratello maggiore di Sherlock, la cui capacità deduttiva risulta ancora più straordinaria e affilata, tanto da portarlo a ricoprire un ruolo chiave nel governo inglese. Infine, non è dato dimenticare Irene Adler, l’unica donna che abbia mai battuto Sherlock Holmes e a cui, in segreto, lo stesso detective ha giurato profonda devozione, conservandone la fotografia e riferendosi a lei solo come “La Donna” per eccellenza.

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Infiniti sono i riferimenti che gli scrittori, nel corso della storia, hanno prodotto in omaggio a Sherlock Holmes, a Arthur Conan Doyle o a altri personaggi, in misura maggiore o minore a seconda dei casi. Alcuni di questi sono stati palesi, come l’introduzione di Holmes in un ambiente del tutto nuovo (ad esempio, nella serie ‘Sherlock’ della BBC, ambienta nell’epoca contemporanea) o con allusioni più sottili, come la creazione di un personaggio paragonabile per doti intellettuali e caratteristiche. Uno dei più celebri esempi è la figura del medico Gregory House, protagonista dell’omonima serie tv statunitense, che, guarda caso, vive proprio al 221B di Baker Street, ha un caratteraccio, è un tossicodipendente ed è assolutamente geniale.
Persino la stessa polizia inglese ha voluto rendere omaggio al celeberrimo detective, orgoglio nazionale: il database criminale di Scotland Yard, infatti, è chiamato ‘Home Office Large Major Enquiry System’, il cui acronimo è, appunto, HOLMES, e, allo stesso modo, il programma di allenamento prende il nome di  ‘Elementary’.

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Ancora oggi non è raro, passeggiando per Londra, trovare qualche turista che ti apostrofi chiedendo dove tutt’ora abiti Sherlock Holmes e, in tal caso, non sarà difficile indirizzarlo verso il 221B di Baker Street, dove esiste una perfetta ricostruzione della casa-museo del detective, un’incredibile regno delle meraviglie per ogni appassionato “sherlockian”.
Entrare in quelle stanze è come avere diretto accesso a un’altra epoca, a una Londra vittoriana, allora la più grande metropoli del mondo occidentale, pervasa dalla nebbia, dal rumore incessante delle carrozze e dalle esalazioni delle fabbriche.

Magari, con un piccolo sforzo di fantasia, basterà girare lo sguardo per ritrovarsi di fronte proprio a Sherlock Holmes, sprofondato nella poltrona e con la pipa in mano, che ci osserva con i suoi penetranti e luccicanti occhi grigi; Sherlock Holmes, infatti, per i suoi appassionati lettori, non è “solo” un personaggio letterario, ma un uomo in carne ed ossa esistito veramente alla fine dell’Ottocento e, magari, tutt’ora in vita. Infatti, cosa ci vieta di immaginare che, in una delle sue tante investigazioni, il buon Sherlock non abbia trovato una sorta di siero della giovinezza che gli permette, ancora oggi, di vivere e di operare in mezzo a noi?
In fondo, sognare non costa nulla.

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